Tra guerre commerciali, tensioni geopolitiche, debiti pubblici record, rivoluzione dell’intelligenza artificiale e nuove guerre valutarie, comprendere i mercati significa sempre più comprendere gli equilibri di potere che stanno ridisegnando il mondo.
Nel suo libro La geopolitica del denaro. Come il nuovo ordine mondiale sta cambiando mercati, potere e il destino dei nostri risparmi (Hoepli editore), Jonathan Figoli propone una chiave di lettura per interpretare le grandi trasformazioni in corso e i loro effetti su imprese, investimenti e risparmio.
Ne abbiamo parlato con lui cercando di capire quali sono i rischi e le opportunità che attendono l’Europa, quale futuro aspetta il sistema monetario internazionale e come orientarsi in una fase storica caratterizzata da crescente incertezza.
La geopolitica è tornata al centro dell’economia. Qual è stato il momento in cui abbiamo capito che i mercati non potevano più essere spiegati soltanto attraverso la finanza?
«Più che un momento preciso, abbiamo assistito alla sovrapposizione di una serie di shock: la crisi finanziaria del 2008, la pandemia, la guerra in Ucraina, la crisi energetica, le sanzioni alla Russia e infine il ritorno dei dazi e del protezionismo americano.
Di fatto, come sostengo nel libro, il secolo breve del benessere iniziato con gli accordi internazionali di Bretton Woods è finito e siamo passati in fretta dal mito della globalizzazione ad un approccio sovranista che mette in discussione l’approccio agli investimenti che avevamo fino a qualche anno fa.
Oggi energia, moneta, tecnologia, demografia e commercio non sono più soltanto variabili economiche, ma strumenti di pressione politica».
Nel libro descrive il passaggio da un ordine unipolare guidato dagli Stati Uniti a un sistema multipolare. Quali forze stanno realmente ridefinendo gli equilibri economici mondiali?
«La competizione USA-Cina è certamente l’asse principale, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. India, BRICS+, Paesi del Golfo e Sud-Est asiatico stanno acquisendo un peso economico e politico crescente.
Come afferma Ray Dalio, il potere di una nazione dipende contemporaneamente da tecnologia, competitività, produzione, commercio, forza militare, mercati finanziari e forza della propria valuta e oggi molte di queste variabili si stanno muovendo contemporaneamente. In pratica stiamo assistendo alla definizione di un mondo multipolare dove ognuno vuole affermare la propria identità.
Aggiungerei poi un fattore spesso sottovalutato: la demografia. India e Sud-Est asiatico hanno popolazioni giovani e mercati in espansione, mentre Cina, Europa e Giappone invecchiano rapidamente.
La geopolitica dei prossimi trent’anni si deciderà anche e soprattutto da questi aspetti».
Lei sostiene che il denaro sia una forma di potere. Oggi questo potere è ancora nelle mani delle banche centrali o si è spostato verso grandi fondi e piattaforme tecnologiche?
«Direi che il potere si è distribuito, non semplicemente trasferito. Le banche centrali conservano un potere enorme perché controllano moneta e costo del capitale.
Ma accanto a loro sono cresciuti soggetti privati con dimensioni quasi sovrane. Ad esempio i grandi fondi americani come BlackRock, Vanguard e State Street controllano insieme partecipazioni significative in migliaia di aziende e gestiscono masse comparabili al PIL di grandi aree economiche.
E poi ci sono le Big Tech: chi controlla cloud, dati, semiconduttori e intelligenza artificiale controlla ormai infrastrutture indispensabili all’economia.
Come osserva Riccardo Puglisi nel libro, la questione diventa quindi: chi decide dove finiscono i nostri risparmi e secondo quali priorità e finalità? È una domanda finanziaria, ma ormai anche geopolitica».
L’Europa rischia davvero di diventare, come scrive, “un eterno vassallo” tra Stati Uniti e Cina?
«L’Europa dispone di uno dei più grandi mercati e di uno dei maggiori patrimoni privati del pianeta, ma dipende dagli Stati Uniti per sicurezza, cloud, piattaforme digitali e buona parte dei mercati finanziari; dalla Cina per molte materie prime e componenti strategici; dall’estero per molta dell’energia che consuma.
