Manageritalia partecipa come Ecosystem Partner all’edizione di quest’anno del Milan Longevity Summit (20-23 maggio, Milano, Allianz MiCo), evento internazionale di riferimento sulla longevità, la salute e l’innovazione che riunisce scienziati, ricercatori, imprenditori, leader politici e istituzionali da tutto il mondo per discutere le ultime frontiere della scienza dell’invecchiamento sano e delle tecnologie per una vita più lunga e di qualità.
Ne parliamo Maria Pia Abbracchio, prof.ssa ordinaria di Farmacologia, già Rettrice vicaria con delega a ricerca e innovazione Università degli Studi di Milano La Statale, Co-Chair del Comitato scientifico del Milan Longevity Summit.
Dal punto di vista della farmacologia e delle neuroscienze, come è cambiato negli ultimi anni il concetto di longevità? Oggi si parla sempre più di “vivere meglio più a lungo”: cosa significa in termini scientifici e di politiche pubbliche?
«Questo è effettivamente il più grande cambiamento culturale avvenuto nel mondo scientifico degli ultimi anni nel campo dell’invecchiamento. Si è sviluppata sempre di più la consapevolezza che non solo possiamo vivere a lungo avvalendoci delle nuove conquiste della medicina, ma che è molto importante che gli anni “in più” siano caratterizzati da una soddisfacente qualità della vita, un buon livello di benessere psico-fisico, e un’autonomia personale il più possibile elevata.
Non solo in termini di salute generale, ma anche di ruolo sociale, di rapporti relazionali e motivazionali. Questo significa riuscire ad arrivare a tarda età continuando a fare le cose che amiamo, conservando affetti e amicizie e conducendo una vita soddisfacente ed attiva, anche se con ritmi diversi rispetto a come facevamo le stesse cose da giovani.
Quindi, sì alla prevenzione delle malattie, attraverso non solo la diagnostica ma anche mediante l’adozione di stili di vita che privilegiano cibi naturali e sani (meglio se gustati in compagnia!), associati a una moderata ma costante attività fisica; sì alla partecipazione ad attività ricreazionali insieme agli altri, e, se possibile, ad attività sociali che ci permettano di sentirci ancora utili alla comunità. E, al di sopra di tutto, sì agli interessi culturali e intellettuali, dal cinema alla lettura e allo studio, che rappresentano la ginnastica migliore per il nostro cervello.
No, invece, ad abitudini comportamentali che sappiamo essere deleterie per la nostra salute, quali il fumo e l’uso di droghe d’abuso, e no all’accanimento terapeutico quando questo ci porta solo a vivere in sofferenza per un tempo un po’ più lungo.
Dal punto di vista delle nuove politiche pubbliche, è cruciale rispondere al “Longevity shock”(ormai circa un quarto della popolazione italiana e dei paesi occidentali ha più di 65 anni), con la prevenzione sanitaria, insegnando buone pratiche per il mantenimento della salute, applicando le nuove potenzialità tecnologiche (soprattutto quelle legate all’uso dell’intelligenza artificiale) per monitorare le malattie al loro insorgere, definire cure sempre più personalizzate, e monitorare, anche a distanza, l’adeguatezza delle cure farmacologiche per il controllo delle malattie».
Quali sono i fattori chiave – biologici, ambientali e comportamentali – che oggi la ricerca considera determinanti per una longevità in buona salute? E quanto conta la prevenzione precoce lungo tutto l’arco della vita?
«Come già accennato sopra, l’alimentazione rappresenta uno dei fattori esterni (fra quelli che noi oggi chiamiamo “determinanti epigenetici”) più importanti per una longevità in buona salute.
E, come già anticipato, la prevenzione precoce, anche attraverso campagne di sensibilizzazione della popolazione, ha un ruolo fondamentale per ridurre il grado di malattia e, soprattutto, per prevenire la multi morbidità tipica della popolazione anziana, vale a dire la presenza contemporanea di più malattie.
È stata dimostrata una correlazione diretta fra il grado di istruzione e di informazione e la copresenza di più malattie, che si potenziano reciprocamente e che richiedono politerapie, cioè l’assunzione di più farmaci contemporaneamente, cosa che può incidere sulla fragilità dei pazienti».
Il Milan Longevity Summit mette insieme scienza, imprese e istituzioni. Quanto è importante, a suo avviso, questo approccio multidisciplinare per trasformare la ricerca sulla longevità in impatti concreti per la società?
