Il nuovo racconto della leadership

Al via la nuova rubrica a cura di Andrea Fontana (Roi Comunicazione) per Manageritalia, con spunti su come si trasformano potere, decisioni e immaginario manageriale. Un angolo di riflessione e condivisione per leader in tempi complessi. Segnali forti e scenari di riferimento per giocare, da protagonisti, una partita ricca di sfida e opportunità. Il debutto con l’episodio 0: "La leadership dell’imperio. La nuova forma del potere globale"
Il nuovo racconto della leadership. La leadership dell'imperio

Episodio 0 – La leadership dell’imperio. La nuova forma del potere globale

I modelli della leadership globale stanno attraversando una mutazione profonda. Non sono più autoritari nel senso classico del termine: oggi assumono la forma di ciò che potremmo definire imperio.

L’imperio non è dominio territoriale né pura forza coercitiva. È una forma di potere che precede la legge, che non ha bisogno di spiegarsi fino in fondo, e che si fonda sull’idea di destino, inevitabilità, grandezza storica.

L’imperio non governa: si manifesta. Lo vediamo nelle posture di diversi leader globali: Trump, Putin, Xi Jinping diversissimi tra loro, ma accomunati da un tratto: non agiscono più dentro un ordine condiviso, ma come se quell’ordine fosse già superato.

Putin incarna l’imperio come continuità storica ferita, che chiede riparazione. Xi costruisce un imperio sistemico: infrastrutturale, invisibile, pervasivo, più potenza di rete che potenza muscolare.

Trump trasforma l’imperio in linguaggio pop: dire è già fare; fare diventa dire.

L’atto comunicativo è esso stesso un atto di sovranità.

Come cambia la percezione del potere

Sono tre forme diverse di una stessa intuizione: oggi, il potere non si limita a decidere, ma deve farsi percepire come inevitabile. Tanto da portare Trump a dire: “Sono io l’unica morale”.

E qui si apre un punto cruciale: la leadership dell’imperio cancella la distinzione tra azione e narrazione. La dichiarazione diventa potere, la postura pesa quanto (e talvolta più di) una decisione, e quando la decisione arriva, arriva come un taglio netto che ridisegna la realtà.

Questo non va letto solo in chiave critica: è un segnale del tempo. In contesti ad alta complessità e instabilità, le persone cercano spesso una leadership capace di dare senso, direzione, velocità. L’imperio, in questo, risponde a un bisogno reale: ridurre l’incertezza con una forma di presenza “totale”, in cui il leader appare come sintesi.

È anche per questo che questi modelli non restano confinati alla geopolitica: entrano, in forme più soft, nelle organizzazioni. Lo vedono bene le direzioni HR quando intercettano che il clima interno non cambia solo dopo una riorganizzazione, ma dopo una frase, un tono, un gesto che viene letto come messaggio di guida o di priorità.

E lo vedono le direzioni Comunicazione quando capiscono che una dichiarazione del leader non è più un contenuto: è un atto performativo, capace di produrre effetti immediati, dentro e fuori, perché costruisce aspettative e ridefinisce il perimetro di ciò che è possibile.

Una traiettoria “naturale” al di là della mediazione

L’imperio contemporaneo non cerca consenso nel modo tradizionale: cerca continuità percettiva. Non punta tanto a convincere con argomenti, quanto a rendere una traiettoria “ovvia”, inevitabile, naturale. Non ama la mediazione, preferisce l’occupazione dello spazio mentale. “Io non rispondo alle domande stupide!”.

Non punta a disegnare il futuro nei dettagli, piuttosto riattiva passati mitizzati per stabilire identità e appartenenza: “Se fossi un dittatore, avremmo risolto tutto in sei mesi. Ma non lo sono. Per ora.”

Anche qui, per chi guida persone e reputazione, c’è una lezione pratica: in tempi complessi, la leadership tende a diventare più posturale, più centrata su azioni immediate che sono e devono essere anche cornici di senso: “Se direte di no ce ne ricorderemo!”.

Su una autenticità cruda e brutale che non ha filtri. Per questo funziona: diventa paradossalmente più credibile dei discorsi politically correct, che ormai sono percepiti solo come falsi.

Tutto andrà bene (grazie a me)

La leadership dell’imperio si pone al di sopra della complessità non perché la domini, ma perché tenta di trasformarla in un nuovo racconto: “Ci sono io, fate quello che vi dico, e tutto andrà bene!”.

Qui ovviamente c’è il grave rischio: quando la complessità smette di essere una condizione da attraversare e diventa un campo di battaglia morale. Se non fai come dice il leader allora sei debole, sei il nemico, hai commesso tradimento. La spinta originaria è chiara: semplificare per guidare.

In azienda lo stesso meccanismo può produrre due esiti: o una chiarezza utile che aiuta a decidere, o una semplificazione eccessiva che riduce la capacità di ascolto e apprendimento generando disagio profondo.

Qui HR e Comunicazione diventano decisivi: perché sono i sensori e i regolatori della relazione tra “postura” e “fiducia”, tra “narrazione” e “realtà vissuta”.

Così il leader dell’imperio non è più solo garante di un equilibrio, ma interprete di una volontà superiore: “nazione”, “popolo”, “storia”, “buon senso”, “numeri”.

Questo lo rende più forte sul piano simbolico, più capace di catalizzare energie, ma anche più esposto a un effetto collaterale: se tutto è cornice totale, ogni critica viene letta come disallineamento.

Il ruolo della cultura organizzativa

Nelle organizzazioni, la differenza la fa la qualità della cultura: se la narrazione è un dispositivo di senso, abilita; se diventa un dispositivo di chiusura, irrigidisce. E quando la leadership assume forma “imperiale”, il potere tende a presentarsi come un fatto naturale: come il clima, che non si discute, si attraversa.

Questa trasformazione non nasce dal nulla. È figlia di società stanche della mediazione, allergiche alla lentezza, insofferenti al dubbio. L’imperio prospera quando la complessità viene percepita come peso e non come ricchezza.

Per questo non è un’eccezione storica: è un tratto con cui dobbiamo fare i conti, un codice del presente che ci dice cosa sta succedendo.

Una serie di linguaggi che arrivano anche da noi e che dobbiamo decidere come trattare.

E allora la domanda finale, per chi guida aziende e organizzazioni, resta aperta non come condanna, piuttosto come esercizio di lucidità: se oggi la leadership nel mondo tende a diventare sempre più “decisionale”, siamo pronti a governare questa dinamica senza esserne governati?

Dovremo tenere insieme direzione e complessità, velocità e ascolto, narrazione e realtà.

 

Andrea Fontana è sociologo della comunicazione e pioniere della narrazione d’impresa. Advisor in narrazione d’impresa. Docente di Corporate storytelling all’Università di Pavia. Autore di molti libri e contributor di svariate testate giornalistiche. È Managing Director di Roi Comunicazione.

Andrea Fontana

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