Come vede il futuro dell’economia e del mondo del lavoro, soprattutto rispetto al ruolo dei sindacati di lavoratori e imprese?
«Siamo nell’epicentro di un cambiamento mondiale impensabile fino a qualche anno fa. Ci sono i due occidenti – Stati Uniti ed Europa – che per ragioni diverse hanno imboccato la strada della deglobalizzazione.
Le altre aree del mondo, invece, non possono percorrerla e subiscono un indebolimento delle istituzioni mondiali e dei rapporti internazionali a garanzia degli scambi commerciali infracontinentali.
Dentro questo scenario, il nostro tessuto imprenditoriale fa i conti con le diverse ragioni della sua vulnerabilità, che rischia di scaricarsi in una reazione a catena sulle condizioni di lavoro.
Processi che superano di gran lunga le decisioni che possiamo prendere con la contrattazione e che dovrebbero chiamare le parti a condividere la necessità di una diversa politica economica. Purtroppo, così non è».
A fronte di questo, quale ruolo dovranno avere i sindacati di lavoratori e imprese e come dovranno cambiare anche nei rapporti reciproci?
«Noi abbiamo diversi bisogni comuni; faccio due esempi. Il primo: un sistema di ammortizzatori sociali diverso da quello di oggi per affrontare le transizioni in atto, mentre noi continuiamo ad avere gli stessi strumenti di quando ho iniziato a fare il sindacalista.
Il secondo: aumentare la domanda interna europea come strumento di difesa contro le chiusure daziarie.
Se fosse così dovremmo rivolgere al decisore pubblico le stesse richieste e rappresentare le stesse esigenze, per rompere il racconto di un’Italia che cresce e vive un nuovo eldorado».
In particolare, come e cosa dovranno cambiare i sindacati che rappresentano operai, impiegati e quadri?
«La forza del sindacato confederale sta nel non limitarsi alla sola dialettica sindacale aziendale classica.
Oggi, la condizione individuale di ogni lavoratore si tutela davvero solo se, fuori dai luoghi di lavoro, si afferma un’idea alternativa di sviluppo e di crescita.
Serve una visione ampia, capace di collegare le rivendicazioni contrattuali a un modello economico e sociale diverso.
L’Europa deve dotarsi di una politica economica che metta al centro la ricerca e l’innovazione, così da tornare un soggetto credibile in cui il mondo possa investire. In alcuni settori abbiamo perso il primato nella ricerca sulla transizione ecologica.
Ai lavoratori di quelle imprese e filiere non basta sentirsi dire che è necessario (e lo è) salvare i posti di lavoro e aumentare i salari: serve una prospettiva di futuro.
Questo significa un investimento straordinario, uno shock positivo nella ricerca. Tuttavia, le politiche fondate sul debito comportano la necessità di mantenere la fiducia degli investitori: per questo serve una politica economica solida e coerente».
E quali dovranno essere i valori distintivi e a più alto valore aggiunto della loro offerta?
«Il valore aggiunto del sindacato, oggi, consiste nel mettere insieme contrattazione e visione: difendere e migliorare le condizioni materiali, ma, allo stesso tempo, costruire un’idea di futuro che sia comprensibile e desiderabile per chi lavora.
Questo significa rimettere al centro la giustizia sociale, la redistribuzione della ricchezza, l’uguaglianza delle opportunità nella formazione e nella crescita professionale, la tutela dei diritti anche nei nuovi luoghi della conoscenza e della produzione digitale.
Il nostro compito è tornare a essere il luogo in cui si elabora una prospettiva dove le persone trovano una comunità capace di interpretare il presente e orientare il cambiamento.
Questo è il nostro tratto distintivo: non solo negoziare, ma generare senso, protezione e direzione».
Parliamo ora dei soli sindacati dei dirigenti, che negli ultimi decenni hanno avuto, soprattutto con Manageritalia, un forte ruolo innovativo nel mondo del lavoro: come li vede oggi e quale ruolo dovrebbero avere in futuro?
«Credo che nella diversità di ruolo e di rappresentanza oggi si debba guardare alle crisi che abbiamo davanti con una progettualità parallela, ma nella direzione di affermare un modello di sviluppo diverso da quello che il tessuto economico e produttivo già conosce, perché quello attuale sta già cambiando, ma non si ha visione di quello che sarebbe utile nascesse».
Proprio Manageritalia ha aperto la strada anche ad altri contratti collettivi nell’introduzione di un welfare contrattuale. Come vede anche in futuro il welfare contrattuale e aziendale, che è un’altra parte della distribuzione?
«Sui tavoli negoziali il welfare contrattuale è ormai una parte importante della nostra azione sindacale, ma non tutto il welfare è uguale.
È necessario aprire una riflessione tra le parti, a partire dal welfare sanitario, per evitare che strumenti integrativi alimentino un sistema che indebolisca o metta in discussione il Servizio sanitario nazionale.
Allo stesso modo, bisogna distinguere tra chi eroga prestazioni sanitarie attraverso polizze assicurative e chi lo fa tramite il sistema mutualistico dei fondi.
In prospettiva, il welfare contrattuale deve diventare sempre più uno strumento di inclusione e di partecipazione, non un privilegio per pochi.
Penso alla formazione continua, alla previdenza complementare e alle politiche di conciliazione: ambiti in cui la contrattazione può e deve garantire opportunità concrete di crescita e sicurezza a tutti i lavoratori, in modo solidale e sostenibile».
Quali dovranno essere i tratti distintivi più rilevanti dell’offerta del sindacato dei dirigenti e in cosa dovrebbero differenziarsi rispetto a quelli dei lavoratori?
«Un sindacato dei dirigenti dovrà puntare su alcuni elementi specifici: l’aggiornamento continuo delle competenze manageriali e la capacità di guidare processi complessi dentro sistemi produttivi che cambiano rapidamente.
Ciò richiede strumenti di rappresentanza costruiti attorno a formazione di alto livello e politiche attive avanzate.
La differenza rispetto ai sindacati dei lavoratori non riguarda il valore della rappresentanza – uguale per tutti – ma la natura delle esigenze.
Chi guida le organizzazioni ha bisogno di un sindacato capace di leggere l’evoluzione dei mercati globali, anticipare gli impatti sulle imprese e accompagnare la transizione tecnologica e organizzativa».
Rappresentanza, rappresentatività e contratti pirata: come risolviamo questa concorrenza sleale e danno per il Paese?
«Applicando gli accordi interconfederali già esistenti e con una legge a loro sostegno.
Già oggi l’Inps è in possesso dei dati sulla rappresentanza, manca solo la volontà politica di procedere, perché c’è chi si candida a rappresentare quella parte di imprenditoria che pensa che svalutando il fattore lavoro diventiamo più competitivi.
Una ricetta che, abbiamo visto, non funziona in una logica di sviluppo di qualità».
Quanto conterà, per i corpi intermedi in generale e i sindacati dei lavoratori in particolare, ragionare, muoversi e agire a livello internazionale o almeno europeo?
«Non abbiamo un’alternativa, a meno che non si pensi a un sindacato che resiste ai grandi cambiamenti del mondo in uno spazio stretto in cui rischia di essere schiacciato e percepito come molto rumoroso e inefficace allo stesso tempo».
Insomma, lunga vita ai sindacati, ma a quali sindacati?
«A quei sindacati che non rinunciano a una visione di società e che lavorano convintamente per affermare la centralità della persona, della sua realizzazione, della sua libertà, della sua preminenza sulla speculazione».