Orbits – Dialogues with intelligence nasce con una missione precisa: costruire cultura digitale consapevole in Italia e in Europa. Come è nata questa idea e perché proprio ora?
«Orbits nasce da una constatazione fastidiosa: continuiamo ad autoparlarci addosso.
L’accademia parla all’accademia, l’impresa all’impresa, la scuola alla scuola, le istituzioni alle istituzioni.
Ognuno dentro la propria famiglia professionale, ognuno con il proprio lessico, e i mondi che dovrebbero disegnare insieme il futuro restano su tavoli separati.
Io volevo il contrario. Volevo un luogo dove l’accademia parlasse davvero con l’impresa, con la scuola e con le istituzioni, nello stesso spazio e nello stesso momento.
L’intuizione arriva dialogando con Luciano Floridi, che da vent’anni interpreta questo secolo ed è oggi il filosofo dell’informazione più autorevole al mondo. Da lì l’idea di una casa: uno spazio nostro dove invitare tutti ad ascoltare e a dialogare, invece di rincorrere il cambiamento un settore alla volta.
Il perché ora è la parte che mi sta più a cuore. Stiamo delegando agli algoritmi decisioni sempre più grandi prima ancora di averli capiti. E quando si delega senza comprendere, si finisce sempre nella stessa posizione: arrivare dopo, a rimediare.
Orbits nasce per ribaltare questa postura. Capire prima, per scegliere meglio, invece di inseguire dopo per correggere gli errori. Chi capisce adesso costruisce i prossimi vent’anni. Chi rimanda li passerà a tamponare.
Il progetto poi è cresciuto adattandosi, come una rotta che si corregge navigando: un grande appuntamento di divulgazione all’anno, aperto al maggior numero possibile di categorie sociali, e workshop che entrano nelle aziende e nelle istituzioni per calare il cambiamento dentro le organizzazioni con attività di education dinamica.
La direzione è chiara: far diventare Orbits una fondazione e un progetto di respiro europeo».
Orbits nasce da un incontro, il suo, con Luciano Floridi. Come si costruisce un progetto di questa portata a partire da una visione condivisa? E cosa porta ciascuno di voi che l’altro non potrebbe portare da solo?
«Senza l’incontro con Luciano, un progetto così non lo avrei nemmeno immaginato. È stato un incontro fortunato, e lo dico dalla mia parte con gratitudine: da quando ho imparato ad ascoltarlo, ho sviluppato pensiero critico e ho ridisegnato il mio modo di fare impresa. Non solo Orbits, proprio il mio modo di lavorare.
Quello che porta lui è la cultura, la visione, la capacità di interpretare il mondo con vent’anni di anticipo.
Per anni ha proposto idee che lo facevano etichettare come il visionario da non ascoltare. Io gli ho creduto. E l’oro che ho trovato l’ho messo nella bocca di tutti: l’ho preso, l’ho reso comprensibile, l’ho portato a chi non lo avrebbe mai incontrato.
Questo è quello che porto io: la capacità di prendere un pensiero altissimo e metterlo a terra, farlo diventare comunicazione, format, cosa che accade davvero.
È qui che i nostri due mondi si contaminano. La sua visione stimola la mia, il mio fare dà corpo alla sua. Uno costruisce il pensiero, l’altra lo rende operabile e condivisibile. Da soli faremmo metà del lavoro. Insieme facciamo la cosa che ci interessa davvero: fare meglio insieme, fare passi avanti concreti.
E c’è un tratto che ci accomuna, forse il più importante. Siamo persone che fanno. Non stiamo ferme ad aspettare, non ci limitiamo a commentare quello che non va. Prendiamo posizione e costruiamo. Orbits è nato esattamente da questo: due modi diversi di essere la stessa cosa, gente che agisce».
Il tema 2026 è “Habitat, disegnare la società post-AI”. Perché habitat e non, ad esempio, rivoluzione o trasformazione? Cosa cambia nella prospettiva?
«Rivoluzione e habitat sono due mondi diversi, e la scelta della parola dice tutto. Rivoluzione descrive la forza che ci travolge.
Stiamo vivendo la quarta, quella digitale, dopo Copernico, Darwin e Freud: la più veloce e la più epocale di tutte, un processo che ribalta le mentalità prima ancora delle tecnologie. Ma la rivoluzione la subisci. L’habitat lo abiti, e soprattutto lo disegni.
Ed è questo il punto. Mentre viviamo la rivoluzione, stiamo già ridisegnando l’ambiente in cui vivremo, un habitat che cambia completamente.
Mi torna sempre in mente The Tempest di Shakespeare: la nave sorpresa dalla tempesta, il naufragio, e poi un’isola dove tutto si ridisegna e si ricomincia. Ecco dove siamo oggi.