«Direi che, più che importante, è ormai davvero indispensabile. Il grado di specializzazione non solo della medicina, ma anche di tutte le discipline necessarie a ridisegnare il mondo del futuro (economia, politiche sanitarie, fiscali e sociali, architettura per il disegno delle smart cities dove far convivere anziani con una popolazione giovane in grande diminuzione a causa del calo demografico) è ormai talmente elevato che nulla si può più fare da soli.
Gli esperti devono parlarsi con un approccio interculturale, multidisciplinare e trans generazionale il più possibile integrati, perché solo in questo modo le loro proposte possono trasformarsi in impatti reali sulla popolazione».
Nel suo ruolo di Prorettrice con delega a Ricerca e Innovazione ha osservato da vicino l’evoluzione del sistema accademico. Le università italiane sono pronte a dialogare con imprese e mondo del lavoro sui temi della longevità attiva?
«I progetti del PNRR, il piano nazionale di ripresa e resilienza in scadenza nei prossimi mesi, hanno avuto proprio lo scopo di avvicinare fra di loro il mondo accademico e il mondo delle imprese e del lavoro.
Non è un compito semplice, perché ci vuole buona volontà da entrambe le parti: le università devono uscire dalle loro torri d’avorio per incontrare il territorio e ascoltare i suoi bisogni; ma, dall’altra parte è necessario che anche le imprese parlino chiaro, indicando cosa è veramente di loro interesse, in modo da individuare i progetti congiunti da portare avanti insieme.
È un grande cambiamento culturale che si ottiene vincendo le resistenze e la “diffidenza” a rivelarsi reciprocamente scoperte, strategie e innovazioni, anche attraverso la condivisione della proprietà intellettuale in partnership pubblico-private, dove ognuno faccia la sua parte.
In questo momento, l’intero territorio italiano è un laboratorio vivente con moltissimi progetti in corso soprattutto sulla medicina digitale, con risultati iniziali di grandissimo interesse, che richiederanno però di essere consolidati per potersi trasformare in nuove modalità di interazione Accademia-industria consolidate».
Longevità significa anche ripensare il lavoro lungo tutto l’arco della vita. Quali cambiamenti culturali e organizzativi sono necessari per valorizzare le competenze delle persone senior senza penalizzare le nuove generazioni?
«Questo è un aspetto importantissimo da risolvere a livello organizzativo e anche fiscale, dato che l’assistenza medica a una popolazione anziana in continuo aumento richiede una contribuzione sempre maggiore da parte della popolazione lavorativa attiva, che invece, proprio a causa del calo demografico, continua a diminuire.
La prima cosa da fare, a mio parere, è pagare molto di più i giovani, in modo che si fermino nel nostro paese e non vadano a cercare all’estero stipendi più adeguati alle loro professionalità.
Se non li paghiamo meglio, i nostri ragazzi se ne vanno, e questo ovviamente non può che peggiorare la situazione italiana. L’altra cosa da fare è consentire a chi fra i senior se la sente e desidera farlo, di poter continuare a lavorare, fornendo supporto ai più giovani e condividendo con loro la grande esperienza sviluppata. Anche semplicemente part-time o a livello di volontariato: le cose da fare sono tantissime».
Dal punto di vista scientifico, che relazione esiste tra lavoro, stress, benessere cognitivo e invecchiamento sano? E quali errori stiamo ancora facendo nei modelli organizzativi?
«Lo stress agisce in maniera negativa sul nostro genoma a qualunque età, riducendo il benessere fisico e mentale e rendendoci suscettibili ad un invecchiamento più precoce.
Proprio pochi giorni fa è stato pubblicato su Nature Medicine un articolo dove si correlano il livello di invecchiamento cerebrale con ben 73 “esposomi” diversi (intendendo per esposoma l’insieme di tutte le condizioni fisiche e sociali in cui viviamo), caratteristici di varie popolazioni in diverse regioni del mondo.
I risultati dimostrano che la combinazione di condizioni fisiche disagiate (quali: vivere in climi caldi e aridi con scarso accesso ad acqua pulita e a cibo di qualità, in assenza di verde, o in luoghi caratterizzati da disastri ambientali) con condizioni sociali precarie (scarso accesso all’istruzione, mancanza di politiche sanitarie e sociali, e, perfino, livelli bassi di partecipazione sociale e politica nelle autocrazie o nelle democrazie illiberali) è associata a più precoce perdita delle capacità cognitive, e ad accelerazione dell’invecchiamento cerebrale.
