Tornano le interviste di Manageritalia Next, in cui giovani e manager si confrontano su aspettative ed esigenze del mondo del lavoro. In questo secondo appuntamento ospitiamo Elena Vissani e Patrick Abbattista. Elena è laureanda magistrale in Global Development and Entrepreneurship e studentessa alla Business School di Strasburgo, dove sta frequentando il Master in International and European Business. Patrick è il fondatore di DesignWanted, magazine online dedicato al design nato nel 2015 come pagina Instagram e oggi testata internazionale.
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Guardando al tuo percorso personale e professionale, qual è stata la decisione più coraggiosa che hai preso come giovane professionista?
«Probabilmente quella di lasciare la prima azienda in cui ho lavorato a 24 anni, con uno stipendio importante per quell’età e un percorso di carriera abbastanza lineare. Ho deciso di cambiare perché ho sempre avuto l’impulso di fare qualcosa che dipendesse interamente da me, anche se non sapevo ancora cosa. In azienda mi sentivo stretto all’interno dei processi che percepivo come limiti alla mia voglia di fare e di imparare. Diciamo che preferivo la sperimentazione alla sicurezza. Ho poi fatto esperienze professionali diverse, lavorando nel mondo degli eventi e come consulente… più che il coraggio, il mio criterio è sempre stato il desiderio di alzarmi la mattina ed essere felice di quello che facevo».
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che volevi creare un’impresa e non semplicemente lavorare in un’azienda?
«No, non c’è stato un momento preciso. Credo che queste scelte siano legate all’attitudine e alle esperienze che maturano nel tempo. Fin da piccolo sono stato appassionato di quello che oggi chiamiamo problem solving. I miei giochi preferiti erano i puzzle e i Lego: adoravo costruire, trovare i pezzi, montarli e smontarli. Era una mia caratteristica che ritrovo nell’imprenditorialità, perché devi continuamente rivedere i pezzi e ricombinarli. Anche il desiderio di autonomia c’è sempre stato, invece in un’azienda, piccola o grande che sia, esistono schemi precisi e devi adattarti a processi che magari non senti tuoi. Insomma, sono tanti pezzi che si sommano. Le esperienze si sedimentano, finché un giorno la decisione matura».
Nel mondo delle startup si parla quasi esclusivamente di innovazione. Qual è la differenza tra un’idea innovativa e un progetto che crea davvero valore?
«Un’idea innovativa non diventa necessariamente un progetto innovativo. Molte persone hanno intuizioni. Trasformare un’intuizione in qualcosa di concreto, però, è un’altra cosa: significa organizzare le risorse e dare forma a quella visione. Occorre definire un processo di sviluppo, garantire degli standard, arrivare sul mercato e ottenere riscontri. Per me la vera innovazione dimostra, attraverso la sua applicazione, di produrre effetti positivi su una comunità: deve avere un raggio d’azione ampio. Quando vedo progetti che sono voli pindarici, pensati solo per esibire competenze senza produrre ricadute più ampie, non li considero innovazione: sono un’esibizione che non genera valore all’esterno».
Considerando l’evoluzione del mondo del lavoro, quali caratteristiche distingueranno gli imprenditori di successo nei prossimi dieci anni?
«Oggi è quasi impossibile sapere dove saremo tra un anno, figurati tra dieci. L’importante è dotarsi di strumenti da utilizzare se le regole del gioco cambiano, e secondo me questi strumenti sono le soft skills, la dimensione umana. Sarà fondamentale sapersi adattare e saper ascoltare non soltanto colleghi e dipendenti, ma anche il mercato e gli scenari che evolvono rapidamente. Conterà anche la capacità di sintesi. In un mondo complesso, un buon manager e un buon imprenditore devono semplificare le cose a vantaggio della squadra. Alcuni hanno una visione d’insieme, altri vedono soltanto una parte dell’attività: devono ricevere le informazioni rilevanti per loro, contestualizzate nel lavoro del team. Un altro aspetto che sottolineo è l’empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri, che non è così diffusa. Sul piano imprenditoriale permette di anticipare i bisogni delle persone e del mercato».
Quanto conta l’intelligenza artificiale nella tua impresa e come la utilizzate? E come insegni a utilizzarla in università?