Nel libro sostengo che il vero problema europeo non sia la mancanza di ricchezza, ma l’incapacità di trasformare la propria ricchezza in potere strategico.
Servono un mercato dei capitali realmente integrato, una politica industriale comune, autonomia energetica, capacità tecnologica e difesa europea.
E invece rimaniamo 27 teste pensanti con opinioni diverse su tatnti temi chiave e questo non può che avvantaggiare Stati Uniti e gli altri grandi paesi».
Le valute sono tornate ad essere strumenti geopolitici. Cosa ci sta dicendo, in particolare, il caso dello yen?
«Il Giappone è un caso straordinariamente importante perché per oltre vent’anni i bassissimi tassi giapponesi hanno alimentato il cosiddetto carry trade: indebitarsi in yen a basso costo per investire in attività con rendimenti superiori altrove.
Ora la Bank of Japan ha iniziato a normalizzare la politica monetaria e questo equilibrio sta cambiando.
Nel libro sottolineo un effetto che riguarda direttamente soprattutto gli Stati Uniti: il Giappone è uno dei maggiori detentori esteri di Treasury e, se rendimenti domestici e yen diventassero più attraenti, una parte dei capitali giapponesi potrebbe avere meno incentivo a finanziare il debito americano.
Perdere il principale finanziatore quando hai un debito di 40.000 miliardi con scadenze soprattutto a breve termine (oltre 10.000 miliardi nel solo 2026) fa comprendere bene quanto oggi il denaro influenzi la geopolitica».
Una valuta relativamente debole può diventare anche uno strumento di politica industriale. Quanto lo yen può incidere sulla competitività europea?
«Il cambio è diventato parte della competizione industriale. Se un’impresa europea compete con un produttore giapponese che beneficia di una valuta più debole, mentre contemporaneamente sostiene costi energetici più elevati e maggiori vincoli regolatori, la differenza può diventare sostanziale.
E questo vale ancora di più rispetto alla Cina. Per un’impresa europea, quindi, il rischio valutario non è più soltanto una voce finanziaria da coprire: può determinare competitività, margini, export e decisioni di localizzazione produttiva».
Stati Uniti, Cina e Giappone sembrano avere maggiore libertà nel sostenere le proprie industrie. L’Europa rischia una crescente penalizzazione competitiva?
«Gli Stati Uniti utilizzano deficit, incentivi fiscali e politica industriale; la Cina combina credito pubblico, sussidi e pianificazione strategica; il Giappone ha convissuto per decenni con un debito pubblico superiore al 200% del PIL grazie a un sistema monetario peculiare.
L’Europa, invece, deve coordinare 27 politiche fiscali, interessi nazionali differenti e un’unica politica monetaria. Nel libro Ciro Rapacciuolo ricorda inoltre che le imprese italiane pagano già svantaggi competitivi importanti, a partire dall’energia.
Ma voglio essere ottimista: prendiamo la corsa all’intelligenza artificiale, essendo rimasti indietro abbiamo l’opportunità di imparare dagli errori degli altri Paesi (USA e Cina hanno due approcci differenti) e adottare le politiche regolamentari che permettano di sfruttare questa importante innovazione nel rispetto della centralità della persona (cosa non così scontata né in Usa né in Cina)».
L’intelligenza artificiale sta attirando capitali enormi. È una rivoluzione reale oppure stiamo costruendo una nuova bolla dot-com?
«L’AI è sicuramente una tecnologia trasformativa e, come sottolinea Gregorio De Felice nel libro, potrebbe rappresentare una delle leve più importanti per rilanciare la produttività delle economie mature.
Ma vediamo anche la quotazione di Space X, una grande tecnologia non rende automaticamente corretto qualsiasi prezzo pagato per possederla.
Oggi alcune valutazioni incorporano già aspettative eccezionali, mentre gli investimenti in data center, chip ed energia sono enormi e devono ancora dimostrare ritorni economici proporzionati.
La domanda decisiva per l’investitore non è quindi “l’AI cambierà il mondo?”, è capire quali aziende riusciranno a trasformare questa rivoluzione in cash flow sufficienti a giustificare le valutazioni attuali».
