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Come diventare una rockstar in azienda

I principi del rock applicati al management
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Come diventare una rockstar in azienda

Come si può trarre il meglio da un gruppo di persone che lavorano insieme, tenendo conto delle tipiche dinamiche e tensioni che si trovano in azienda? Tra Roger Waters e David Gilmour dei Pink Floyd c’è stato sempre un sentimento di amore e odio. Questa tensione, oltre al loro infinito talento, è stata alla base della loro proattività e la loro diversità ha arricchito la creatività di una delle rockband più talentuose della storia. Il loro dualismo ha contribuito ad alimentare quel fuoco necessario per comporre pezzi memorabili. Dagli estremi delle loro rispettive culture sono riusciti a trovare una sintesi compositiva che ha regalato ai fan canzoni assolutamente meravigliose.

La comprensione del punto di vista altrui
Il 26 aprile del 1993 i Depeche Mode pubblicarono un pezzo in cui Dave Gahan cantava “…but before you come to any conclusions, try walking in my shoes”. La canzone si chiama “Walking in my shoes”, singolo estratto dall’album “Songs of faith and devotion” della band entrata nella Rock and Roll Hall of Fame.

Anche tra Dave Gahan e Martin Gore, rispettivamente cantante e compositore chitarrista/tastierista dei Depeche Mode, c’è tutt’ora una tensione costante. Questi due esempi di grandi rockstar ci insegnano che prima di trarre conclusioni è necessario comprendere il punto di vista dell’interlocutore: lui ha un vissuto diverso dal tuo, guarda le cose da un’altra prospettiva e riuscire a trovare un punto di contatto può aiutare tutti a evolvere verso una situazione migliore. In azienda, in ogni azienda, ci sono tensioni tra persone e tra reparti. Il ruolo del manager è anche imparare a valorizzare gli elementi creativi e le diversità personali perché possono arricchire il percorso aziendale.

Le analogie tra il rock e il management
Come riescono le rockstar a trovare il bandolo della matassa? Partire dalla sospensione del giudizio: quando si confrontano con lo staff o con gli altri membri della band ascoltano senza pregiudizio per cogliere il vero significato di altri punti di vista. Solo dopo traggono le loro conclusioni. Così in azienda le differenze gestionali delle persone che rispondono a te possono diventare un elemento cruciale del tuo successo, perché puoi attingere alle loro esperienze quasi a costo zero. Il maestro Bocelli sostiene che l’età media di un’orchestra è pari a ottocento anni, considerando i 10 anni di esperienza di conservatorio di ogni orchestrale. Che magnifica visione! Facendo tesoro delle esperienze altrui, velocizzerai il tuo percorso di crescita ed evolverai verso uno stato migliore. Quando faccio formazione e consulenza in azienda mi avvalgo sempre di queste analogie tra il rock e il management perché ci possono fornire una prospettiva nuova grazie alla quale superare le sfide lavorative.

Le canzoni rock: una fonte per gli aneddoti formativi
Ho codificato un metodo innovativo e unico: sfrutto il potere dell’analogia, utile per il nostro cervello, per insegnare hard skill e soft skill in forma di racconto. Parto da famose canzoni rock, raccontandone gli aneddoti formativi, che poi traslo in ambito aziendale. Questo aiuta manager e imprenditori a comprendere meglio, ricordare più a lungo e applicare quotidianamente i concetti appresi. Spesso al centro delle necessità di formazione c’è la necessità di risolvere problemi o colmare lacune.

Questo è normale in ogni azienda; ciò che non è normale troppe volte è l’atteggiamento che alcuni manager adottano all’insorgere di un problema. Chi fa il manager o l’imprenditore lo sa: i problemi sono frequenti, costanti. Ci assillano minuto dopo minuto. Tutti noi aspiriamo ad avere la casella email piena di opportunità e senza contrattempi, ma non è così.

