Il Primo Maggio dovrebbe essere anche il giorno in cui ci chiediamo, con un po’ di onestà, che cosa vogliamo dire quando parliamo di lavoro e, soprattutto, che cosa vogliamo che il lavoro torni a rappresentare nella nostra società.
Perché oggi il tema non è soltanto avere più occupati, ma capire se il lavoro riesce ancora a garantire autonomia, crescita, riconoscimento e futuro. Dobbiamo essere consapevoli, iniziando a fare queste riflessioni, che troppe persone lavorano e fanno comunque fatica, troppe professionalità non vengono valorizzate quanto dovrebbero ed emigrano, troppe donne e giovani continuano a guardare al lavoro non come a una promessa di emancipazione, ma come a un impegno che spesso restituisce meno di quanto chiede.
E quando questo accade non è solo un problema individuale, ma diventa un problema del Paese, perché una società in cui il lavoro non riesce più a generare fiducia è una società che rischia di abbassare le proprie ambizioni.
Per questo parlare di “salario giusto” è inevitabile, ma dobbiamo farlo senza limitarci allo slogan e ampliando la visuale. Dire che i salari devono crescere è necessario, ma la vera questione è come fare in modo che crescano davvero, in maniera stabile e non solo attraverso interventi temporanei, soluzioni costruite dentro gli spazi di bilancio sempre più stretti con una legge costruita per celebrare la Festa dei lavoratori.
Se vogliamo che il lavoro torni a valere di più, dobbiamo costruire le condizioni perché produca più valore e perché quel valore venga poi distribuito meglio.
È qui che entra il tema della produttività, parola spesso usata male perché non significa chiedere alle persone di correre di più, lavorare più ore per più anni, reggere più pressione o sopportare organizzazioni peggiori. Quella non è produttività, è solo un modo povero di intendere il lavoro.
La produttività vera nasce quando si investe nelle competenze, quando si utilizza la tecnologia con intelligenza, quando si dà responsabilità alle persone e quando la qualità manageriale aiuta l’impresa a creare valore in modo più solido e più moderno.
Se questo valore cresce, allora una parte giusta deve tornare nei salari, ma anche nel welfare, nella formazione, nella previdenza, nella sanità integrativa, in ambienti migliori e non solo in azienda, nella possibilità di costruire percorsi professionali più forti e meno fragili.
È questo il ruolo della buona contrattazione come la intendiamo in Manageritalia: non limitarsi a rincorrere quello che è stato perso, ma aiutare imprese e lavoratori a condividere meglio quello che può essere costruito.
La politica deve fare la sua parte, riducendo il peso fiscale sul lavoro tutto, sostenendo gli investimenti, premiando chi innova e contrastando chi compete abbassando tutele e salari, perseguendo chi evade non solo perché è illegale ma anche perché sceglie di non contribuire nella società che lo accoglie.
Le imprese devono fare la loro, perché non si può pensare di stare sul mercato comprimendo sempre il costo del lavoro, soprattutto in una fase in cui le competenze sono sempre più rare e decisive.
Ma, accanto a tutto questo, serve anche un cambio culturale più profondo: premiare chi, facendo impresa, sente di avere un ruolo anche nei confronti del territorio, quando le competenze vengono riconosciute e quando il rispetto delle regole non è percepito come un peso, ma come la condizione minima per vivere meglio insieme.
In questo senso investire nel lavoro significa anche investire nella qualità della società, perché un Paese in cui, a contribuire sono i soliti e il lavoro è povero, poco riconosciuto o mal organizzato finisce inevitabilmente per diventare più fragile, meno coeso e meno capace di futuro.
Il Primo Maggio dovrebbe allora aiutarci a rimettere insieme ciò che troppo spesso teniamo separato: salari, produttività, qualità delle imprese, responsabilità sociale, contrattazione, formazione. Non come un elenco di temi, ma come parti dello stesso ragionamento.
Il lavoro deve tornare a valere di più perché solo così può tornare a cambiare la società. E può cambiarla non soltanto perché dà reddito, ma perché costruisce autonomia, fiducia, partecipazione e senso di responsabilità.
Per questo investire nel lavoro non significa soltanto aumentare le retribuzioni, pur essendo questo un obiettivo fondamentale. Significa scegliere che tipo di Paese vogliamo essere: un Paese che si accontenta di occupare persone dentro un sistema che restituisce poco, oppure un Paese che usa il lavoro per produrre valore, distribuirlo meglio e far crescere insieme imprese, persone e comunità.
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