Andrea Alemanno – Head of Public Affairs and Corporate Reputation di Ipsos Doxa
C’è un dato che dovrebbe far riflettere chiunque oggi guidi un’impresa, un’organizzazione, un’istituzione e il Paese: la fiducia nella classe dirigente italiana appare fragile proprio nel momento in cui le sfide da affrontare diventano più complesse. Transizione tecnologica, invecchiamento demografico, sostenibilità, tensioni geopolitiche e trasformazioni del lavoro richiedono leadership capaci non solo di decidere, ma anche di orientare e coinvolgere.
I risultati della ricerca, condotta da Ipsos Doxa nel mese di agosto in occasione dei 40 anni di Class e presentata durante l’evento Un Manifesto per la nuova Classe Dirigente, raccontano una crescente domanda di assunzione concreta di responsabilità nei confronti di chi occupa posizioni di vertice, levando il sospetto che chi ha responsabilità pensi solamente a se stesso, ai propri interessi, trascurando i bisogni collettivi.
Le persone faticano sempre più a riconoscere il ruolo della classe dirigente, composta da imprenditori, manager, professionisti e rappresentanti delle istituzioni e della politica: chi ha davvero oggi la capacità di indirizzare le cose, e la visione per farlo?
Gli italiani esprimono al tempo stesso aspettative elevate rispetto alla sua capacità di guidare il cambiamento: trasparenza, capacità di farsi carico del futuro, competenza reale e visione sono molto importanti.
Il messaggio che emerge è chiaro: la leadership non viene più valutata solo sulla base dei risultati economici o della capacità di esercitare il potere. In altre parole, non basta occupare una posizione di responsabilità; occorre dimostrare di meritarla ogni giorno, dimostrando la capacità di incidere sui nodi strutturali del sistema italiano: produttività e innovazione, per rilanciare futuro ai giovani e sbloccare l’ascensore sociale.
Quando si incrina il patto di fiducia
Il punto, però, non è soltanto reputazionale. È sistemico e si misura sugli impatti.
Quando ampie fasce della popolazione percepiscono che il merito fatica a essere riconosciuto, che la mobilità sociale si indebolisce e che il ricambio generazionale procede troppo lentamente, il rischio non è semplicemente una perdita di consenso.
È la progressiva erosione del patto di fiducia che lega cittadini, imprese e istituzioni. E senza fiducia diventa difficile governare qualsiasi trasformazione. E questa mancanza di fiducia riduce l’impegno e determina l’idea di un Paese stagnante.
E se si rompe il patto sociale, il collettivo sprofonda nell’individuale, ma non nell’individualismo caro a tanti economisti, ma alla chiusura nelle proprie grotte, in perenne difesa da un mondo percepito come ostile: e non possiamo permettercelo.
Giovani e leadership: la fiducia è reciproca
La ricerca suggerisce anche una riflessione forse ancora più scomoda. Da anni una parte della classe dirigente lamenta la difficoltà di trovare giovani preparati, motivati o pronti ad assumersi responsabilità; critica il mondo della formazione perché non è in linea con le esigenze dell’impresa. È una critica che può contenere elementi di verità, in tutto ciò che esiste c’è una parte di verità, ma che rischia di diventare sterile se non è accompagnata da un autentico sforzo di ascolto e comprensione. Perché siamo in questa situazione? Su quali prospettive chiediamo impegno e dedizione ai giovani? Cosa promettiamo loro? E se sono così mal formati e poco motivati, perché hanno così grande appetibilità all’estero, e fanno così facilmente carriera? Domande che non dobbiamo eludere. La fiducia è una strada a doppio senso.
Il punto di vista del management
La classe dirigente chiede ai giovani – in particolare a quelli che saranno classe dirigente nel futuro – di credere nelle organizzazioni, nelle imprese e nelle istituzioni. Chiede loro impegno, senso di responsabilità e capacità di affrontare l’incertezza. Ma una domanda dovrebbe essere rivolta anche nella direzione opposta: siamo davvero disposti a fidarci delle nuove generazioni di futuri manager e professionisti, quanto chiediamo loro di fidarsi di noi? Siamo disposti a definire dei percorsi, a fare delle promesse ed impegnarci su quelle? Con i proclami non si mangia e ancor meno di fa carriera. E soprattutto il progresso non deve apparire come una concessione, un patto individuale ma il riconoscimento di un percorso, un meccanismo collettivo di sviluppo della carriera.
Coltivare talenti, non cercare somiglianze
Troppo spesso il dibattito pubblico è dominato da giudizi e stereotipi. Si sottolineano le competenze che mancano, la minore disponibilità al sacrificio, le aspettative considerate eccessive. Molto meno frequente è invece la disponibilità a comprenderne linguaggi, valori, priorità e aspirazioni.
Una leadership matura non si limita a selezionare i nuovi talenti. Li coltiva. Li forma. Li motiva. Non pretende fedeltà preventiva, ma crea le condizioni perché la fiducia possa nascere. Costruisce delle reti di relazioni che vanno oltre la specifica esperienza lavorativa, e divengono ponti sul futuro. Valuta le future generazioni leader sulla capacità di portare prospettive diverse e risposte nuove a problemi inediti, non sulla base della loro somiglianza con quelle precedenti.
Chi ha responsabilità direttive dovrebbe avere la lungimiranza di mettersi in discussione. Se mi si permette una parafrasi elevata, di uno che di leadership se ne intendeva “non per essere serviti, ma per servire”. La sfida della leadership è creare le condizioni affinché i nuovi leader possano essere diversi da quelli attuali, più adatti ai tempi che verranno, senza nostalgie fuori senso e fuori dalla storia.
Il futuro si costruisce, non si difende
In fondo è proprio qui che si misura la qualità di una classe dirigente, nella disponibilità a preparare chi verrà dopo. Le grandi sfide che attendono il Paese non richiederanno soltanto manager più competenti, richiederanno leader capaci di anteporre la costruzione del futuro alla difesa del presente.
Infatti… non c’è più il futuro di una volta. Rispetto al quale bisogna ammettere che in tanti ci siamo sbagliati, quindi l’autocritica è d’obbligo. Oggi, più che mai, la classe dirigente italiana è chiamata a dimostrare di meritare fiducia, iniziando dal concederla. Perché il rischio non è soltanto perdere il loro consenso. È perdere il futuro stesso che vorrebbe guidare.
La sfida è costruire insieme nuove modalità, con generosità e visione. La fiducia non si reclama, ma si conquista come, del resto, il futuro.







