Le aziende vogliono innovare, ma i manager continuano a controllare

L’indagine di KeyPartners rivela che a scatenare l’esodo dei talenti e il rallentamento dello sviluppo c’è anche il micromanagement (bocciato dal 56% dei rispondenti). Passare dal controllo alla guida è la vera sfida dei leader
micromanagement

Ogni amministratore delegato dichiara di voler costruire aziende più innovative, più agili e più attrattive per i talenti.

Eppure, in molte organizzazioni, ogni decisione continua ad avere bisogno di un’approvazione, ogni errore viene vissuto come un rischio da evitare e ogni iniziativa passa attraverso livelli gerarchici che rallentano più di quanto proteggano.

La domanda, allora, è inevitabile: possiamo davvero parlare di innovazione se continuiamo a guidare le persone attraverso il controllo?

Per anni abbiamo considerato il micromanagement un cattivo stile manageriale. Un’abitudine da correggere, un limite individuale di alcuni leader. In realtà è molto di più: è il sintomo di un modello di leadership costruito per un mondo che non esiste più.

Un mondo in cui il vantaggio competitivo dipendeva dalla standardizzazione, dalla prevedibilità e dalla capacità di ridurre al minimo ogni margine di errore. Oggi, invece, le imprese competono sulla velocità con cui apprendono, decidono e si adattano. Eppure continuano spesso a essere guidate con logiche pensate per controllare, non per innovare.

La survey realizzata da KeyPartners conferma questa contraddizione. Oltre la metà dei professionisti HR coinvolti individua nel micromanagement il principale ostacolo alla trasformazione organizzativa. Seguono la difesa dello status quo, la mancanza di coraggio decisionale e l’inadeguatezza manageriale. Non sono problemi distinti. Sono le diverse manifestazioni della stessa cultura organizzativa.

Dobbiamo superare una cultura che continua a confondere il controllo con la leadership. Controllare non significa guidare: significa verificare che le persone facciano ciò che ci aspettiamo.

Guidare significa creare le condizioni perché possano prendere decisioni, assumersi responsabilità e contribuire con le proprie idee. È una differenza enorme.

Perché l’innovazione non nasce quando le persone aspettano istruzioni. Nasce quando hanno lo spazio per sperimentare, per sbagliare e per imparare. Ogni livello di approvazione aggiunto, ogni decisione centralizzata, ogni manager che interviene su ogni dettaglio rende l’organizzazione un po’ meno veloce, un po’ meno coraggiosa e, alla fine, un po’ meno competitiva.

Il controllo rassicura, fa sentire i manager indispensabili, ma ha un costo che raramente compare nei bilanci: rallenta le decisioni, scoraggia l’iniziativa e alimenta una cultura nella quale le persone smettono di assumersi responsabilità. Se ogni scelta deve essere validata, la conseguenza naturale è che nessuno sceglie più davvero.

È proprio qui che l’arrivo dell’intelligenza artificiale rende evidente una contraddizione che fino a ieri potevamo permetterci di ignorare.

Le aziende stanno investendo milioni di euro in tecnologie capaci di aumentare produttività, velocità decisionale e capacità di analisi. Ma nessun algoritmo può compensare una cultura organizzativa fondata sul controllo.

Se ogni decisione continua a salire e scendere lungo la gerarchia, se nessuno si sente realmente autorizzato a decidere, la tecnologia non accelera il cambiamento. Si limita ad automatizzare la lentezza. Per questo motivo la sfida dell’intelligenza artificiale non è prima di tutto tecnologica, ma manageriale.

Ogni ceo dovrebbe fermarsi e porsi una domanda: i miei manager stanno creando autonomia o stanno creando dipendenza?

Da questa risposta dipenderà molto più del clima aziendale. Dipenderà la capacità dell’impresa di innovare, attrarre talenti e sfruttare davvero le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale.

Continuiamo a pensare che il futuro dipenda dalla tecnologia. Probabilmente dipenderà molto di più dalla qualità della leadership.

Perché l’intelligenza artificiale non sostituirà i manager, ma renderà rapidamente obsoleti quelli che continueranno a credere che guidare significhi controllare ogni decisione.

Il futuro non apparterrà alle aziende che controlleranno meglio, ma a quelle che avranno il coraggio di lasciare spazio alle persone, perché è proprio lì che nasce l’innovazione.

L’indagine di KeyPartners

Le aziende italiane ed europee investono soprattutto in tecnologia e digitalizzazione (oltre il 70%), ma i principali ostacoli alla trasformazione sono spesso culturali e manageriali. È quanto emerge dall’indagine di KeyPartners su oltre 150 professionisti HR di grandi aziende (aziende italiane e internazionali con più di 2.000 dipendenti).

I principali freni sono il micromanagement (56%), la difesa dello status quo (42%), l’incompetenza tecnica e manageriale dei leader (38%) e la mancanza di coraggio decisionale (36%). Modelli organizzativi rigidi e poco orientati alle persone incidono sul benessere, sull’autonomia e sulla capacità di innovare, favorendo anche la fuga dei talenti. Non a caso, il 48% degli HR considera employee engagement e talent retention tra le sfide più difficili.

Anche l’adozione dell’intelligenza artificiale resta ancora embrionale, frenata non solo da questioni tecnologiche, ma dalla resistenza culturale al cambiamento.

In questo scenario cresce il peso strategico dell’HR: il 51% viene coinvolto fin dalle prime fasi delle trasformazioni aziendali, il 53% contribuisce alla progettazione della leadership e al succession planning e, complessivamente, per l’84% degli intervistati l’HR partecipa alle fasi decisionali e tattiche dell’azienda.

 

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