C’ era una volta un futuro azzurro dove splendeva sempre il sole. Dove le imprese italiane stupivano il mondo con cose mai viste prima. Dove il miracolo economico era diretta conseguenza di una spavalda fiducia nel futuro. Dove i calciatori italiani già sapevano che ai prossimi mondiali avrebbero lottato per il titolo. Dove i giovani spaccavano il mondo sognando un futuro completamente diverso. Dove le donne imponevano una vera liberazione sessuale. Quel futuro non c’è più. Si è perso per strada, in un vicolo cieco. Perché? Le ragioni psico-socio-economiche sono ben note da tempo, così come quelle geopolitiche e storiche sul declino dell’Occidente, ma qualcosa non quadra e non torna.
Come ha scritto il giornalista Luca De Biase nel nostro primo paper: Il futuro non esiste. Non è mai esistito. Nessuno ci è mai stato e non ci sono dati che lo descrivano. Perché allora temerlo? Paura di volare? Paura di salire a bordo di quel maledetto futuro che ci porta in alta quota? Per ritrovare quella grande capacità di pensare e realizzare il nostro futuro facciamo un piccolo percorso a tappe o, meglio, un viaggio nel tempo. Perché il futuro si nasconde nel passato, nel presente e nel futuro. O meglio: c’è un prima, un durante e un postfuturo, anche in azienda.
Il futuro è passato
Quando Adriano Olivetti diceva di se stesso “in me non c’è che futuro”, il mondo, in Occidente, era pieno di prospettive e opportunità. Nel secolo scorso, alla fine della guerra, tutto sembrava possibile e anche prevedibile. Proprio in quegli anni nascevano prima i future study e poi lo scenario planning, i mega, macro e micro trend, il metodo Delphi e così via. E quando nel 1982 esce il bestseller Megatrends di John Naisbitt, siamo in piena fiducia e comfort zone degli anni 80. Perché il mondo stava cambiando ma (così ci pareva) lungo traiettorie riconoscibili. Individualizzazione, globalizzazione, digitalizzazione, trasformazione culturale. I grandi trend offrivano una bussola, l’idea che il domani fosse una prosecuzione, magari accelerata, di dinamiche tuttavia già in corso. E quindi: possiamo cavalcare e anticipare le grandi trasformazioni destinate a cambiare il mondo e tutte le tendenze e mode a venire. Sì, possiamo progettare e immaginare il futuro con spirito pionieristico e anche con parecchio buon umore. Il passato del futuro era una porta aperta. Da affrontare con fiducia: ci credevi e ti buttavi.
Il futuro non è presente
Per decenni gli Usa ci hanno rifilato la storia, o meglio, la sòla della fine della storia e l’ultimo uomo: il dominio della democrazia liberale americana e il loro capitalismo di mercato spinto come l’unica forma di governo definitiva e universale, che segna la conclusione dell’evoluzione ideologica umana. Ovviamente non era vero e gli americani non ci hanno creduto (se non come strumento retorico di propaganda). Ci credevamo però noi, periferia dell’impero, al famoso e assai sopravvalutato saggio di Francis Fukuyama. Adesso, invece, vogliono rifilarci un’altra sòla: la fine del futuro e l’ultimo uomo. Complice la tecnologia (in primis l’IA) e lo strapotere narrativo della Silicon Valley e delle potenti big tech, il futuro è finito o, meglio, già scritto. Dunque, chiuso. Prendere nota e stare zitti. Noi europei ci siamo autoespulsi dalla storia e, già che c’eravamo, abbiamo fatto la stessa cosa per il futuro. Insomma, siamo fuori sia dalla storia, sia dal futuro.
Nessuna volontà, non dico di potenza, ma almeno di fare qualcosa per sognare e realizzare quello che vogliamo. Nessun tema, nessuna idea, solo un inchinarsi ai “dettati” altrui. Ovviamente, abbiamo alcune attenuanti generiche, per così dire. La fine del futuro è dettata dall’apparente omnicrisi perenne, che aggredisce ogni persona, ogni impresa, ogni settore, facendo dire a tutti “se tutto è crisi allora non c’è futuro”. Lo stato permanente di emergenza climatica, pandemica, geopolitica e lavorativa che terrorizza le masse e, forse, anche la classe dirigente “media”; l’IA pigliatutto che spariglia tutte le carte sul tavolo e che qui è proprio intesa come The end of future and the last man. Ormai superflua e incapace, salvo rare eccezioni, di resistere al signore degli algoritmi è, infine, l’inerzia giovanile: giovani che hanno abbandonato la nave del futuro (percepita quasi come fosse un Titanic dei giorni nostri) per affogare in un presente brutto quanto il futuro percepito. Poi c’è tanto altro, inclusa la deindustrializzazione europea, il declino dell’Occidente e/o “eurosuicidio”. E, dunque, giovani senza futuro, un Paese senza futuro e, naturalmente, un lavoro senza futuro per noi umani, soppiantati dalle macchine, fra cui la tanto mitizzata intelligenza artificiale. Diciamolo, stiamo vivendo una sensazione collettiva che non assomiglia più a una svolta d’epoca ma alla fine di un’epoca. E con la netta percezione che qualcosa si sia spezzato nel patto tra presente e futuro. Molti hanno l’impressione di essere stati privati del significato, delle opportunità e delle promesse che avrebbero dovuto accompagnare il loro percorso di vita. È un sentimento diffuso, quasi generazionale. Forse i millennial sono l’ultima generazione ad aver conosciuto qualcosa che somigliasse davvero al futuro. Oggi viviamo in uno stato permanente di smarrimento e immersi in qualcosa che potremmo definire un “deficit di futuro”: la sensazione diffusa che il domani non sia più una promessa, ma un territorio opaco, difficile da immaginare e ancora più da go vernare. Al posto della fiducia nel futuro è subentrata la sensazione di vivere dentro una sequenza di shock permanenti, dove ogni previsione rischia di essere smentita dal prossimo evento imprevisto. E forse è proprio questa la vera frattura del nostro tempo: non abbiamo perso il futuro, abbiamo perso la capacità di immaginarlo. Sì, non crediamo più in niente, neanche in un futuro che ancora non esiste. Il presente del futuro è una porta chiusa, da affrontare con paura. Non ci credi più e ti butti giù.
