I tedeschi affrontano il tema demografico sulle pensioni con coraggio. Per noi ci sono stimoli, ma senza copiare.
Due riforme, due strategie
Avete visto la riforma pensioni in Germania? In realtà sono due riforme, non una. E vale la pena distinguerle, perché rispondono a logiche complementari e viaggiano a velocità diverse.
Con una prima riforma, già legge (dicembre 2025), hanno bloccato il tasso di sostituzione (ovvero quanto si prende di pensione rispetto all’ultimo stipendio) al 48% fino al 2031, ma con presupposti diversi dal nostro sistema previdenziale.
In Germania questo tasso si calcola prendendo a riferimento una retribuzione media dopo 45 anni di versamenti contributivi. Il risultato è trasparente e soprattutto misurabile. Da noi il tasso si riferisce alla prestazione possibile, che ultimamente si aggira intorno al 60% dell’ultima retribuzione dei lavoratori dipendenti, che tra l’altro sono mediamente molto più basse di quelle tedesche.
Anche il prelievo contributivo in Germania è comunque molto più basso rispetto all’Italia, dove datore di lavoro per la maggior parte e il lavoratore per una parte più ridotta pagano il 33% di ciascuna retribuzione lorda all’Inps, contro una attuale aliquota contributiva in Germania di 18,6%.
Due sistemi che partono dunque da basi strutturalmente diverse: un tasso di sostituzione più basso (ma garantito con sforzi sui conti pubblici e quindi sulle spalle delle future generazioni) su una retribuzione più alta e con meno prelievo contributivo non è direttamente comparabile a un tasso più alto su una retribuzione più bassa e con più prelievo.
Lavorare più a lungo e riconoscere il lavoro di cura
Il pacchetto introduce anche incentivi per chi continua a lavorare da pensionato (fino a 2.000 euro esentasse) per garantire l’occupazione dei lavoratori anziani con maggiori competenze e rafforza i crediti contributivi alle madri: quest’ultimo un intervento interessante, che riconosce nel sistema previdenziale il valore del lavoro di cura. Costo dell’intera riforma è di 185 miliardi in 15 anni, finanziata dai conti pubblici e alzando i contributi dal 18,6% verso il 21% circa entro il 2040.
È stata una riforma politica, nel senso migliore del termine: tiene insieme una coalizione, difende il potere d’acquisto dei pensionati attuali e prende tempo prima di affrontare la partita più difficile. Per quello che leggiamo, è criticata dalle giovani generazioni che vedono aumentare il peso dei conti pubblici e i costi delle loro retribuzioni per avere prestazioni garantite entro certi limiti solo fino al 2031.
La seconda riforma: una quota delle pensioni sui mercati
La seconda riforma di cui invece si parla in questa estate è ancora un disegno di legge ed è attesa in Parlamento entro la fine dell’anno. Introduce dal 2028 un contributo aggiuntivo, fino al 2%, da investire sui mercati attraverso un fondo pubblico ispirato al modello svedese. È, di fatto, in modello a capitalizzazione che per noi è collocato simile nel secondo pilastro, ma la Germania lo innesta dentro il primo pilastro pubblico, non accanto ad esso.
Qui il giudizio va differenziato. L’idea di introdurre una componente a capitalizzazione è sensata, soprattutto a confronto con un sistema come il nostro dove i rendimenti restano agganciati al Pil, quindi con bassa crescita, a volte inferiore all’inflazione, significa bassi rendimenti strutturali.
Meno condivisibile è che a gestire gli investimenti sia un soggetto pubblico. Meglio affidarsi a operatori privati vigilati, sul modello dei nostri fondi negoziali: la capitalizzazione funziona quando la gestione è competente e ciascuno può scegliere la migliore, come accade per i nostri fondi negoziali dove poi non esiste uno scopo di lucro.
L’Italia ha già una leva: il Tfr
Qui l’Italia potrebbe avere più coraggio, perché la Germania ha dovuto inventarsi da zero la leva per finanziarla, mentre noi ce l’abbiamo in tasca da decenni: il Tfr.
Oggi il conferimento ai fondi negoziali resta su base volontaria. Renderlo obbligatorio o, meglio, particolarmente vantaggioso, sarebbe il modo per l’Italia di fare, con uno strumento già collaudato, quello che la Germania sta facendo partendo da zero, con il vantaggio di una gestione già privata e vigilata, non da inventare o peggiorare.
Contesti diversi, coraggio possibile in entrambi i casi. Ma la Germania non è un modello da copiare: è uno stimolo a guardare con più attenzione a una leva che abbiamo già e usiamo poco.
Per esempio, sono da studiare gli incentivi fiscali previsti per lavoratori e datori di lavoro, perché la previdenza complementare deve trovare ulteriori strade per convincere i lavoratori italiani a dotarsene, specialmente i giovani, le donne e i percettori di redditi bassi.
Nessuna riforma è un “pasto gratis”
Infine un promemoria di metodo, nessuna riforma previdenziale crea risorse dal nulla, anche quando, come in questo caso, genera valore aggiunto attraverso l’investimento sui mercati. Ogni riforma ridistribuisce il rischio tra Stato, mercati e individui.
Il pacchetto tedesco sulla creazione della capitalizzazione sposta una quota di rischio verso gli individui: è una scelta legittima, ma va riconosciuta come tale, non presentata come un pasto gratis. Vale per la Germania, e varrebbe altrettanto per qualsiasi ipotesi di obbligo di conferimento del TFR in Italia.
L’inverno demografico non aspetta
Vero però che l’inverno demografico è alle porte della Germania quanto dell’Italia, da loro se ne sta discutendo, da noi si stanno prendendo decisioni tampone che devono invece essere inserite in una riforma stabile, duratura e soprattutto condivisa dalle Parti Sociali.
In Manageritalia auspichiamo che i rumori delle discussioni che interessano il cuore dell’Europa si ascoltino anche fin nella nostra accaldata penisola.