«Parto dalla seconda domanda: non intervengo sugli strumenti tecnici degli studenti ma li faccio lavorare sul pensiero. Possono usare l’AI per la presentazione, ma il ragionamento devono svilupparlo in gruppo, anche perché è fin troppo evidente quando un lavoro è stato fatto interamente dall’AI. Quanto a noi, siamo un magazine online e l’intelligenza artificiale può darci una grande mano, per esempio nella traduzione dei comunicati, nella gestione delle industry news e per i social (didascalie, ricerca di informazioni, nuovi angoli di narrazione…). Non la usiamo per produrre contenuti, per i quali voglio preservare la figura del giornalista: siamo una testata registrata e le firme portano credibilità sul mercato e nei rapporti con le aziende. L’AI è una leva per potenziare il team. Se oggi in cinque facciamo 100, possiamo arrivare a fare 1.000 restando in cinque? Questa è la mia sfida».
Parliamo delle nuove generazioni. Guardando al mondo universitario, sia come insegnante sia come manager, pensi che gli studenti siano pronti a entrare nel mondo del lavoro una volta terminati gli studi?
«Vuoi una risposta onesta? No, penso che non siano pronti. Ma nessuno lo è mai davvero. In parte perché ogni passaggio richiede un adattamento, come quando si passa dalle elementari alle medie o dalle medie alle superiori. In più, oggi i cambiamenti sono così rapidi che, anche preparandosi per un anno, si rischia di uscire dalla scuola e trovare un mondo già diverso. Dovrebbe aiutare l’aver capito che cosa si vorrebbe fare, non tanto il ruolo preciso, quanto l’ambito in cui ci si vuole mettere in gioco. Questa consapevolezza andrebbe maturata prima di entrare nel mondo del lavoro.
Restando sul tema della generazione Z, che cosa ti colpisce di più quando una persona di questa generazione entra in azienda e inizia a lavorare?
Patrick Abbattista: «Nei giovani vedo una sensibilità sociale e ambientale più radicata rispetto alla mia generazione. Per loro certi comportamenti quotidiani sono uno standard, non qualcosa in più. Lo ritrovo anche in azienda: condividono con naturalezza la nostra attenzione all’innovazione, alla riduzione dell’impatto ambientale e all’inclusività sociale… sono aspetti che considero molto positivi. Dall’altra parte, nella mia esperienza, a volte noto una minore disponibilità a mettersi in gioco quando questo significa mettere in discussione convinzioni già acquisite o rischiare di fallire. La capacità di fare qualcosa, raccogliere i risultati – positivi o negativi – e ripartire va sviluppata».
Se dovessi assumere un neolaureato domani, quali aspetti guarderesti oltre al curriculum?
«Il curriculum mi serve come punto di partenza per fare domande sui perché: perché ti sei trasferito a Milano per studiare design? perché hai lavorato durante gli studi? perché ti sei candidato in DesignWanted? Voglio capire perché una persona ha compiuto certe scelte, come è arrivata fin lì. Cerco l’intenzione. Anche se in quel momento non fosse quella giusta per noi, per me è importante che ci sia una direzione: faccio questo perché voglio arrivare a quello, non perché una cosa vale l’altra. Naturalmente, a una certa età, le idee non sono sempre chiarissime».
Passiamo alle esperienze internazionali. C’è un paese o un ecosistema imprenditoriale che consideri particolarmente interessante da osservare oggi?
Patrick Abbattista: «Parlando di Europa, considero interessanti i Paesi nordici: qui i rapporti burocratici sono più snelli e le persone meno impostate, c’è la possibilità di entrare in contatto con aziende note anche semplicemente scrivendo una mail. I grandi brand si dimostrano spesso disponibili a portare avanti una buona idea proposta da un giovane: durante le Design Week di Stoccolma e Copenaghen vedo spesso collaborazioni tra grandi marchi e persone appena uscite dalla scuola, ancora sconosciute. A Milano, pur essendo la capitale del design, mi capita di vederlo molto più raramente. Fuori dall’Europa, un tempo avrei indicato gli Stati Uniti; oggi personalmente non ci andrei. Guarderei forse all’Asia, per esempio a Singapore, per le risorse e il network».
Per un giovane che sogna una carriera internazionale, qual è il primo passo concreto da fare già durante l’università?
