L’intelligenza artificiale è spesso presentata come uno straordinario motore di produttività (e lo è), ma c’è una domanda che viene posta raramente: chi beneficia davvero del valore che genera?
Il dibattito si concentra quasi sempre su un aspetto: l’IA distruggerà posti di lavoro?
Forse, la domanda da porsi è un’altra: chi si approprierà della produttività che produce?
La profezia mancata di Keynes
Nel 1930 John Maynard Keynes immaginava che il progresso tecnologico avrebbe consentito ai suoi nipoti di lavorare appena 15 ore alla settimana.
Keynes non aveva sottovalutato la tecnologia: negli ultimi decenni la produttività è cresciuta enormemente grazie all’informatica, al digitale e all’automazione e oggi l’IA promette un’accelerazione ancora più forte.
Tuttavia, non lavoriamo 15 ore alla settimana. Il motivo? Il padre della macroeconomia moderna aveva dato per scontato un elemento che si è rivelato decisivo: la distribuzione del valore non è automatica.
Dove è finito il valore?
Storicamente, gli incrementi di produttività possono tradursi in salari più elevati, nella riduzione degli orari di lavoro e in un aumento dei profitti.
Negli ultimi decenni, però, una parte crescente dei benefici è stata catturata dalle imprese più forti, dagli azionisti e dalle piattaforme che controllano le infrastrutture tecnologiche.
Insomma, non è la tecnologia a “rubare” valore, ma sono i suoi proprietari a catturarne una quota sempre maggiore.
Perché l’IA cambia tutto
Le precedenti rivoluzioni industriali hanno sostituito soprattutto il lavoro fisico, mentre I’IA entra nel cuore del lavoro della conoscenza, si appropria anche di compiti e competenze cognitive sinora proprie solo dell’umano, con un impatto su manager, consulenti, avvocati, programmatori, marketer e analisti.
Per la prima volta, una tecnologia non si limita ad assistere il lavoro intellettuale: in molti casi ne esegue direttamente una parte, quella cognitiva. Se prima un professionista impiegava 10 ore per preparare un report e oggi ne impiega 2, qualcuno beneficia delle 8 ore risparmiate.
La questione è capire chi. Se ne beneficia il lavoratore, avremo più tempo libero. Se ne beneficia l’impresa, avremo più margini e competitività. Se ne beneficiano solo pochi grandi proprietari degli algoritmi, avremo una concentrazione di ricchezza senza precedenti.
Dal conflitto capitale-lavoro al conflitto capitale algoritmico-lavoro qualificato?
Per oltre un secolo il confronto economico è stato tra capitale e lavoro. Oggi potrebbe emergere un nuovo equilibrio: capitale algoritmico contro lavoro qualificato.
Milioni di persone producono dati, conoscenze, processi cognitivi, contenuti, esperienza e relazioni, ma il rischio è che il valore economico venga catturato sempre più da chi possiede piattaforme, modelli e infrastrutture.
È un meccanismo che abbiamo già visto con i social network: gli utenti creano i contenuti, le piattaforme catturano gran parte del valore.
La vera sfida
Per questo dovremmo iniziare a discutere non solo di adozione dell’IA, ma anche di redistribuzione dei guadagni di produttività; riduzione degli orari di lavoro; formazione continua; partecipazione dei lavoratori al valore generato dagli algoritmi; nuovi modelli di welfare e protezione professionale. Un compito che deve trovare soluzioni, non solo ma soprattutto, dai sindacati e dai manager.
Una domanda aperta
Forse Keynes non aveva sbagliato i conti sulla produttività, ma quelli sul potere. L’IA potrebbe finalmente consentirci di lavorare meno e vivere meglio, tuttavia, se il valore continuerà a concentrarsi nelle mani di chi controlla gli algoritmi, le 15 ore settimanali resteranno ancora una volta una promessa mancata.
La vera domanda non è dunque se l’IA ci sostituirà, ma chi incasserà il valore che l’IA produce?
Voi cosa ne pensate?