Che “takeaway” ti porti a casa dall’assemblea?
Mi porto a casa soprattutto tre elementi.
Il primo è la conferma dell’importanza di Manageritalia come corpo intermedio: in una fase storica in cui le trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche sono molto rapide, avere un soggetto capace di rappresentare, interpretare e dare voce al ruolo dei manager è fondamentale.
Il secondo è la percezione di una comunità coesa, non solo formalmente rappresentata, ma realmente partecipe. L’assemblea ha fatto emergere con chiarezza un forte senso di appartenenza, una visione condivisa e la volontà di contribuire attivamente al futuro della professione manageriale.
Il terzo takeaway riguarda il valore del confronto: momenti come questo permettono di uscire dalla dimensione individuale del proprio ruolo e di collocare le sfide quotidiane dentro un quadro più ampio, collettivo e generativo.
Che rapporto hai con Manageritalia?
Per me il rapporto con Manageritalia è importante perché vedo l’associazione come una comunità professionale e valoriale, capace di accompagnare i dirigenti non solo nella tutela del proprio ruolo, ma anche nella crescita e nell’evoluzione della propria identità manageriale.
Manageritalia rappresenta un volano di relazioni, perché consente di entrare in contatto con esperienze, competenze e sensibilità diverse. Ma è anche un luogo in cui queste relazioni possono tradursi in iniziative concrete, capaci di dare un quadro organico all’azione di manager e dirigenti.
Apprezzo inoltre la capacità dell’associazione di mettere a disposizione strumenti utili nella quotidianità professionale: penso, ad esempio, alle attività di formazione, agli approfondimenti, ai servizi e alle occasioni di confronto. Sono elementi che aiutano il manager a leggere meglio il contesto, rafforzare le proprie competenze e affrontare con maggiore consapevolezza le responsabilità del proprio ruolo.
Partendo dalla tua esperienza attuale, cosa e come deve mettere in campo un manager per guidare le trasformazioni in atto?
Credo che un manager, oggi, debba innanzitutto mantenere un alto livello di conoscenza dei fenomeni che è chiamato a governare. Le trasformazioni in atto — tecnologiche, organizzative, sociali, ambientali — richiedono studio, aggiornamento continuo e capacità di leggere le dinamiche emergenti senza fermarsi alla superficie.
Questo significa investire tempo nell’apprendimento, confrontarsi con competenze nuove, comprendere linguaggi e strumenti che cambiano rapidamente. Ma significa anche saper trasformare la conoscenza in orientamento, visione e capacità decisionale.
Al tempo stesso, però, credo sia essenziale che il manager non perda il legame con i propri valori di riferimento. Guidare il cambiamento non vuol dire rincorrere ogni novità, ma discernere ciò che è utile, sostenibile e coerente con una certa idea di responsabilità. In questo senso, competenza e valori devono procedere insieme: la prima consente di comprendere la trasformazione, i secondi aiutano a darle una direzione.