Questo studio ci dice chiaramente su quali fattori dobbiamo lavorare per poter garantire a tutti e a tutte un invecchiamento sano e attivo».
Che ruolo possono avere i manager nel promuovere ambienti di lavoro che favoriscano salute, benessere e longevità? Quali competenze manageriali diventeranno sempre più cruciali nei prossimi anni?
«Il ruolo del manager è chiaramente molto importante e dal mio punto di vista ritengo che doti quali l’ascolto e la condivisione delle decisioni siano fondamentali per mantenere un ambiente lavorativo sereno e produttivo.
Credo che modelli classici adottati nel passato, quali quello dell’uomo (o della donna) soli al comando, che decidono autonomamente senza consultarsi con nessuno (o peggio ancora senza comunicare le proprie decisioni) non possano più funzionare in un mondo multiculturale che deve essere rispettoso delle sensibilità e dei valori di tutti.
Un manager carismatico e rispettato dovrà essere non più soltanto esperto delle competenze specifiche richieste dall’azienda, ma dovrà anche essere capace di prendere le decisioni giuste che permettano a ciascuno di sentirsi utile e apprezzato all’interno della comunità lavorativa.
Il riconoscimento della dignità lavorativa di tutti e tutte è fondamentale anche per la produttività, perché soltanto chi si sente parte di una comunità può dare il meglio di se stesso».
Innovazione tecnologica e AI stanno trasformando sia la medicina sia il lavoro. Vede rischi o opportunità specifiche per una longevità di qualità, soprattutto dal punto di vista cognitivo e relazionale?
«Le opportunità specifiche dell’applicazione dell’innovazione tecnologica e della AI sono straordinarie. Nella medicina, potranno garantire la decentralizzazione delle cure dagli ospedali agli ambulatori e ai medici di famiglia, soprattutto se verrà attuata la riforma del medico di famiglia di cui si sta parlando in questi mesi.
Questo ci permetterà di ridurre la spesa sanitaria di circa il 60%, rendendola quindi sostenibile nonostante l’incremento continuo della popolazione senior. Permetterà anche di mantenere la popolazione anziana in buona salute, il che già di per sé inciderà positivamente sulla spesa globale.
Nel lavoro, c’è molto timore che l’intervento della AI porti a una riduzione delle posizioni lavorative; questo può anche essere vero, ma consideriamo che il mondo lavorativo sta vivendo una trasformazione epocale, e che i nostri ragazzi svolgeranno nuovi mestieri che noi neanche possiamo immaginare.
Credo che quelli che stiamo vivendo siano processi trasformativi da cui dobbiamo necessariamente passare per ridefinire l’organizzazione e le tipologie del lavoro del futuro.
Certo, i rischi ci sono. Il rischio maggiore è quello di perdere il controllo delle tecnologie digitali, ed è per questa ragione che dobbiamo fare tutto il possibile per governare al meglio la tecnologia, che deve sempre rimanere sotto il controllo umano».
Se dovesse lasciare un messaggio a decisori pubblici, imprese e comunità manageriale, quale sarebbe la priorità su cui investire oggi per preparare una società longeva e sostenibile domani?
«Credo che la priorità maggiore sia promuovere le nuove conoscenze che abbiamo all’interno dell’intera cittadinanza. Le novità, soprattutto quando riguardano la tecnologia, possono generare timore e diffidenza, soprattutto se non le si conosce bene. Diffondere la conoscenza e informare serve a dissipare la paura e ad accettare il cambiamento.
Dal punto di vista più pratico, credo si debba investire in modo particolare sul training delle nuove generazioni, insistendo in particolare sulle competenze trasversali, sullo sviluppo dell’imprenditorialità, sulla capacità di imparare per tutta la vita, apprendendo da chi ha più esperienza oppure è diverso da noi, perché questo aiuta anche a sviluppare tolleranza per culture diverse.
È necessario investire anche, fin dalla scuola primaria, sulla partecipazione attiva e responsabile alla comunità e sulla solidarietà reciproca, che sono caratteristiche fondamentali del moderno cittadino; le uniche che potranno portarci a sviluppare comunità consapevoli, responsabili e resilienti, in grado di affrontare le grandi sfide che ci aspettano».

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