Il futuro è aperto
Lo abbiamo detto prima. Il futuro non esiste. E se non esiste, lo possiamo fare senza aspettare, esitare o dubitare di noi stessi. L’impresa lungimirante sa che tutte le chiacchiere sul futuro già scritto sono solo chiacchiere e, soprattutto, intuisce che più siamo concentrati sul tempo (passato e futuro) più ci sfugge l’adesso, che non è solo il presente eterno in cui si svolge l’intera nostra vita, ma anche “adesso faccio la telefonata” e, soprattutto, “adesso faccio futuro”, trovando proprio in questo istante temporale il tempo per progettarlo. Focalizzandosi e orientandosi verso il “non ancora”, cioè verso ciò che ancora non esiste ma può diventare reale se lo progettiamo autonomamente “sognando a occhi aperti”. Il futuro non è mai qualcosa da subire, ma uno spazio di possibilità da progettare con responsabilità, immaginazione e intelligenza collettiva. Una nuova “coscienza anticipante” che investe nel futuro preferibile e desiderabile. Un vero futuro che è un tema libero per ogni impresa. Una “rinascita” che propone un approccio multiculturale e multipolare, guardando ad esempio al lungo termine del “sinofuturismo” orientale per superare la logica dei rendiconti trimestrali occidentali. Sì, le possibilità ancora una volta ci sono, come è giusto che sia. Il futuro del futuro è senza porte, da affrontare con speranza: ci credi di nuovo e ti ributti nella mischia.
Il futuro è morto. Viva il futuro
La morte del futuro ci serve solo per proclamare l’immediata successione del suo erede. Un nuovo futuro. Quando un’era finisce, come in questo momento storico, ci si prepara subito all’inizio di qualcosa di diverso. Dopo il paper The Unknowledge Economy, il think tank di Cfmt riparte con una nuova pista di ricerca. La ricerca del futuro andato perduto. Ma attenzione: il problema non è tanto il futuro, ma il manager del futuro. In fondo dirigere il futuro è un mestiere come un altro. Basta avere le competenze giuste. Noi siamo in viaggio per cercarle, trovarle, per poi pubblicare un paper che funga da strumento per i manager per dirigere il futuro nella direzione auspicata, appropriandosi delle nuove competenze necessarie. Restate collegati con Fmt Next Think Tank.
Il vero e falso futuro
Da deepfake (già grave) a future faking. Il “falso futuro” è una tattica manipolatoria, spesso tossica, in cui si promettono futuri ideali o inevitabili. Oggi il futuro appartiene a chi racconta le migliori storie. Le visioni estreme indirizzano e seducono ricercatori, imprese, investitori, politici e cittadini. Non importa chi le racconti: buoni, cattivi, in buona o mala fede, presunti esperti, grandi think tank o realtà come WEF. Sono storie di perso-ne, ma oggi anche di macchine. Infatti, l’IA sa tutto e, dunque, anche il futuro.
L’automazione si afferma con assoluta autorità in rete. Si è superata la soglia del 90% di contenuti generati dall’IA. Si affermano anche le prediction machine, che dicono di conoscere e prevedere il futuro. Ma c’è un però: la tecnologia è strumentale, mai sostanziale. Qui c’è l’equivoco di fondo. Confondere la tecnologia con il futuro. Sono due concetti distinti, non sinonimi. E nel falso futuro la tecnologia abbonda con le sue narrazioni di fatalità. Ma, stringi stringi, cosa è falso e cosa è vero? Come dico sempre, è come a scuola: il dettato è falso (futuro calato dall’alto), il tema è vero (futuro scritto liberamente). Il vero futuro è il nostro, quello falso è il loro. Di coloro che vogliono imporlo per controllarlo. Il vero futuro è quello che pensi e progetti. Insomma, quello che vuoi, come faceva Adriano Olivetti.
Le competenze future
Se proprio vogliamo parlare di future skill, allora dobbiamo dirlo chiaro e tondo: la competenza del futuro è la competenza in futuro. Punto. Ma che vuol dire? Il termine tedesco Zukunftskompetenz è quasi intraducibile e non indica una singola abilità, ma l’insieme di competenze cognitive, strategiche e adattive che permettono di comprendere, anticipare e gestire il cambiamento. Non si tratta tanto di prevedere ciò che accadrà, ma di sviluppare un istinto, una sensibilità, una comprensione più profonda delle grandi forze che stanno ridisegnando il mondo. Una capacità di distinguere i segnali reali dal rumore, le trasformazioni autentiche dalle mode passeggere. In un’epoca domi-nata da promesse tecnologiche sempre più aggressive, la vera risorsa strategica è saper interpretare il cambiamento senza farsi sedurre dalle illusioni per progettare il futuro che vogliamo in azienda.