Identikit della Generazione Z

Viviamo in un’epoca di grandi cambiamenti che richiedono competenze sempre nuove. La Rete sembra aver pervaso ogni nostra attività e in particolare il mondo del lavoro. Manageritalia Milano e ComplexLab a questo proposito hanno organizzato giovedì scorso un incontro per fare luce su queste skill. Tra i relatori, Andrea Ciaramella, professore associato preso il Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito del Politecnico di Milano. Da qualche tempo Ciaramella sta dedicando la sua attività di ricerca alle trasformazioni del mondo del lavoro e all’impatto che queste determinano sull’ambiente costruito. Tra gli argomenti affrontati nel suo intervento, la cosiddetta Generazione Z, una nuova fetta di popolazione con cui aziende e società hanno già a che fare. Con lui cerchiamo di tracciarne un identikit. 

La Generazione Z, formata da giovani nati a partire dall’anno 2000, è oggetto di molte speculazioni e appare non di rado indecifrabile: dal suo punto di vista, quali sono i tratti distintivi, i punti di forza e le criticità di questa fetta di popolazione? Come attirarla e coinvolgerla?

È una generazione caratterizzata dalla costante interazione con altri e sempre alla ricerca di informazioni: secondo la US CHamber of Commerce Foundation, il 30% di questi giovani seguono lezioni online e collabora costantemente con amici e colleghi. Sono abituati a comunicare con le immagini, usano poco il testo, sono orientati a “creare” e ad autodeterminare il proprio futuro. È la generazione delle startup. Forse i principali punti di forza sono la velocità di reazione e il forte orientamento al futuro, la criticità principale: la soglia di attenzione. Secondo alcuni studi non oltre 8 secondi. Chi si occupa di marketing sa che intercettare questa generazione è difficile anche per questo.

L’idea di lavoro e di carriera per questi ragazzi sembra essere lontana anni luce da quella delle generazioni precedenti: che consigli darebbe a chi si troverà con questi giovani in azienda e in particolare ai manager che dovranno gestirli?

Viviamo in un’epoca in cui le trasformazioni, a tutti i livelli, sono rapidissime. Quando questi giovani entreranno nel mondo del lavoro saranno probabilmente diversi da come li stiamo descrivendo. Tuttavia possiamo pensare con ragionevole certezza che: avranno un’attitudine a scegliere per passione, saranno poco abituati a riconoscere le gerarchie, mentre saranno molto abituati ad attività o incarichi “temporanei”, quindi saranno propensi a occuparsi di cose diverse anche contemporaneamente (Etude BNP Paribas Génération Z, 2015). È una generazione che però dovrà essere educata alle relazioni interpersonali, anche all’interno dell’azienda, perché su questo aspetto è piuttosto debole. 

Quali sono le competenze che dovrebbero sviluppare questi ragazzi per essere pronti a vivere in una società e in un mercato del lavoro fluidi, instabili e imprevedibili?

Alcune competenze di cui ci sarà sempre più bisogno sono già tipiche di questa generazione, per esempio lavorare nel cloud, la capacità di analizzare “big data” (i dati sono già un importante vantaggio competitivo per molte aziende), il “nomadismo”. Un recente studio di Accenture presentato a Davos lo scorso anno parla di “liquid workforce” (Liquid workforce – Today’s digital demands call for highly agile skillsets). Ma questa generazione, che è nata in una condizione di generale benessere e senza l’assillo del “posto di lavoro”, è già preparata a questa condizione. Secondo il rapporto Intuit 2020, nel 2020 negli Usa il 43% delle persone lavoreranno come freelance. I ragazzi sono pronti a questo. Forse le aziende lo sono meno. Anche generare spazi adeguati è uno degli obiettivi che soprattutto le grandi aziende dovrebbero perseguire: molte multinazionali stanno lavorando molto su questo punto. L’ufficio deve diventare un luogo capace di interpretare questa “fluidità”.

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