La leadership nell’era Otrovert: stare dentro senza farsi prendere

Quando il consenso diventa più importante della verità, la leadership rischia di trasformarsi in performance: una riflessione su come restare autonomi senza uscire dalla relazione
il nuovo racconto della leadership

Challenger: una stanza, un rischio, una decisione

La sera prima del lancio dello Space Shuttle Challenger (28 gennaio 1986) non mancavano i dati. Mancava lo spazio per reggerli. In una teleconferenza ormai entrata nella storia, gli ingegneri di Morton Thiokol portarono una raccomandazione chiara: con quelle temperature il rischio sui giunti e sugli O-ring aumentava, e il lancio non andava fatto sotto una certa soglia.

Dall’altra parte, dentro la stessa chiamata, i decisori tra NASA e la filiera manageriale stavano gestendo un’altra variabile: la pressione del programma, il bisogno di “stare nella tabella”, la fatica di fermare la macchina quando la macchina è già partita.

E così avvenne lo slittamento più pericoloso: il dissenso tecnico, invece di essere trattato come informazione critica, venne trattato come attrito; e la decisione scivolò verso l’opzione più compatibile con l’aspettativa collettiva: si procede (Report of the Presidential Commission on the Space Shuttle Challenger Accident, 1986).

Questa scena che ho provato a raccontare conta più di mille definizioni, perché porta al cuore del problema contemporaneo: la leadership non fallisce per incompetenza, ma quando diventa prigioniera dell’appartenenza.

Qui inizia la frattura con il passato. Il vecchio racconto della leadership celebrava il leader che “unisce a ogni costo”. Ma in tempi complicati, il nuovo racconto, invece, inizia forse a nobilitare il leader che sa restare “estraneo” quanto basta per proteggere la verità, anche quando questa rompe l’armonia della stanza?

La domanda nuova: stare nel sociale senza diventare un prodotto sociale

Per anni abbiamo formulato la questione in modo binario, quasi scolastico: “Sei più introverso o estroverso?”. Poi l’abbiamo aggiornata con una patina contemporanea: “Sai adattarti? Sai leggere la stanza?”.

Ma oggi, nell’era in cui la leadership è sempre più esposta, interpretata, misurata, discussa e soprattutto fraintesa, la domanda che conta davvero è un’altra e suona più ruvida: riesci a stare nel sociale senza diventare un prodotto sociale?

Riesci a guidare senza confondere la guida con la prestazione? Riesci a stare dentro la relazione senza consegnare la tua identità al bisogno di appartenenza?

Il rischio è che il leader smetta di essere un punto di riferimento autonomo per trasformarsi in un’emanazione delle aspettative altrui, una sorta di “ologramma del consenso” che ha smesso di decidere per poter continuare ad appartenere.

Otrovert: un nome per chi non si dissolve nel “join”

È in questo spazio che compare un termine curioso e, proprio per questo, utile: ”otrovert”. Non perché ci serva un’altra etichetta, ma perché a volte un neologismo illumina qualcosa che esiste da tempo e che non avevamo ancora nominato bene.

Il termine viene proposto dallo psichiatra Rami Kaminski nel libro The Gift of Not Belonging: How Outsiders Thrive in a World of Joiners (2025), come tentativo di descrivere chi può essere sociale e profondo, ma non è “catturabile” dalla logica dell’identità tribale e dell’adesione implicita al gruppo.

Qui il punto non è “meno socialità”. È un diverso rapporto con l’appartenenza: la possibilità di costruire connessioni selettive, spesso uno-a-uno, senza cercare nel gruppo la conferma emotiva del proprio valore.

E questa estraneità – se riconosciuta e non stigmatizzata – può diventare una risorsa manageriale: indipendenza, originalità, capacità di vedere dove la stanza, spesso, non guarda. L’otrovert è colui che abita il confine senza mai farsi assorbire dal centro.

L’epoca dei joiner: quando la leadership rischia di diventare teatro

Se dovessimo descrivere con crudezza il contesto, potremmo dire che viviamo nell’epoca dei joiner: non necessariamente nel senso positivo del “fare comunità”, ma nel senso dell’adesione continua a un clima, a un codice, a un insieme di aspettative implicite.

Anche le aziende che dichiarano inclusione e pluralità spesso premiano, sotto traccia, una cosa sola: la conformità emotiva. Si può essere brillanti e persino divergenti, purché lo si sia nel modo socialmente accettabile.

È qui che il caso Challenger diventa più di una tragedia: diventa un avvertimento organizzativo. Mostra cosa accade quando il costo del dissenso sale e la stanza, invece di proteggere la complessità, la semplifica per sentirsi unita.

La leadership, in quel campo magnetico, rischia di ridursi a un insieme di comportamenti che “suonano bene”: postura corretta, linguaggio giusto, empatia dichiarata, presenza calibrata. In altre parole: leadership come recita funzionale. L’otrovert, in questa lettura, non è l’eroe solitario né il “diverso” romantico.

È un profilo che mette a fuoco una capacità precisa: stare nella relazione senza dissolversi nella relazione. Perché un leader che ha bisogno di piacere a tutti diventa prevedibile; un leader che ha bisogno di appartenere diventa prudente; un leader che ha bisogno di essere confermato smette lentamente di essere guida e diventa interfaccia.

Pixar: progettare il dissenso senza trasformarlo in guerra

Ed ecco un passaggio fondamentale: l’”otrovert” non è solo un tratto individuale. È anche qualcosa che le organizzazioni possono rendere possibile con un’architettura intelligente del confronto.

