La crescente digitalizzazione e automazione guidata dall’IA sta portando a una radicale trasformazione del mondo del lavoro. Come, è tutt’altro che chiaro. Alcuni esperti delineano scenari foschi con ondate di licenziamenti e disoccupazione di massa come conseguenza inevitabile. A seconda degli studi, entro il 2030 tra il 30% e il 50% dei posti di lavoro potrebbe essere esposto al rischio di automazione.
C’è chi sostiene che la tecnologia colpirà soprattutto le mansioni semplici, poco gratificanti. Altri sono convinti, invece, che anche compiti complessi o creativi siano automatizzabili tramite l’IA. Esiste anche l’idea che l’automazione generi nuovi impieghi: da un lato perché i guadagni di produttività creano nuovi bisogni, dall’altro perché qualcuno dovrà pur progettare e gestire i sistemi automatizzati.
Tuttavia, ciò richiederebbe ampi programmi di qualificazione e non tutti i lavoratori saranno adatti da un giorno all’altro. Le opportunità occupazionali potrebbero quindi diventare molto più diseguali rispetto a oggi.
L’automazione ha inoltre il potenziale di ampliare le distorsioni nella distribuzione dei redditi e, nello scenario peggiore – se il potenziale di automazione venisse sfruttato fino in fondo – potrebbe persino erodere le basi finanziarie dello Stato, per esempio attraverso il calo dell’imposta sul reddito.
Da qui l’aumento delle richieste di nuovi modelli fiscali. Uno dei più discussi è la tassa sui robot: la proposta mira a tassare il valore creato da robot e algoritmi per redistribuire reddito o finanziare l’istruzione.
Si discute anche di una tassa sui dati. Un’altra proposta è il reddito di base incondizionato. L’idea – una somma fissa senza obbligo di prestazione – non è nuova, ma guadagna peso nell’era dell’automazione. Il concetto è controverso. Idealmente, potrebbe aumentare l’uguaglianza di opportunità, accompagnare la transizione da una società del lavoro a una società delle attività e del benessere personale.
Ma, realisticamente, la disoccupazione potrebbe esplodere prima che i promessi trilioni si materializzino. Il vero problema è il timing. Ossia, l’IA elimina milioni di posti di lavoro prima di generare la ricchezza necessaria a sostituirli.
E poi a che prezzo? Prendiamo i colletti bianchi negli Stati Uniti. Un reddito di base di 10mila dollari non rimpiazza nemmeno lontanamente gli stipendi da 100mila dollari che questi professionisti guadagnavano. Quindi, di cosa stiamo parlando?
Domande in cerca di risposte
1) Una tassa sui robot rischierebbe di rallentare l’innovazione se producesse un livellamento artificiale dei costi del lavoro, riducendo gli incentivi a introdurre tecnologie di automazione?
2) Come definire basi imponibili realmente efficaci per una tassa sull’automazione?
3) Servirebbero nuove categorie fiscali per gli algoritmi, paragonabili a “classi di reddito digitali”?
4) L’introduzione di un reddito di base incondizionato potrebbe indebolire l’impegno di aziende e lavoratori verso l’aggiornamento delle competenze?
5) Quale architettura fiscale sarebbe necessaria qualora all’iperautomazione si affiancasse una transizione verso una società post-crescita?
Il (futuro) giudizioso universale
Che aspettarsi? Secondo alcune stime per il decennio 2012-2022, l’automazione ha eliminato circa 1,6 milioni di posti di lavoro in Europa, ma ne ha generati quasi il doppio. L’evoluzione futura resta incerta, soprattutto considerando che articoli, studi, sondaggi, analisi e previsioni dicono tutto e il contrario di tutto.
Finora, il rischio di sostituzione ha riguardato soprattutto mansioni poco qualificate, ma negli ultimi tempi si assiste già a un assalto alle posizioni dei lavoratori della conoscenza di fascia media.
La tassa sui robot resta perlopiù un tema teorico, mentre il reddito di base è oggetto di sperimentazioni, con risultati però poco incoraggianti. Se in prospettiva l’automazione dovesse toccare anche professioni altamente qualificate, il fabbisogno di nuovi strumenti compensativi diventerebbe significativo, così come le tensioni socioeconomiche.