Nel 1926 nasceva San Siro. Cent’anni dopo, quello che sarebbe diventato la “Scala del calcio” si trova davanti a uno dei passaggi più delicati della sua storia, con la prospettiva di un nuovo stadio e di una possibile demolizione. In San Siro: 1926-2026 (Mind Edizioni), Francesco Bogliari ripercorre un secolo che va ben oltre il calcio: architettura, politica, trasformazioni sociali, grandi concerti e cambiamenti nel modo stesso di vivere lo sport. Lo abbiamo intervistato per ricostruire la storia di un luogo diventato parte dell’identità di Milano e capire che cosa racconta il suo futuro.
Come nasce San Siro, come si decise di costruirlo e come fu la costruzione?
«Nel 1925 Piero Pirelli, presidente del Milan, capì che c’era bisogno di uno stadio adeguato alla crescente domanda di calcio a Milano, acquistò dei terreni nella zona di San Siro, vicino agli ippodromi del trotto e del galoppo costruiti da poco e in meno di un anno realizzò il nuovo impianto capace di 32.000 spettatori. Progettista Ulisse Stacchini, l’architetto della Stazione Centrale che sarebbe stata inaugurata nel 1931. Una struttura in stile “inglese”, quattro tribune non collegate da loro, di cui una coperta. Stile architettonico sobrio ed elegante».
San Siro attraversa un secolo di storia italiana, dal fascismo alla Milano contemporanea. Quale periodo ha lasciato il segno più profondo sull’identità dello stadio?
«A ogni rinnovamento San Siro ha lasciato un segno forte della sua presenza: dal primo anello del 1939 (la creazione delle curve mancanti nel primo impianto) al secondo anello del 1955 con le magnifiche scale elicoidali, al terzo anello del 1990 con la copertura sostenuta dalle iconiche grandi travi rosse che segnano in maniera inconfondibile il paesaggio urbano».
Nel libro racconta come lo stadio sia cresciuto “a matrioska”. Quanto è stata innovativa, dal punto di vista architettonico, questa evoluzione rispetto agli altri grandi stadi europei?
«A ogni passaggio ci sono sempre stati dibattiti molto accesi tra ipotesi contrapposte: ampliamento o costruzione di un nuovo stadio. Per ragioni pratiche ed economiche ha sempre prevalso l’ipotesi dell’ampliamento della struttura esistente e questo ha caratterizzato e condizionato le scelte architettoniche. Fino alla svolta radicale del 2025, quando il Comune ha ceduto lo stadio ai due club, che hanno il programma di abbatterlo dopo che sarà stato costruito il nuovo lì vicino. Siamo tutti curiosi di vedere i progetti che dovrebbero essere presentati in autunno».
San Siro viene definito da decenni la “Scala del calcio”. Qual è stato il momento storico che lo ha trasformato da semplice stadio a simbolo internazionale di Milano?
«Probabilmente la prima finale di Coppa dei Campioni (allora si chiamava ancora così) del 27 maggio 1965 quando l’Inter vinse il suo primo trofeo internazionale battendo i portoghesi del Benfica. Poi il concerto di Bob Marley del 27giugno 1980 davanti a 100.000 persone, che inaugurò la fortunata storia dello stadio come spazio musicale».
La vicenda di San Siro non è solo sportiva ma anche politica ed economica. Quali interessi e quali poteri hanno inciso maggiormente sul suo destino nel corso degli anni?
«Durante il fascismo proprio sullo stadio si verificarono contrasti tra varie anime del regime, e ci furono vincitori e vinti. Poi robusti scontri politici nel dopoguerra ogni volta che tornava d’attualità la diatriba nuovo/vecchio stadio, con gli interessi economici connessi. Fino ai giorni nostri, quando le divergenze politiche hanno assunto forti valenze ideologiche, radicalizzando posizioni che hanno portato a lacerazioni ancora aperte. I ricorsi in attesa di giudizio da parte del Tar potrebbero confermare o rallentare o fermare il progetto abbattimento, che ha una dimensione economico-finanziaria-immobiliare enorme. Nessuno a oggi sa come andrà a finire».
Dalle notti delle Coppe dei Campioni ai Mondiali del 1990, qual è l’evento che più di ogni altro ha contribuito a costruire il mito di San Siro nel mondo?