Se dovesse indicare un rischio oggi sottovalutato dai mercati, sceglierebbe debito, geopolitica, demografia o eccesso di aspettative sull’AI?
«Non ne sceglierei solo uno. Quello che cerco di far comprendere al lettore del libro è che oggi siamo in un mondo così complesso che si deve considerare l’interazione fra tutti questi rischi. Ed è proprio questo che il mercato tende a sottovalutare.
Un conflitto in Medio Oriente può far salire l’energia; l’energia può riaccendere l’inflazione; l’inflazione può mantenere elevati i tassi; tassi elevati aumentano il costo di rifinanziamento di Stati già fortemente indebitati e contemporaneamente riducono le valutazioni delle aziende growth.
A tutto questo si aggiunge la demografia: meno lavoratori e più pensionati significano meno crescita potenziale e maggiore spesa pubblica. Il rischio sistemico raramente nasce da una variabile isolata. Nasce quando vulnerabilità apparentemente indipendenti iniziano ad alimentarsi reciprocamente».
Il Treasury americano a 30 anni ha superato il 5,3%, raggiungendo livelli che non vedevamo dal 2007. È soltanto un movimento dei tassi o un segnale più profondo?
«È un segnale che prenderei molto sul serio: il debito americano non andrà in crisi nel breve periodo ma è il più chiaro segnale di come oggi non esistano più investimenti “sicuri”. Dietro questi tassi ci sono almeno tre forze: timori inflazionistici alimentati anche dall’energia, deficit e necessità di emissioni enormi, e una domanda internazionale per Treasury che mostra segnali di indebolimento.
Nel libro dedico un intero capitolo al “prezzo del debito”: gli Stati Uniti si avvicinano ai 40.000 miliardi di dollari di debito e quando il mercato pretende un rendimento maggiore per finanziarli si crea un meccanismo potenzialmente perverso: più interessi, più deficit, più debito da emettere, quindi maggiore rendimento richiesto dagli investitori.
E c’è un secondo aspetto che riguarda direttamente manager e investitori: se il Treasury rende oltre il 5%, aumenta il costo del capitale delle imprese e diventa più costoso finanziare investimenti, immobili e acquisizioni. Per questo il problema del debito americano non rimane mai solo americano».
Tra dieci anni vivremo ancora in un mondo dominato dal dollaro oppure entreremo in un sistema con più valute e più centri di potere?
«La “morte del dollaro” non è imminente ma è altrettanto vero che le sanzioni applicate alla Russia con il blocco del sistema Swift per i pagamenti internazionali ha aperto una grande fase di dedollarizzazione che si riscontra anche nella sostituzione con l’oro nelle riserve delle varie banche centrali.
Oggi non esiste un’alternativa con la stessa combinazione di liquidità, convertibilità, profondità dei mercati finanziari e fiducia istituzionale. Lo yuan è limitato dai controlli sui capitali e l’euro ha una grande economia alle spalle ma non dispone ancora di un mercato dei capitali e di un debito federale comparabili a quelli americani.
È però molto plausibile un mondo nel quale il dollaro rimanga primo, ma sia meno dominante: più commercio regolato in valute locali, sistemi di pagamento alternativi e maggiore diversificazione valutaria.
È esattamente la direzione analizzata nel libro che stanno adottando molti Paesi: non sostituire il dollaro, ma ridurre progressivamente la dipendenza da esso».
E concretamente, cosa significa tutto questo per un risparmiatore europeo? Come ci si prepara a un mondo più instabile?
«La prima conseguenza è che diversificare non significa più semplicemente possedere un po’ di azioni e un po’ di obbligazioni. Se entrambe sono concentrate nello stesso Paese, nella stessa valuta o nello stesso tema tecnologico, il rischio rimane celevato.
Nel libro ricordo che nel 2022 persino il tradizionale portafoglio 60/40 ha perso circa il 16% perché azioni e obbligazioni sono scese contemporaneamente.
Oggi bisogna ragionare per esposizioni: geografia, valuta, settori, duration, inflazione, materie prime e asset reali.
Questo non significa inseguire continuamente le crisi geopolitiche, ma costruire patrimoni capaci di sopravvivere a scenari diversi».

