Come ho reagito al mio licenziamento

Ero un manager all'apice del successo, quando a un giorno ho ricevuto la notizia...

Quella del licenziamento è un’esperienza per la quale non sono stati scritti nella letteratura molti libri. Forse perché è un tema triste che i lettori schivano per non rovinarsi l’umore o forse perché è un tema che interessa solo pochi e, inconsciamente, speriamo che non ci debba mai interessare. 

Nonostante il comportamento degli struzzi sia in verità totalmente diverso e si tratti quindi solo di un mito, facciamo un po’ come lo struzzo mettendo la testa sotto la sabbia e facendo finta che, se non ne sappiamo nulla del licenziamento, di certo non ci accadrà mai. 

Anche io appartenevo a questa categoria di persone e mi gongolavo sicuro dietro un contratto da dirigente con una multinazionale in cui la clausola di rescissione del contratto era una delle ultime clausole, accessorie ed eventuali, alla fine del documento che non pensavo mai, un giorno, di dover andare a cercare per capire se fosse effettivamente vero quello che mi stava succedendo.

Il primo shock emotivo è quello di ricevere “La notizia” e interiorizzarne il significato. 

Nessun corso aziendale, ma solo l’esperienza ci prepara in qualche maniera a recepire il licenziamento e il lutto che da esso ne deriva. 

Se siete dei manager e vi siete mai trovati in passato nella posizione di dover licenziare qualcuno dei vostri collaboratori, avrete forse empaticamente percepito nella persona di fronte a voi sentimenti come dolore, incredulità, tristezza, rabbia. Ma ciascuno di noi elabora il lutto in maniera diversa e quindi posso assicurarvi che scoprirete davvero il vostro stato d’animo e il vostro modo di reagire solo nel momento in cui vi troverete davvero in questa situazione.

Allo shock emotivo della notizia segue poi lo shock comunicativo accompagnato al pudore di dover trasmettere o raccontare la notizia a chi vi sta vicino: al vostro partner, alla vostra famiglia e agli amici. 

Parlo di pudore perché, al di là del fatto che siete stati licenziati, si tratta di ammettere a voi stessi e agli altri che per una qualche ragione non siete stati più considerati come un collaboratore importante per la vostra azienda.

Spesso mi sono chiesto come descrivere con una metafora la vita di un manager all’apice del suo successo e, un attimo dopo, sprofondato nell’incertezza a seguito del suo licenziamento. 

Nel mio immaginario mi piace paragonare un manager in cima ai vertici aziendali a una Lamborghini Aventador o una Ferrari 458 nel circuito di Monza: un capolavoro dell’ingegneria meccanica che gira con disinvoltura ed eleganza a trecento chilometri orari senza apparenti segni di stanchezza o di cedimento. 

In realtà, chi conosce le gare automobilistiche di Formula 1, ad esempio, sa bene che dietro l’apparente perfezione di un motore al massimo delle sue prestazioni, giro dopo giro, gli pneumatici si consumano inevitabilmente. 

E quando ti scoppia una gomma? 

Ecco, il licenziamento di un manager è come una gomma che scoppia mentre vai in pista a trecento chilometri orari e ti costringe a frenare e a fermarti. Una gomma di scorta, inutile dirlo, vetture di questo tipo, come Lamborghini e Ferrari, non ce l’hanno.  

Quindi cosa fare? 

Amore, oggi torno a casa prima!” è proprio questo… il manuale d’uso mai scritto nella letteratura italiana per manager e dirigenti diversamente occupati (political correct per dirigente disoccupato). Un Vademecum da portare sempre con sé per attingere forza e consiglio nei momenti di bisogno, una piccola cassetta del primo soccorso con tutto ciò che è necessario per affrontare questa nuova situazione: «Attenzione manager: rompere i sigilli solo in caso di perdita del proprio posto di lavoro!».

Chi, come me e la mia collega e co-autrice Cristina Barbero, ha vissuto l’esperienza di un licenziamento, si trova costretto, volente o nolente, a intraprendere un percorso che può durare parecchie settimane o perfino mesi. 

Dopo aver superato la fase di shock, parte un cammino personale e interiore che costringe il manager disoccupato a “lavorare” su sé stesso spesso accompagnato da un corso di outplacement oppure un coaching. 

Il manager che non ha mai tempo per sé e sempre troppo poco per la famiglia e per gli amici si trova improvvisamente ad affrontare giornate e settimane che non sembrano finire mai. 

Così riscopre persone, interessi e hobby, come “la bicicletta” che aveva quasi dimenticato in cantina ed è costretto a resuscitare, visto che gli hanno tolto l’auto aziendale.

Il cammino personale di ogni manager è fatto da diverse tappe. Non tutti faranno le stesse tappe e il cammino è ovviamente diverso per ogni manager. Ci sono manager, ad esempio, per restare con la metafora dell’auto sportiva, che vogliono rientrare il più presto possibile “in pista” e quindi tirano a lucido il proprio curriculum e la propria immagine sui social media, rispolverano il contatto con gli Headhunter e iniziano a “fare giri di prova” presentandosi a colloqui con nuove aziende. 

Più tempo ovviamente siete stati nell’ultima azienda prima di essere licenziati, più difficoltà incontrerete ad aggiornarvi e a prendere confidenza con i nuovi mezzi di comunicazione.

Altri manager, una minoranza in verità, si accorgono invece dopo tanti anni di giri sulla stessa “pista” di aver bisogno di cambiare e scoprono che esistono “strade” alternative come quella di diventare imprenditore, consulente o startupparo. Chi fa questo tipo di scelta decide quindi, in buona sostanza, di utilizzare tutta l’esperienza accumulata in anni di lavoro come dipendente per costruire qualcosa di nuovo, ma in maniera più indipendente. Questo cammino è ovviamente caratterizzato da un maggior grado di incertezza e di rischio e per sua natura dunque meno adatto a un manager con famiglia, figli e un mutuo da pagare.

Non esiste naturalmente per un manager disoccupato un cammino giusto o sbagliato. Quando però avrete affrontato ed elaborato il lutto del vostro licenziamento e arriverete a “Il bivio” tra queste due strade, siatene certi, farete la scelta per voi più giusta. 

Perché alla fine dei conti non importa la direzione che prenderà ogni manager nel suo percorso dato che “l’obiettivo non è camminare, il cammino è l’obiettivo”.

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