Collaborare significa legarsi

L’Ashley Book of Knots parlava, già decenni fa, di circa 3900 nodi diversi. Probabilmente pochi rispetto a quelli creati più recentemente. Sicuramente pochi se paragonati a quelli che legano ciascuno di noi al caleidoscopio di persone, di attività, di contesti, di pensieri, di possibilità, di…, di…, di…, in una unità di tempo qualsiasi della nostra esistenza. Che cosa sono, in definitiva, obblighi, contratti, scadenze, colleghi, capi, clienti etc. Alcuni di questi nodi li allacciamo noi, altri assolutamente no. E collaborare non è legarsi? Legarsi assieme? Evidentemente sì. Certo, con finalità che subito ci affrettiamo a definire strategiche, funzionali, goal-oriented. 

Ma il paradosso resta. Pensavamo ad energie da liberare, ad opzioni da moltiplicare, a campi da lasciare aperti. Ed ecco che scopriamo che col-laborare è legarsi.
Ogni rapporto umano, a dire il vero, lega tra loro i suoi protagonisti. Fissa certe strade e ne esclude moltissime altre. Cioè sceglie e impegna e quindi esclude: ”chi a una sola è fedele / verso l’altre è crudele», così il Don Giovanni di Mozart definiva in maniera secca ma efficace la questione. Certo, opzioni, possibilità, chance, alternative…, di tutto questo pensiamo sia fatto un mestiere veramente a misura di quello che vogliamo. Ma è poi veramente così? Certo, c’è una possibilità che, consapevoli o meno, è quella che vorremmo sempre a disposizione: la possibilità di tornare indietro.

Annullando gli effetti indesiderati di una nostra scelta o iniziativa. Una opzione utilissima, certo, forse addirittura vitale in certe occasioni. Ma il suo nome proprio non è ‘fuga’? Se la prima opzione che andiamo a ricercare è sistematicamente quella di una via d’uscita questo significa una cosa semplice: non-esserci-mai veramente-qui-ed-ora.

Ecco allora che la qualità di una collaborazione, soprattutto di quella subita è quella che dipende dalla nostra scelta, dal nostro consenso a esserci, a starci, a legarsi a quella situazione. Si parla molto di empatia, oggi. Attenzione però a non scambiarla con un sentimento quasi magico, col nostro  ‘sentirci bene’ in determinati contesti di collaborazione o cooperazione.

C’è sempre un lavoro su di sé da fare per accogliere l’altro, per accettarlo. Perché la vera empatia è quella che si genera nel merito della relazione con l’altro.

Il sociologo Richard Sennett ci ha ricordato il piacere di collaborare ed anche la sua ritualità che si oppone ad una concezione «tribalistica», oggi corrente. Leggendo le sue considerazioni – o anche ascoltando questa intervista – si capisce che è il personale riconoscimento di una appartenenza comune «allo stesso campo», «alla stessa città» che consente di sviluppare skills utili ad una consistente ed efficace collaborazione. È in ambito informale, scrive Sennett, che si coltiva una collaborazione capace di rendere, perché è lì che il nostro personale set valoriale è messo subito in azione.

Perché è lì che i legami hanno maggior qualità. Ecco allora un suggerimento che può essere prezioso quando riflettiamo sulla collaborazione: collaborare non è scegliere l’altro indipendentemente da (o magari contro) se stessi. Piuttosto è scegliere sé insieme all’altro. Legarci assieme. Siamo attrezzati a farlo?

Facebook
LinkedIn
WhatsApp

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Cerca