Per secoli abbiamo guardato il mare in tempesta dalla terraferma, convinti che fosse un problema degli altri.
Adesso siamo tutti a bordo, dentro correnti che cambiano di continuo, e quelle correnti dobbiamo imparare a governarle mentre navighiamo. Non c’è più una riva sicura da cui osservare.
Parlare di habitat significa questo: prendersi la responsabilità dello spazio in cui vivremo, invece di aspettare che la rivoluzione decida al posto nostro.
L’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite cambia il modo in cui ci relazioniamo a tutti i nostri mondi, il lavoro, le decisioni, le relazioni.
E un habitat, a differenza di una rivoluzione, si può progettare bene o male. Orbits nasce per progettarlo bene, insieme, mentre siamo ancora in tempo per farlo».
Orbits mette allo stesso tavolo Ceo, istituzioni e studenti, universitari e dei licei. È una scelta precisa. Perché è importante che questi mondi si incontrino nello stesso posto, nello stesso momento?
«Perché il cambiamento lo facciamo tutti insieme, non ognuno per conto suo. Questa è la scelta di fondo di Orbits: impresa, istituzioni e scuola sullo stesso piano, nella stessa sala, nello stesso momento.
Quando Luciano parla, ascoltano tutti. Il Ceo e lo studente di liceo sentono le stesse parole nello stesso istante, e questo cambia la prospettiva a entrambi.
Il Ceo capisce che la trasformazione digitale non è un tema che riguarda solo la sua azienda o il suo settore: riguarda tutte le generazioni, riguarda il mondo in cui i suoi figli cresceranno.
Lo studente capisce che quello che sta vivendo non è un gioco tecnologico da ragazzi, ma la materia stessa del suo futuro, quella su cui dovrà costruire la vita e il lavoro.
È lì che si crea qualcosa che di solito non accade mai. Di solito ognuno resta nel proprio recinto: le aziende ai loro convegni, l’accademia ai suoi, i ragazzi nelle loro classi.
Orbits rompe i recinti. Mette le generazioni davanti alla stessa visione, nello stesso spazio, e le fa guardare negli occhi. Perché un habitat non lo disegna una generazione sola. Lo disegnano tutte quelle che dovranno abitarlo».
Lei parla spesso di capitale semantico come bene da preservare nell’era dell’IA. Cosa significa concretamente per un manager che ogni giorno delega sempre più decisioni agli algoritmi?
«Parto da una precisazione che mi sta a cuore: il capitale semantico è un’intuizione di Luciano Floridi. Io lo interpreto e lo racconto, che poi è il mio ruolo, prendere il suo pensiero e portarlo a chi ne ha bisogno.
Viviamo in un’era in cui i dati e le informazioni sono alla portata di tutti. Siamo dentro l’infosfera, e noi stessi siamo fatti di informazione.
Il rischio è enorme e sottile allo stesso tempo: se a tutti questi dati non diamo un senso, diventiamo tutti uguali.
Ognuno smette di sviluppare la propria creatività, il proprio pensiero critico, la propria interpretazione del mondo, quella genialità personale con cui guardi un ostacolo e trovi la strada per superarlo.
Il capitale semantico è esattamente questo: il senso che ognuno di noi sa dare alle cose. È la nostra diversità, ed è la nostra bellezza.
Per un manager la conseguenza è chiarissima. All’algoritmo deleghi la ricerca, la raccolta delle informazioni, perché su quello è velocissimo e a volte lavora meglio di noi. Ma l’algoritmo lavora a intelligenza zero.
Luciano lo definisce agency without intelligence, agire senza comprendere: agisce, ma non capisce niente di quello che fa. La responsabilità di interpretare i dati, di dargli un senso, di decidere come metterli a terra e come usarli resta sempre e soltanto nelle nostre mani.
Ecco cosa significa preservare il capitale semantico: usare la macchina per sapere di più e delegarle il lavoro, tenendo per noi la parte che ci rende umani. Il senso. Perché il giorno in cui deleghiamo anche quello, diventiamo tutti la stessa persona.
E un mondo di persone identiche non serve a nessuno, tantomeno a un’azienda che vive di visione e di differenza».
Orbits sta costruendo un’Academy. Qual è la differenza tra formare manager sull’IA e costruire cultura digitale? E perché questa differenza conta?
«Orbits ha deciso di costruire un’Academy che tiene insieme i saperi, perché siamo convinti di una cosa semplice: prima di imparare a usare la tecnologia, bisogna imparare perché e come usarla.