La presenza dei problemi giustifica quella dei manager
In un verso della canzone “Tryin’ To Throw Your Arms Around The World”, da Achtung Baby deli U2, Bono canta: “…a woman needs a man like a fish need a bicycle”, frase attribuita ad altri autori, poi diventata uno slogan femminista. Ancora una volta il rock ci ispira: posso quindi parafrasare la frase e farla diventare: “un capo ha bisogno di un manager che non risolve problemi, come un pesce ha bisogno di una bicicletta”. Oppure, ancora, “il mercato e i clienti hanno bisogno di un imprenditore che non risolve problemi, come un pesce ha bisogno di una bicicletta”. Se non ci fossero i problemi, non esisterebbero i manager o gli imprenditori. La presenza stessa di un problema da risolvere, giustifica l’esistenza di un manager o di un imprenditore.

Quindi, la prossima volta che ti innervosisci per un problema, ricorda: vuoi essere un pesce in bicicletta?

Questione di mindset, come il 18 agosto 1969
Quello del mindset è un punto centrale negli interventi formativi e consulenziali. Il modo col quale approcci le tue sfide influisce sulle tue possibilità di riuscire a superarle. Anche quelle normali di tutti i giorni. Ed è fondamentale che tu sappia riconoscere i tuoi successi e celebrarli. Anche quelli normali di tutti i giorni. Sì, perché vincere aiuta a vincere. Evidentemente la tua sola motivazione non basta; servono un piano, alternative, strumenti, abilità e tempo. La tua motivazione è un elemento necessario, ma non sufficiente. È quel motore che ti permette di superare i momenti di difficoltà che inevitabilmente incontrerai nel tuo percorso, più o meno profondi. Insieme al tuo mindset ti permette di far fronte anche agli imprevisti. Come è successo su un palco famoso il 18 agosto 1969. Sono le 9 del mattino e la Gipsy Sun and Rainbows, composta da Jimi Hendrix, Mitch Mitchel e Billy Cox inizia a suonare davanti a 40.000 spettatori a Woodstock. Tutti i presenti non sanno che quel concerto diventerà famoso. Mentre Jimi suona Red House, si rompe il Mi cantino della sua Fender Stratocaster mancina. Può succedere. Se accade live provi un minimo di fastidio. Hendrix deve portare a casa il concerto, quindi si focalizza su quello che ha per riuscire a suonare: 5 corde invece di 6.

Ignorare quello di cui non si ha il controllo
L’analogia col management è profonda. Ad ogni manager piacerebbe avere il controllo totale di ogni aspetto e possedere ogni strumento e mezzo per raggiungere un risultato; ma purtroppo non è così. Quando ci si trova a fare i conti con la realtà salta fuori l’elemento fondamentale: il focus. Il punto non è fare l’elenco di tutto quello che ti manca, tantomeno concentrarti su quello di cui non hai il controllo. Il punto è essere consapevole di quello che hai e focalizzarti su quello di cui hai il controllo. Il rock ci insegna che è fondamentale il focus su quello che hai per far emozionare il tuo pubblico. Le grandi rockstar ignorano quello che non hanno e si concentrano su quello che hanno. Le grandi rockstar ignorano quello di cui non hanno il controllo e si concentrano su quello di cui hanno il controllo.

La preparazione prima di salire sul palco
Quello delle rockstar è un mestiere molto complesso, al pari di quello di un manager che deve tenere sotto controllo numerosi Kpi. Entrambi si trovano a dover gestire persone e situazioni complesse e con una competizione molto accesa. Una rockband deve portare a termine compiti articolati e quando va in scena non ha la possibilità di sbagliare: deve far emozionare il proprio pubblico, sempre più esigente. Esattamente come avviene nel caso di un venditore in visita presso un cliente o un’azienda quando lancia un progetto.

Quando Vasco Rossi, Massive Attack o Red Hot Chili Peppers salgono sul palco e tu inizi a ballare e cantare a squarciagola, devi sapere che la preparazione i quell’evento o concerto è cominciata alcuni mesi prima. Il concerto è solo la punta dell’iceberg di un mestiere molto faticoso e meticoloso. Esattamente come il tuo quando prepari la presentazione che dovrai tenere dinanzi al board aziendale o al gruppo di investitori o al potenziale cliente che insegui da parecchio tempo. In entrambi i casi i passaggi necessari per arrivare al fan/cliente sono tanti e devono essere svolti con professionalità, cura dei dettagli, intelligenza strategica e tattica, enormi sacrifici e tonnellate di passione.