«Partire. Se oggi avessi vent’anni, organizzerei viaggi di un paio di settimane nei luoghi in cui penso che potrei vivere. Prima di arrivare cercherei quattro o cinque persone da incontrare, soprattutto attraverso LinkedIn, unendo lo svago a una prima esplorazione. Lo farei per capire dai locals come funzionano le cose e per iniziare a costruire un network a cui chiedere consigli e, un domani, opportunità. È una via di mezzo tra lasciare tutto e vedere che cosa succede e non partire mai perché non si conosce nessuno».
DesignWanted si è espansa su scala globale. Quali passi concreti hanno permesso questa crescita?
«Sicuramente lavorare in inglese fin dal primo giorno, scelta fatta per differenziarmi: nel 2015, quando sono partito, il mercato “in italiano per italiani” era già molto affollato. Invece, essere un italiano che parlava di design mi ha permesso di diventare un ponte tra l’Italia e il resto del mondo, sia per le aziende italiane sia per quelle estere. Poi, le collaborazioni con gli eventi: ho iniziato subito a contattare eventi di design nel mondo che avessero rilevanza nazionale o internazionale, proponendo partnership in visibilità. Questo mi ha permesso di far conoscere il brand e costruire relazioni anche coi designer, che pian piano volevano apparire sulla pagina e in poco tempo DesignWanted si è diffusa nel mondo.
Negli ultimi anni le dinamiche geopolitiche hanno avuto un impatto sulla tua azienda?
«Sì, soprattutto negli ultimi sei anni, anche se le nostre dimensioni e una struttura più leggera rispetto ai grandi gruppi editoriali ci permettono di adattarci. Da qualche anno non collaboriamo più con Mosca e più recentemente abbiamo ridotto anche le partnership con il Medio Oriente. L’impatto non riguarda soltanto i nostri rapporti diretti: le aziende italiane, che costituiscono il nostro primo mercato di clienti, incontrano difficoltà a vendere in Russia, in Medio Oriente e in Cina. Di conseguenza riducono budget e investimenti… e spesso la comunicazione è tra le prime voci a essere tagliate, perché se ne sottovaluta la necessità. Dobbiamo quindi trovare proposte alternative per mantenere attive le collaborazioni. Ci sono però altri mercati che stanno emergendo: l’Europa si sta rafforzando e il mercato interno si sta sviluppando. Anche gli Stati Uniti restano di grande interesse per le aziende. Stiamo esplorando Giappone e Corea, dove abbiamo grande seguito, mentre la Cina rimane troppo distante concettualmente: segue logiche di comunicazione molto diverse, come il ricorso sempre più massiccio di creator piuttosto che di testate editoriali».
Concludiamo con due domande più personali. Qual è il miglior consiglio professionale che hai ricevuto?
«Ne ho ricevuti diversi, anche se preferisco osservare le persone all’opera piuttosto che chiedere consigli. Uno mi è rimasto particolarmente impresso: me lo diede Francesco Morelli, fondatore dell’Istituto Europeo di Design. Lo stavo intervistando e a un certo punto mi guardò e disse: Puoi andare in alto quanto vuoi, ma se non sai lavare i piatti non conti niente. Lì per lì mi sembrò un’affermazione strana; poi ne ho compreso meglio il significato. Il senso era ottenere risultati restando ben piantati a terra. È facile esaltarsi per un piccolo successo o abbattersi per una sconfitta, perdendo di vista l’obiettivo. Fermarsi e lavare i piatti può aiutare a ritrovare quella misura».
C’è un libro, un’esperienza o un incontro che ha cambiato il tuo modo di vedere il mondo?
«Un libro che mi ha fatto vedere le cose in modo diverso è Antifragile di Nassim Nicholas Taleb. La tesi di fondo, semplificandola molto, è che non basta cadere e rialzarsi: bisogna rialzarsi migliori di prima. Attraverso esempi anche filosofici, riflette sulle società contemporanee, in cui siamo abituati ad avere tutto premendo un pulsante e abbiamo perso familiarità con la fatica e l’incertezza, che fino a un secolo fa, o anche meno, facevano parte della quotidianità. In una dimensione sana, questo si ricollega al fallimento: è importante concedersi la possibilità di imparare quando si è caduti, per rialzarsi senza limitarsi a tornare allo stato iniziale. Non siamo fatti di memory foam. Tra gli incontri, penso anche a un professore di italiano e storia delle superiori. Avevamo una classe molto particolare, ma con lui tutti seguivano: non perché fosse severo, ma per la passione che trasmetteva verso ciò che insegnava».