È una questione di mindset ancor prima che di cultura informatica. Non serve diventare smanettoni, serve imparare a fermarsi a pensare prima di agire.
Ed è qui la differenza con la formazione che si fa di solito. Oggi, quando si parla di formazione sull’AI, si pensa quasi sempre a imparare a usare l’ultimo strumento di moda: questa o quella piattaforma, questo o quel software.
Noi la affrontiamo dall’altra parte, in modo filosofico e culturale. La filosofia, il pensiero, la riflessione devono tornare a essere il punto di partenza. Fermarsi a pensare prima di andare avanti deve diventare un mantra.
Serve soprattutto ai manager di oggi, che hanno imparato ad agire in un certo modo e spesso fanno resistenza alle nuove tecnologie, confinandole a un chatbot con cui scambiare due domande.
Il punto è che siamo già oltre: viviamo con gli agenti, deleghiamo agli agenti di cercare e scegliere per noi. E se deleghiamo la scelta, dobbiamo farlo con etica e senso di responsabilità. Questo è il vero cambio di paradigma.
Formare sull’IA significa insegnare a premere i tasti giusti. Costruire cultura digitale significa insegnare a decidere quando premerli e perché. La prima si aggiorna a ogni versione del software. La seconda resta, e ti rende capace di governare qualsiasi tecnologia arrivi domani. Ecco perché questa differenza conta: gli strumenti passano, il modo di pensare resta».
A Pompei, il 16 luglio, ci saranno imprenditori, istituzioni e studenti universitari insieme. Cosa si aspetta che accada in quella serata?
«Pompei per me è l’immagine più forte di tutto Orbits, e ti spiego perché. Di solito, quando si parla di questi temi, ognuno parla a nome degli altri e nessuno si guarda in faccia.
Gli imprenditori parlano dei ragazzi, i ragazzi parlano degli imprenditori, gli accademici parlano delle istituzioni, le istituzioni parlano degli accademici. Tutti che parlano di qualcun altro, nessuno che parla con qualcun altro.
A Pompei mi aspetto esattamente il contrario. Imprenditori, istituzioni e studenti universitari nello stesso luogo, nello stesso momento, finalmente uno di fronte all’altro.
Mi aspetto che per una volta ci si guardi negli occhi e si capisca una cosa sola: siamo tutti sulla stessa zattera. Il cambiamento non lo fa una categoria per conto suo, lo facciamo insieme o non lo facciamo affatto.
E c’è un motivo in più per cui questa serata conta. Saremo in diretta su Sky, quindi non parliamo solo alla sala: diamo un’immagine al Paese. In un momento in cui l’Italia si racconta spesso divisa, ferma, in ritardo, Pompei mostra il contrario.
Mostra generazioni e mondi diversi che si mettono allo stesso tavolo per disegnare insieme il futuro. Scegliere Pompei, un luogo che ha attraversato i secoli, per parlare di società post-AI non è un caso: è il segno che sappiamo abitare la storia e progettare quello che viene».
Qual è la cosa che oggi le aziende italiane non stanno ancora capendo sulla trasformazione digitale, e che Orbits vuole dire ad alta voce?
«Due cose, e vanno dette insieme. La prima l’ho già accennata: questa è una rivoluzione di mindset prima ancora che tecnologica. Le aziende continuano a trattarla come un problema di strumenti da comprare, mentre è un problema di testa, di cultura, di modo di pensare. Chi parte dallo strumento arriva sempre in ritardo. Chi parte dal pensiero governa lo strumento.
La seconda è il messaggio che voglio dire ad alta voce, soprattutto alle persone. Si vive con la paura di perdere il lavoro a causa dell’IA. È la paura sbagliata. Nessuno perde il lavoro per colpa di una macchina, che agisce senza capire.
Le persone rischiano di essere sostituite da altre persone che l’IA la sanno usare meglio di loro. Il confronto vero resta sempre tra esseri umani. La macchina è lo strumento, la differenza la fa chi lo impugna.
E qui torno al cuore di tutto. Usare l’IA meglio non significa saper premere più tasti. Significa avere più capitale semantico: più senso da dare ai dati, più pensiero critico, più capacità di interpretare e decidere.
Vince chi tiene insieme la potenza della macchina e la profondità dell’essere umano. Chi delega alla macchina anche il pensiero si rende sostituibile con le proprie mani.
Ecco cosa Orbits vuole dire al Paese, e vogliamo dirlo forte. Il futuro non è una minaccia da temere, è un habitat da disegnare.
E possiamo disegnarlo bene solo a una condizione: mettere la tecnologia al servizio dell’intelligenza umana, mai il contrario. Le aziende che capiranno questo per prime non subiranno il cambiamento. Lo guideranno».
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