Ed Catmull, raccontando la cultura di Pixar sulle pagine di Harvard Business Review, descrive il Braintrust che è un dispositivo di feedback radicalmente sincero sui film in lavorazione, ma con una regola che è più manageriale che creativa: dopo la sessione non esistono “note obbligatorie” e il Braintrust “non ha autorità”; la responsabilità resta al regista e al team (Ed Catmull, How Pixar Fosters Collective Creativity, HBR, 2008).

A differenza di una classica “approvazione del management”, il Braintrust opera secondo due pilastri che lo rendono il terreno ideale per l’approccio otrovert:

  1. assenza di autorità: il gruppo non può imporre soluzioni. Il suo unico compito è evidenziare i problemi. Questo elimina la dinamica politica del “dover obbedire al capo”;
  2. sincerità radicale (Candor): si basa sulla premessa che “tutti i film Pixar, all’inizio, fanno schifo”. Il compito del Braintrust è dire la verità, anche quella brutale, senza che ciò venga percepito come un attacco personale o una minaccia alla carriera.

È un dettaglio decisivo, perché libera chi dà feedback dal dover “piacere” e libera chi riceve feedback dal dover “aderire”. In pratica: crea franchezza senza cattura, confronto senza appartenenza forzata, qualità senza teatro. È qui che la leadership smette di essere performance sociale e torna a essere responsabilità.

Sicurezza psicologica: rendere legittimo non appartenere

Se vogliamo rendere tutto questo operativo, c’è una condizione che ritorna con ostinazione: la sicurezza psicologica. Google, sintetizzando gli apprendimenti del Project Aristotle, ha messo al centro l’idea che nei team migliori le persone si sentono al sicuro nel prendersi rischi interpersonali: fare domande, ammettere errori, portare obiezioni senza temere l’etichetta di “incompetente”, “negativo” o “disturbante” (Google re:Work, Guide: Understand team effectiveness, 2016).

E qui torna utile una definizione “da pietra angolare”: Amy Edmondson definisce la psychological safety come la convinzione condivisa che il team sia sicuro per l’assunzione di rischi interpersonali (Amy Edmondson, The Fearless Organization, 2018). Tradotto: se non è legittimo non appartenere, non è legittimo nemmeno imparare. E senza apprendimento, la leadership diventa gestione della scena.

Narrazione e perception design: guidare significa anche farsi leggere

Qui entra in gioco un punto spesso sottovalutato: oggi la leadership non si limita a “fare”, ma deve anche farsi capire. E non nel senso superficiale di “comunicare meglio”, bensì nel senso più strategico di progettare la percezione che le proprie azioni generano.

Ogni decisione, ogni scelta di tono, ogni gesto pubblico o interno produce un’onda interpretativa: accelera fiducia o la erode, genera adesione o sospetto, costruisce autorevolezza o la rende fragile.

In questa prospettiva, lo storytelling non è ornamento e non è nemmeno “il racconto motivazionale del leader”. È un’infrastruttura: il modo in cui un’organizzazione collega i fatti, dà loro una direzione, crea continuità tra intenzioni e comportamenti, rende riconoscibile una postura nel tempo.

Senza questa infrastruttura narrativa, la leadership rischia di essere una somma di atti scollegati: magari efficaci nel breve, ma incapaci di generare senso e fiducia. E senza un lavoro sistematico di perception management – misurare e governare ciò che le persone davvero percepiscono, non solo ciò che l’azienda pensa di comunicare – la leadership resta in balia di interpretazioni rapide, polarizzate, spesso ingiuste ma comunque operative.

Oggi narrare la leadership significa ”mettere in ordine”, anziché “mettersi in mostra”. I nuovi racconti richiedono leader la cui indipendenza dal consenso non sia vissuta come una sfida all’autorità, bensì come l’atto di lealtà più autentico verso il bene dell’organizzazione.

La provocazione finale: stiamo premiando la guida o la recita?

Molte organizzazioni stanno scambiando la leadership con la socialità ben addestrata. Premiano chi “ci mette la faccia” in modo compatibile, chi sa usare il lessico giusto, chi gestisce bene la scena. Ma la scena non è la direzione. Se premi solo chi si vede, rischi di perdere chi vede.

Se confondi partecipazione con adesione, indebolisci il dissenso intelligente. Se misuri la leadership con il grado di appartenenza, trasformi i leader in animatori e i manager in custodi del clima.

Se volessi rendere tutto questo operativo, farei una domanda semplice, quasi brutale, che HR e Comunicazione dovrebbero porsi insieme perché oggi sono co-autori dello stesso racconto: nella nostra organizzazione è legittimo non appartenere? È legittimo avere un’idea che non “suona bene” alla stanza? È legittimo dire “io non la vedo così” senza pagare un prezzo relazionale? È legittimo essere influenti senza essere visibili?

Perché se la risposta è “dipende”, allora il tema non è più introversione o estroversione: è la maturità della cultura organizzativa, e la capacità di sostenere una leadership che non sia un esercizio di conformità.

Forse, nel 2026, la competenza chiave non è più “che tipo sei”, ma “quante versioni di te sai integrare senza tradirti”. E forse il futuro della leadership, nel suo nuovo racconto, non è quello che sa piacere a tutti, ma quello che sa guidare senza farsi possedere dal gruppo.

In fondo, è qui che la leadership torna a essere ciò che dovrebbe: non una prestazione sociale, ma un atto di responsabilità. Si può essere pienamente presenti senza diventare prevedibili? Se la risposta è sì, allora l’otrovert non è un’etichetta. È un’indicazione di rotta.

 

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