La preparazione e l’esercizio sono gli ingredienti segreti di tutte le rockstar. Ogni progetto si conclude bene se è stato preparato bene. Improvvisare è da dilettanti. Le rockstar non improvvisano. In “Diari” si legge che quando Kurt Cobain licenziò Dave Foster, il suo primo batterista, gli scrisse che per ottenere qualcosa avrebbero dovuto esercitarsi costantemente, almeno cinque volte a settimana. Aveva ragione, eccome!

Chiunque abbia mai preso in mano uno strumento musicale sa benissimo che senza un numero infinito di esercizi è impossibile essere veloci e precisi su una tastiera, o imparare a memoria il proprio repertorio per esibirsi in pubblico. Inoltre, quando fai parte di una band, l’esercizio è duplice perché devi esercitarti prima in solitudine, per governare la tecnica dello strumento e per imparare le parti della canzone che bisogna suonare, e poi bisogna esercitarsi con la band, per far in modo che il risultato sia il più coeso e dinamico possibile.

Andare a tempo con il nostro team
Andare a tempo con gli altri componenti della band è uno dei fattori discriminanti per avere un sound piacevole. Andare a tempo con gli altri colleghi dell’azienda è uno dei fattori discriminanti per rispettare una pianificazione e portare a termine un progetto nel migliore dei modi. L’analogia tra rock e management è molto profonda anche in questo caso.

Non ho mai conosciuto un manager padrone della situazione già dalla prima occasione. La prima volta in cui hai parlato in pubblico non sei stato così efficace come lo sei adesso. Oppure i primi business plan non erano così maturi come quelli che componi ora. Questo è fisiologico, l’esperienza è una delle cose che non puoi comprare, servono obbligatoriamente due ingredienti: tempo ed esercizio.

L’esercizio costante
Tempo ed esercizio sono ingredienti necessari affinché un’attività si trasformi in un’abitudine, in un’azione che riesci a compiere senza ragionare troppo assorbendo ram del tuo cervello e rendendola disponibile per le altre attività in cui è necessaria maggiore attenzione e capacità di giudizio o dubbio.

Tutti noi impieghiamo molto tempo lavorando col pc, e probabilmente molto di questo tempo è assorbito da email e fogli di calcolo.

Per velocizzare al massimo il lavoro, i fogli di calcolo dovrebbero essere utilizzati sfruttando al massimo tutte le funzioni del software; alcune di esse sono molto semplici, altre meno. Solo ripeterle molte volte ci metterà nelle condizioni di non aprire il tutorial o chiedere aiuto al nostro collega. Parlare una lingua straniera è forse l’esempio più comune per dimostrare l’importanza dell’esercizio costante. Tutte le ore passate a studiare, dalle elementari fino all’università, non contano assolutamente nulla se non vi confrontate nella vita quotidiana con una persona madrelingua.

Il J effect
Nel suo libro “Vendere di più con l’intelligenza emotiva”, Colleen Stanley conferma l’importanza dell’allenamento nelle pratiche manageriali: il cosiddetto “J effect” si ottiene quando all’inizio di un’attività ci si sente insicuri, proprio a causa della mancanza di esercizio, poi questa insicurezza si trasforma in paura, ma solo grazie alle ripetizioni e all’allenamento si passa alla fase del “forse ci posso riuscire” e, infine, allo step del controllo.

Le abitudini a volte sono anche errate, oppure sono diventate tali per via di un cambiamento nel mondo esterno e non si è stati in grado di modificare la routine.

Quante volte hai sentito parlare di cambiamento negli ultimi anni? Quasi ogni convention aziendale si apre nel segno del cambiamento. Ed anche per modificare un’abitudine radicata è necessario molto esercizio e molta auto-disciplina. Marshall Goldsmith, tra i coach più famosi al mondo, sostiene che per il cambiamento servono una sorveglianza costante e un auto-monitoraggio accurato, attivando un processo costituito da ripetizioni meccaniche.

Lean Management
Spesso è la paura di sbagliare che impedisce di muoversi dalla propria zona di comfort. Ma questo ci rende molto più lenti e macchinosi, atteggiamento oggi assolutamente controproducente. Alcune aziende fanno proprio della velocità e dell’agilità – anche a costo di sostenere qualche errore poi prontamente compreso e risolto alla base – il proprio vantaggio competitivo. È il caso del Lean Management, sistema di conduzione manageriale molto in voga da qualche anno.

