Marco, cosa devo scrivere su LinkedIn per farmi notare?
È una delle domande che ricevo più spesso. E la mia risposta, ogni volta, spiazza:
Il problema non è cosa scrivere. È avere qualcosa da raccontare.
Negli ultimi anni LinkedIn è diventato una sorta di vetrina professionale. Molti giovani lo trattano come una bacheca da riempire: una foto professionale, una headline ad effetto, qualche certificazione, un elenco di competenze e la speranza che un recruiter li trovi. Ma è proprio questo l’errore.
Oltre le parole contano i segnali
Dal lato di chi assume, LinkedIn non è un curriculum digitale. È una finestra sul modo in cui una persona pensa.
Quando apro il profilo di un candidato, il mio obiettivo non è verificare se ha scritto “problem solving”, “teamwork” o “leadership”. Ormai sono parole che compaiono ovunque e che, proprio per questo, hanno perso gran parte del loro significato.
Cerco altro: voglio capire se quella persona è curiosa. Se segue il proprio settore. Se commenta con intelligenza. Se condivide riflessioni. Se ha costruito interessi coerenti con la direzione che vuole dare alla propria carriera. In altre parole, cerco segnali.
Perché oggi assumere significa soprattutto ridurre l’incertezza. Ogni elemento che racconta come una persona ragiona vale molto più di una lista di competenze copiata da un annuncio di lavoro. Ed è qui che LinkedIn diventa straordinario, perché racconta quello che un curriculum non può raccontare: racconta come impari. E questa è probabilmente la competenza più importante dei prossimi dieci anni.
La curiosità è la competenza del futuro
Secondo LinkedIn, entro il 2030 circa il 70% delle competenze richieste nei lavori cambierà, spinte soprattutto dall’intelligenza artificiale. Il World Economic Forum arriva a una conclusione molto simile: tra le competenze considerate più importanti dalle aziende troviamo pensiero analitico, resilienza, capacità di adattamento, leadership, creatività, curiosità e apprendimento continuo. Solo dopo arrivano le competenze specialistiche. Questo cambia completamente il modo di costruire la propria identità professionale.
Molti ragazzi investono mesi per aggiungere una certificazione, pochissimi investono tempo per costruire una reputazione. Eppure, è proprio la reputazione che rende un profilo memorabile.
Faccio un esempio: immaginiamo due studenti, della stessa età, stessa università, stessa media. Il primo ha un profilo LinkedIn perfetto dal punto di vista grafico. Il secondo pubblica una volta al mese una riflessione su un libro che ha letto, racconta un progetto universitario, commenta un trend del proprio settore e descrive cosa ha imparato durante uno stage. Quale dei due vi trasmette maggiore potenziale? La risposta, nella maggior parte dei casi, è immediata. Perché il secondo non sta dicendo di essere curioso: lo sta dimostrando.
Ed è questa la differenza che vediamo ogni giorno nella ricerca di manager e professionisti. Il futuro premierà sempre meno chi accumula competenze e sempre di più chi dimostra di saperle aggiornare. L’intelligenza artificiale renderà obsolete molte attività. Ma renderà ancora più preziose le persone capaci di fare domande migliori, collegare discipline diverse, comunicare con efficacia e imparare più velocemente degli altri. Anche il CEO di LinkedIn ha sottolineato come adattabilità, AI literacy e capacità di apprendere conteranno sempre più dei soli titoli formali.
Costruire credibilità, non solo visibilità
Per questo motivo, il consiglio che darei a uno studente è controintuitivo: non usare LinkedIn per cercare lavoro. Usalo per costruire credibilità. Condividi ciò che impari. Racconta i tuoi progetti. Commenta il mercato. Segui aziende e manager che stimi. Fai domande intelligenti. Non serve pubblicare ogni giorno, né trasformarsi in un creator. Serve avere qualcosa da dire. Perché ogni contenuto pubblicato racconta molto più della tua esperienza. Racconta il tuo modo di pensare.