Manageritalia Next è il nuovo hub di Manageritalia dedicato ai manager di domani: qui laureandi e giovani professionisti posso entrare in contatto con manager di spicco per confrontarsi e farsi ispirare… e iniziare a costruire fin da subito la propria carriera.
In questo primo appuntamento, Andrea Murer, laureando in Economia e Management, intervista Leonardo D’Onofrio, CEO & Co-Founder di eGroup.
Andrea Murer: «Parto da un tema molto discusso: oggi i giovani sembrano concentrarsi quasi esclusivamente su elementi come work-life balance, benefit e ambiente di lavoro, talvolta più che sul contenuto stesso della professione. È una tendenza che riscontri anche tu?»
Leonardo D’Onofrio: «Sì, è una tendenza molto diffusa. Oggi work-life balance, ambiente, flessibilità e senso del lavoro non sono più aspetti marginali: spesso sono al centro delle scelte dei ragazzi. Naturalmente dipende anche dal punto di partenza: se vivi ancora con la famiglia, la componente economica può pesare meno; se devi pagarti un affitto, lo stipendio resta fondamentale. Ma in generale smart working, mission aziendale, impatto e valori condivisi sono diventati elementi decisivi. Se un’azienda non offre flessibilità o non comunica una direzione chiara, rischia di essere meno attrattiva sul mercato dei talenti».
Quando valuti un giovane da inserire in azienda, quali competenze cerchi? Oggi è difficile costruire un curriculum davvero distintivo, soprattutto in ambiti molto standardizzati come economia o finanza. Che cosa può fare la differenza?
«Credo ci sia una grande illusione creata dal mondo accademico: pensare che voti perfetti e un percorso lineare garantiscano automaticamente qualcosa in più. In realtà, se hai seguito lo stesso percorso di tanti altri, rischi di essere percepito come uno dei tanti. Per distinguersi servono due cose: integrare la formazione — con lingue, corsi, esperienze parallele, lavoro — e saper raccontare bene ciò che si è fatto. Conta molto anche la cura del curriculum: se è impaginato male o contiene errori grammaticali, manda un segnale negativo. Oggi, anche grazie agli strumenti di intelligenza artificiale, non ci sono più scuse per presentarsi con un CV poco curato».
Quindi, oltre alle competenze tecniche, guardi molto anche alle competenze comportamentali: spirito imprenditoriale, curiosità, voglia di fare, capacità di relazione…?
«Assolutamente. Mi interessa che una persona abbia fatto qualcosa, anche se magari lo considera piccolo o poco importante: una pagina social, un progetto personale, un e-commerce, una campagna online. Sono esperienze che insegnano tantissimo. In molti lavori, aver sperimentato concretamente vale più del solo percorso accademico. Naturalmente ci sono ambiti, come la medicina, in cui la preparazione tecnica resta imprescindibile; ma in tanti altri contesti la capacità di mettersi in gioco è determinante».
Che ruolo ha oggi la laurea? È ancora un elemento centrale o rischia di diventare solo un filtro iniziale?
«Non direi che la laurea non serve più. Per me quello universitario resta un percorso importante perché implica disciplina, organizzazione, capacità di affrontare esami e prove. La metterei però sullo stesso piano delle esperienze pratiche. Se una persona arriva con una buona laurea e, in più, ha fatto progetti, lavori o attività parallele, a 22 o 23 anni dimostra già una visione matura. Se manca una delle due componenti, il profilo può risultare meno completo, anche se tutto è recuperabile».
Dal punto di vista dei giovani che entrano in azienda, che cosa cercano oggi in un manager o in un mentore?
«Credo che siamo in un momento storico in cui il conflitto tra manager e nuove generazioni è molto forte. Da un lato c’è una cultura del lavoro molto orientata al sacrificio, alla carriera e alla presenza; dall’altro ci sono ragazzi che vogliono fare cose significative, tornare a casa soddisfatti e non vivere solo per lavorare. Un giovane cerca un modello: una persona da cui sentirsi ispirato, che lo faccia crescere e con cui possa immaginare un percorso. Per questo non basta essere imprenditori o soci: bisogna saper gestire le persone, essere leader, premiare nel modo giusto e creare fiducia».
Parliamo del tuo lavoro. eGroup si occupa di contenuti e comunicazione, soprattutto verso i giovani. Noti differenze tra generazioni nel modo di informarsi? Cambiano i canali, la forma dei contenuti, il rapporto con l’approfondimento…?