«Più che un evento singolo, una serie di epopee calcistiche: le due “grandi Inter” di Angelo e Massimo Moratti (vincitori in due di 18 trofei), poi il “grande Milan” di Berlusconi (26 trofei). E la serie di grandi concerti rock con star internazionali e pubblico proveniente da tutta Europa».
Nel 2025 il Comune ha deciso di vendere lo stadio a Milan e Inter, aprendo la strada al possibile abbattimento nel 2031. Qual è il suo giudizio storico su questa scelta?
«Credo che sia il segno di un cambiamento dei tempi non episodico ma strutturale. È finita l’epoca dei presidenti alla Berlusconi o alla Moratti, populisti pur con diverso stile, capaci di infiammare l’entusiasmo dei tifosi. Adesso il calcio, non solo a Milano, è sempre più in mano a grandi società finanziarie globali che lo stanno orientando verso nuovi modelli di “consumo”, più simili allo sport business degli Usa che a quello della nostra tradizione. Sarà un passaggio graduale ma radicale, e non indolore. Un cambiamento anche culturale e antropologico. Niente sarà più come prima».
Dopo aver consultato archivi, documenti e centinaia di fotografie, quale scoperta o curiosità l’ha sorpresa maggiormente durante la ricerca?
«In primo luogo la scoperta dei contrasti tra il fascismo milanese (il Podestà Marcello Visconti di Modrone) e quello centrale (Achille Starace, presidente del Coni e del Partito nazionale fascista), che portarono al primo ampliamento dello stadio nel 1939 dopo l’acquisto da Pirelli nel 1935. In secondo luogo l’insolita alleanza politica nei primi anni ‘50 tra comunisti e monarchici, che avrebbero voluto abbattere San Siro e costruire un nuovo impianto (o in alternativa ampliare l’Arena), contro la giunta dell’epoca (democristiani + socialdemocratici + repubblicani + liberali) favorevole all’ampliamento (nacque così il “secondo anello”)».
Se tra cent’anni uno storico dovesse raccontare San Siro, secondo lei verrebbe ricordato soprattutto come un grande stadio, come un monumento architettonico o come uno specchio della storia di Milano?
«Tutte e tre queste cose, che sono inscindibili».
Quanto è stato gestito managerialmente sino ad oggi e quanto dovrebbe esserlo in futuro?
«Fino al 2000 la gestione era comunale, quindi stile amministrativo pubblico-burocratico. Da quell’anno è stata trasferita dal Comune ai due club calcistici, che hanno costituito una società paritetica guidata da manager professionisti, con criteri prettamente aziendalistici (e comunque non confondiamo la gestione di una società di calcio con quella di un impianto sportivo, collegate ma diverse per natura e finalità). Per il futuro, se effettivamente nascerà un nuovo stadio di proprietà dei club e il vecchio San Siro verrà abbattuto, la dimensione manageriale della gestione si farà ancora più spinta, con business model nuovi da progettare e gestire. Dal punto di vista puramente professionale una sfida molto interessante».
Dopo aver dedicato questo lavoro ai cento anni di San Siro, cosa proverà il giorno in cui, eventualmente, inizierà la sua demolizione?
«Malinconia. Su quegli spalti, su quelle scale elicoidali ho mille ricordi personali. Ma non si può arrestare una tendenza globale al cambiamento come quella che stiamo vedendo sotto i nostri occhi. Forse rallentare sì, magari con la Magistratura amministrativa o civile, ma gli interessi e le forze in gioco sono troppo forti per poter essere fermati nel medio-lungo periodo. Perché non riguardano solo l’Italia ma il mondo intero».
A proposito di ricordi personali, ne ha qualcuno in particolare che ci vuole raccontare?
«Uno fra tutti. Ero allo stadio l’11 settembre 2004, prima di campionato, Milan contro Livorno neopromosso. Diecimila tifosi toscani con la bandana in testa per prendere in giro Berlusconi che l’aveva indossata poche settimane prima in Sardegna durante l’incontro con Tony Blair. I labronici sfotterono il presidente del Milan per tutta la partita, sembravano una copertina vivente del Vernacoliere. Uno spasso, forse la cosa più divertente mai successa a San Siro in tutta la sua storia. Per la cronaca, la partita finì 2-2, con due gol del centravanti “comunista” Cristiano Lucarelli, a cui fu anche annullata una terza rete, di cui poi la moviola avrebbe verificato la regolarità. Ecco, anche questo è calcio. O, forse, “era” calcio».

