Giovani e lavoro: cosa serve per tornare in Italia?

Il Rapporto CNEL “Giovani Expat. Come farli tornare” sull'emigrazione giovanile italiana 

Il Rapporto CNEL sui giovani italiani all’estero mette in luce una domanda che va oltre gli incentivi al rientro: rendere il mercato del lavoro italiano più competitivo per salari, merito e valorizzazione delle competenze.

Il tema dei giovani italiani che scelgono di lavorare all’estero torna al centro del dibattito con il Rapporto CNEL “Giovani Expat. Come farli tornare”, presentato il 7 settembre. Il fenomeno non sembra essere soltanto una questione di mobilità internazionale, ma anche un indicatore della capacità del mercato del lavoro italiano di trattenere e valorizzare il capitale umano. Il Rapporto, realizzato sulla base di oltre 2.500 risposte di giovani italiani tra i 18 e i 34 anni che vivono all’estero, mostra infatti una popolazione altamente qualificata: il 93% dei partecipanti è laureato e il 58% ha lasciato l’Italia subito dopo gli studi, senza avervi mai lavorato.

I dati indicano con chiarezza quali condizioni potrebbero favorire un rientro. L’aumento delle retribuzioni è considerato estremamente rilevante dall’83% degli intervistati; seguono le opportunità di lavoro adeguate al proprio profilo e la valorizzazione del merito, indicata dal 79%. Anche gli incentivi al rientro e la conciliazione tra vita e lavoro assumono un peso significativo.

Il dato più interessante, tuttavia, è forse quello relativo alle ragioni della partenza. Alle basse retribuzioni si affiancano la percezione di una cultura del lavoro arretrata e la scarsa valorizzazione delle competenze. Ne emerge un quadro nel quale il livello retributivo rappresenta solo una parte delle motivazioni che spingono i giovani a cercare opportunità all’estero.

È un tema che chiama in causa anche le imprese. Come evidenziato nell’analisi dedicata al Rapporto, il problema può essere letto attraverso quella che è stata definita la “trappola della produttività”: salari contenuti e una domanda insufficiente di competenze qualificate possono contribuire a ridurre gli investimenti nel capitale umano e, nel lungo periodo, a frenare la stessa produttività.

In questa prospettiva, il rientro dei giovani non dovrebbe essere considerato soltanto come l’obiettivo di una politica di incentivo. Le condizioni che possono convincere un giovane a tornare sono, in larga parte, le stesse che possono convincere un giovane a restare. Retribuzioni competitive, percorsi professionali basati sulle competenze, possibilità di crescita e maggiore riconoscimento del merito diventano così elementi di attrattività del sistema nel suo complesso.

Il tema, dunque, non è soltanto come riportare in Italia chi è partito, ma come costruire un mercato del lavoro nel quale partire non rappresenti l’unica strada per trovare condizioni professionali migliori. Il Rapporto CNEL offre, da questo punto di vista, un’indicazione precisa: ascoltare le ragioni dei giovani può essere il primo passo per comprendere dove intervenire, nelle politiche pubbliche ma anche nelle organizzazioni e nelle imprese.

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