«Alcune differenze ci sono, ma meno nette di quanto si pensi. I giornali tradizionali e i telegiornali sono sempre meno centrali per gli under 50, mentre i social sono ormai trasversali: raggiungono persone dai 18 ai 60 anni e oltre. La vera differenza sta nel linguaggio e nella capacità di adattarsi alle piattaforme: podcast, YouTube, newsletter e contenuti verticali stanno crescendo perché permettono anche approfondimento. Chi comunica deve studiare i canali, capirne le regole e non pensare che basti esserci. In generale, non credo si debba parlare “ai giovani” in un modo e agli adulti in un altro: bisogna parlare in modo contemporaneo. Sui social il linguaggio deve essere adatto alla piattaforma, non replicare quello della televisione o della comunicazione istituzionale tradizionale. Oggi siamo in una guerra dell’attenzione: competiamo con Netflix, con i giornali, con lo sport, con qualunque altro contenuto. Per questo bisogna catturare subito l’interesse, offrire valore e dare alle persone un motivo chiaro per seguirci».
In questa competizione continua per l’attenzione, come si può restare efficaci senza abbassare il livello dell’informazione e senza rinunciare a un’etica della comunicazione?
«Il rischio esiste: alcune realtà inseguono like e attenzione anche a costo di banalizzare o forzare le notizie. Però credo che ci sia spazio per contenuti verticali, seri e approfonditi. Se qualcuno vuole capire un tema in profondità, oggi ha molti più strumenti di prima: canali YouTube lunghi, newsletter, piattaforme come Substack, creator e giornalisti specializzati. Nei prossimi anni vincerà chi avrà la fiducia delle persone. Meglio avere una community più piccola ma fedele, che riconosce affidabilità e valore, che numeri enormi ma poco qualificati».
Parliamo di intelligenza artificiale applicata ai video. Quali opportunità o limiti vedi?
«Credo che quando l’AI prova a imitare troppo la realtà, soprattutto con gli esseri umani, il risultato possa risultare disturbante. Invece, se la si usa con un linguaggio visivo dichiaratamente diverso, può diventare interessante. La difficoltà non è creare cinque secondi di video, ma costruire un racconto di tre minuti con coerenza, storytelling e qualità autoriale. Le aziende sono ancora caute: pesano temi come sostenibilità, uso dei dati e impatto sul lavoro creativo. Ma le opportunità sono molte, soprattutto per chi sa integrare strumenti, competenze artistiche e visione».
Più in generale, credi che l’intelligenza artificiale possa diventare un supporto al lavoro umano o rischi di sostituire troppe persone troppo rapidamente?
«Penso entrambe le cose. L’AI offre grandissime opportunità, soprattutto ai ragazzi che la sanno usare: oggi un ventenne, con gli strumenti giusti, può fare cose che fino a pochi anni fa richiedevano team interi. Però la velocità del cambiamento è impressionante e rischia di travolgere molte professioni. Non penso che debba spaventarci in assoluto: nella storia l’uomo si è sempre evoluto con le nuove tecnologie. Ma questa volta il ritmo è diverso. Chi porta valore aggiunto, creatività, relazioni, capacità imprenditoriale e adattamento resterà centrale. Chi si limita a compiti ripetitivi rischia di essere sostituito molto rapidamente».
In chiusura, cosa suggeriresti alle associazioni di categoria che vogliono coinvolgere nuove generazioni di manager e imprenditori?
«Proverei prima di tutto a cambiare narrazione. Trovo limitante continuare a usare l’etichetta “giovani” per imprenditori o manager che magari guidano aziende importanti. Se un founder under 40 ha costruito un unicorno o un’impresa di grande valore, non va messo in una categoria separata solo per età: va considerato al tavolo con gli altri. Questo è il primo passo per far sentire nuove generazioni di professionisti e imprenditori parte piena del sistema, non una sua appendice».
E a quelle che vogliono coinvolgere pubblici più giovani, senza perdere quello core attualmente composto da Boomer?
«Mettere in campo volti più giovani e storie vicine a chi si vuole coinvolgere può aiutare molto. Se parlano solo figure molto senior, il rischio è che il pubblico giovane fatichi a immedesimarsi. Al contrario, coinvolgere imprenditori e manager più vicini per età o linguaggio può generare interesse e avvicinare nuove persone. Ma resta fondamentale dare contenuti utili: consigli, informazioni, strumenti. La domanda da farsi è sempre: perché qualcuno dovrebbe seguirci?»
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