In un contesto internazionale segnato da instabilità crescente, accelerazione dei cambiamenti e difficoltà nel formulare previsioni affidabili, l’intervento durante la 107ª assemblea federale di Manageritalia di Vittorio Emanuele Parsi (foto sopra), professore ordinario di Relazioni internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha offerto una chiave di lettura lucida e approfondita del momento storico che stiamo attraversando.
Il suo contributo, dopo la relazione del presidente di Manageritalia Marco Ballarè, in diretta anche sui nostri social, ha aperto i lavori della prima giornata dei lavori, all’insegna del tema “Dopo il mondo globale – Instabilità, Europa e leadership responsabile”.
Parsi ha descritto il nostro tempo come un’epoca di “volatilità permanente”, nella quale l’interdipendenza tra economie, società e sistemi politici rende sempre più difficile individuare relazioni lineari tra cause ed effetti.
Le variabili intervenienti, spesso imprevedibili, modificano continuamente gli scenari e rendono fragile qualsiasi tentativo di previsione stabile.
In questo quadro, anche la politica internazionale non può essere interpretata attraverso teorie definitive: esistono letture più o meno coerenti della realtà, ma nessuna spiegazione appare completa e immutabile.
Ottant’anni di ordine liberale
Al centro della riflessione di Parsi c’è stato il destino dell’ordine internazionale liberale, il sistema nato dopo la Seconda guerra mondiale e oggi spesso descritto come in declino o, addirittura, già superato.
Un ordine che per circa ottant’anni ha garantito condizioni di stabilità e prosperità fondate su alcuni principi cardine: il valore delle istituzioni, il mercato competitivo e aperto, la cooperazione internazionale e il rifiuto della guerra come strumento ordinario di politica estera.
Per il professore, questo sistema è stato l’espressione dell’egemonia americana nel secondo dopoguerra.
Gli Stati Uniti non solo ne sono stati il principale garante, ma hanno di fatto costruito il concetto stesso di Occidente, creando una comunità politica ed economica coesa attorno a valori condivisi: economia di mercato, democrazia rappresentativa e società aperta.
Leoni, lupi e agnelli
Per spiegare le dinamiche dell’ordine liberale, Parsi ha utilizzato una metafora efficace. Gli Stati Uniti erano il “leone”, il garante del sistema.
L’Unione Sovietica rappresentava invece il “lupo”, il principale contestatore di quell’ordine.
Tra questi due poli si collocano gli “agnelli”: i paesi europei, ma anche Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Australia e Nuova Zelanda, ossia potenze “medie” che hanno beneficiato della stabilità garantita dal sistema senza avere però il controllo della sua tenuta.
Un ordine che offriva vantaggi anche a chi non ne condivideva pienamente i valori, grazie alla libertà di navigazione, all’apertura del commercio internazionale e alla stabilità finanziaria.
In questi ottant’anni sono cambiati profondamente i paesi europei e il modo in cui i loro cittadini si identificano. È mutato quindi anche il nostro “essere italiani”: nel 2026, ha ricordato Parsi, non significa più ciò che significava nel 1946.
Il rapporto con il mondo, con l’Europa e con la stessa idea di nazione si è, infatti, radicalmente trasformato.
Le guerre che ridisegnano il mondo
Oggi quell’equilibrio appare incrinato. La Cina rappresenta il principale sfidante strategico degli Stati Uniti, anche se per lungo tempo ha preferito collocarsi nel ruolo di “agnello opportunista”, beneficiando dei vantaggi del sistema senza assumersi il ruolo di garante.
A pesare maggiormente sono però i conflitti in corso. Dalla guerra tra Russia e Ucraina, che secondo Parsi nasce dalla volontà di negare l’esistenza stessa del popolo ucraino, fino alle tensioni in Medio Oriente, il ricorso alla forza è tornato a essere uno strumento centrale delle relazioni internazionali.
Una realtà che mette in discussione uno dei pilastri fondamentali dell’ordine liberale: il rifiuto della guerra come mezzo ordinario per perseguire obiettivi politici.
Alle crisi militari si aggiungono quelle economiche, a partire dalle possibili conseguenze sui mercati energetici e sui delicati equilibri del Mediterraneo, area strategica per il futuro dell’Europa.
Quando il leone cambia natura
Il punto più critico dell’analisi riguarda però il ruolo degli Stati Uniti. Secondo Parsi, la vera novità è che oggi Washington sembra comportarsi sempre meno come garante dell’ordine internazionale che aveva costruito.
È questa la discontinuità più rilevante. Se il leone smette di proteggere il sistema e inizia a metterne in discussione le regole, l’intera architettura costruita negli ultimi decenni entra in crisi.
Per gli europei ciò significa interrogarsi non soltanto sul futuro delle relazioni transatlantiche, ma anche sulla propria identità e sul proprio ruolo nel mondo.
La sfida della leadership responsabile
Per Parsi il cambiamento in corso impone innanzitutto una revisione delle categorie con cui interpretiamo la realtà. In altre parole, le lenti utilizzate in oltre mezzo secolo non bastano più a leggere e a spiegare lo scenario internazionale in cui viviamo.
Da qui il richiamo finale alla responsabilità delle classi dirigenti. Occorre spiegare all’opinione pubblica che siamo di fronte a una trasformazione storica profonda e che molte delle conquiste considerate irreversibili potrebbero non esserlo più.
In questo contesto, la leadership responsabile evocata da Manageritalia significa capacità di leggere il cambiamento, distinguere tra costi e investimenti strategici e contribuire alla costruzione di un’Europa più consapevole del proprio ruolo.
Il mondo globale che abbiamo conosciuto sta cambiando rapidamente e comprendere la natura di questa trasformazione è il primo passo per affrontare questo nuovo scenario.