Leader e cambiamento: le soft skills essenziali

Al prossimo Friday’s Manager, venerdì 27 marzo, organizzato da XLabor, divisione del mercato del lavoro di Manageritalia, un focus su come interpretare il cambiamento per il proprio vantaggio competitivo
soft skills

In uno scenario in costante evoluzione, non è sufficiente adattarsi al cambiamento: la vera sfida è saperlo orientare. Ne parleremo al prossimo appuntamento del ciclo Friday’s Manager “Soft skills essenziali – Cosa distingue i leader che leggono il cambiamento da quelli che si limitano a “resistere”, organizzato come sempre da XLabor, divisione del mercato del lavoro di Manageritalia per venerdì 27 marzo dalle 12 alle 13 (Hybrid event, presso la sede XLabor, in Via Fatebenefratelli 19 a Milano, e online sui canali social di Manageritalia – cliccare qui per registrarsi).

Quali sono le competenze che distinguono davvero un leader di successo da chi si limita a restare al passo? E quali errori, spesso non evidenti, continuano a rallentare le organizzazioni nella gestione di persone, talenti e performance?

A partire da quesiti concreti di chi vive quotidianamente la trasformazione, esploreremo strumenti pratici basati su dati scientificamente validati, utili per organizzazioni e manager nel valutare le tre dimensioni del management (team, attività, cambiamento), sviluppare le capacità necessarie e valorizzare le risorse già presenti.

Ne discutiamo con Sabyne Moras, Country Manager Italy PerformanSe / Talent Strategy / Executive Coach, alla quale abbiamo nel frattempo rivolto alcune domande su questo tema rilevante.

Nel tuo lavoro con manager e team, qual è la differenza più evidente tra chi “legge” il cambiamento come un’opportunità e chi invece tende a resistere?

«La differenza più evidente è la rappresentazione che le persone hanno del proprio ruolo nel cambiamento.

I leader che vedono il cambiamento come un’opportunità si percepiscono come attori del cambiamento, non come vittime del contesto. Hanno una forte curiosità verso ciò che sta emergendo e cercano rapidamente di capire come creare valore nella nuova situazione.

Chi resiste, invece, tende a leggere il cambiamento come una minaccia alla propria identità professionale o al proprio perimetro di competenze.

Negli strumenti psicometrici di PerformanSe vediamo spesso che la differenza sta in alcune soft skills chiave: apertura intellettuale; capacità di prendere decisioni in contesti incompleti e senso di efficacia personale.

Nella mia esperienza personale ho sempre lavorato ponendomi questa domanda “che nuovo spazio posso creare?”».

Oggi parliamo tanto di soft skills: quali permettono davvero a un leader di fare un salto di qualità?

«Nel nostro lavoro identifichiamo alcune soft skills davvero decisive che sono raggruppabili dentro a 3 aree di lavoro: il management del team (che è la più storica, che viene dal mondo del comando militare), il management delle attività (di pianificazione,  programmazione ma anche dal fare, dall’operatività che i ruoli ci richiedono) e infine, al più recente, il management del cambiamento.

Per queste alcune soft skills sono molto rilevanti: dinamismo intellettuale: cercare prospettive nuove; influenza: non solo comunicare, ma riuscire a mobilitare le persone attorno a una visione; agilità decisionale: saper prendere decisioni anche quando le informazioni non sono complete.

Ma il punto più importante è questo: le soft skills non sono tratti di personalità immutabili. Sono competenze che possono essere misurate e sviluppate».

Quali sono gli errori più frequenti dei professionisti davanti al cambiamento?

«Il cambiamento richiede sforzo, energia. E noi siamo progettati per ottimizzarla (o non sprecarla). Quindi possiamo dire che in generale il cambiamento è “un effort” anche quando è positivo.

L’errore più frequente secondo me è confondere velocità con leadership.

Molti professionisti, quando affrontano un cambiamento organizzativo, fanno tre errori tipici. Prima di tutto, saltano la fase di senso: spiegano cosa cambierà, ma non perché. Poi, gestiscono il cambiamento solo in modo operativo: processi, task, scadenze ma dimenticano la dimensione psicologica. Infine, sottovalutano le resistenze, che spesso non sono opposizione, ma semplicemente bisogno di comprensione».

Dalla tua esperienza, quali strumenti pratici possono aiutare i manager a rendere il cambiamento un vantaggio competitivo per sé e per l’organizzazione?

«Ci sono tre strumenti molto concreti che vediamo funzionare nelle organizzazioni. Assessment delle soft skill: permettono di capire come le persone reagiscono al cambiamento prima che emerga il problema.

Analisi del contratto psicologico: capire cosa le persone si aspettano davvero dalla relazione con l’organizzazione è fondamentale per evitare disallineamenti. Coaching basato su dati oggettivi: quando il coaching si basa su insight psicometrici, le conversazioni diventano molto più profonde e trasformative.

Il punto chiave è questo: servono strumenti che leggano il comportamento umano e dobbiamo assicurarsi che abbiano valenza scientifica».

Quanto conta oggi la capacità di “leggere il contesto” e quali sono i segnali che un leader non può più permettersi di ignorare?

«Oggi leggere il contesto è fondamentale, perché il vero rischio non è il cambiamento, ma il disallineamento che crea nelle organizzazioni.

Sempre più spesso vediamo strategie corrette che non funzionano per una ragione: manca il fit culturale e organizzativo (o alle volte viene a mancare, lo sento dire spesso in sessioni di coaching).

I segnali da non ignorare sono chiari: calo di motivazione; resistenze silenziose (il quiet quitting); incoerenza tra valori dichiarati e comportamenti (che portano al burnout).

Sono segnali di un contratto psicologico che si sta rompendo.

Il vero vantaggio competitivo oggi non è solo avere la strategia giusta, ma avere le persone allineate al contesto».

All’evento Friday’s Manager parlerai di come valorizzare il proprio potenziale nelle fasi di transizione: puoi anticiparci un messaggio chiave che chi parteciperà porterà a casa?

«Il messaggio chiave è molto semplice: il cambiamento non mette in crisi le competenze tecniche, mette in crisi l’identità professionale.

Per questo motivo risponderemo a tre domande: chi sono professionalmente oggi? che valore posso creare in questo nuovo contesto? quali competenze devo sviluppare per restare rilevante?

Il vero vantaggio competitivo oggi non è sapere tutto.
È sapere ____________ più velocemente del contesto. (la parola giusta la mettiamo alla fine della chiacchierata)».

Friday's Manager Soft Skills

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