“In pratica abbiamo registrato in 2 giorni”, Peter Hook, bassista dei Joy Division. L’album di debutto della band di Manchester, pubblicato il 15 giugno del 1979, è uno dei lavori più influenti della storia del rock, tra i 100 migliori di sempre per Rolling Stone. Lo cito come analogia tra rock e management perché è un esempio efficace di Lean Management. Un team appassionato, interessato al miglioramento, all’efficienza nella gestione delle poche risorse e interessato a donare al pubblico un prodotto perfetto. Tutti gli ingredienti del Lean Management. Negli Strawberry Studios di Stockport i JD, col produttore Martin Hannet e il tecnico del suono Chris Nagle, hanno cercato la loro personale perfezione. Dopo 40 anni il disco è ancora un’icona e suona come se fosse stato registrato ieri. Il batterista Stephen Morris ha registrato un singolo pezzo di batteria alla volta; per chi ne capisce un po’ sa quanto possa essere complesso, praticamente si è comportato come una drum machine umana. Così per ogni parte del processo durato 3 settimane, di cui solo 2 giorni dedicati alla pura registrazione sonora. Ecco perché Unknown Pleasures è un perfetto esempio di Lean Management.

La ricerca del successo: un magnete perfetto
Dopotutto, la ricerca del successo attraverso un prodotto o servizio perfetto è un magnete che ha attirato ogni rockband, così come attira ancora oggi ogni azienda, a qualsiasi stadio del suo percorso. E pensare che ci sono state anche rockstar che una volta arrivate al successo, quel successo indiscutibile senza se e senza ma, hanno iniziato a farsi delle domande. Chissà se succederà mai nelle aziende e nel top management di qualche super corporation.

Tre mesi dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, 4 ragazzi di Liverpool atterrano al JFK International Airport appena rinominato. È il 7 febbraio 1964. I Beatles arrivano per la prima volta negli Usa.

La musica e la vita di molte generazioni sta per cambiare per sempre. Da una settimana “I Want To Hold Your Hand” è al 1° posto in classifica. Seguiranno “She Loves You” e “Can’t Buy Me Love”. La loro prima esibizione in tv all’Ed Sullivan Show è vista da 73 milioni di spettatori. L’America è ai loro piedi. Il sogno americano si concretizza e i Beatles crescono come desiderano. Però… c’è sempre un però… «Poi cominciò a diventare faticoso... tornammo l’anno successivo in tournée e poi l’anno dopo ancora e a quel punto era già troppo. Non potevamo muoverci» spiega George Harrison. Il gruppo smette di esibirsi dal vivo il 29 agosto del 1966, al Candlestick Park di San Francisco.

La vetta non coincide con il vero scopo
Cosa ci racconta questa storia? Arrivati in vetta si cerca altro, se la vetta non coincide con lo scopo vero, con l’eudaimonia. Secondo Martin Seligman, psicologo e accademico statunitense, si innesca il cosiddetto “adattamento edonistico”: i ricettori di endorfine si saturano e l’azione positiva della novità svanisce. Nel caso dei Beatles, il processo è stato abbastanza epico e veloce. Loro aspiravano alla conquista, da cui sarebbe derivata l’emozione positiva del successo, degli stadi pieni, dei fan in delirio. Ma le conseguenze di questo hanno creato un nuovo equilibrio situazionale che ha compromesso la loro stabilità emotiva. Certamente la giusta carica ormonale non è sufficiente per raggiungere i propri obiettivi, è però un elemento facilitante, a volte indispensabile.

Certamente è determinante nel rapporto con sé stessi, uno dei14 principi della felicità teorizzati da Michael W. Fordyce, psicologo e ricercatore pioniere nel campo della misurazione e dell’intervento empirico della felicità.

Donare agli altri un pezzo di felicità
Quindi ci si stanca di tutto. E come si fa? Forse la risposta sta nel pensare all’azienda e alla rockband non più come a un gioco a somma zero dove io vinco e tu perdi. Forse la ricetta è iniziare a donare al prossimo un pezzo della propria felicità: scrivere canzoni immortali che le generazioni future continueranno ad ascoltare con la pelle d’oca, e realizzare prodotti e servizi realmente utili a risolvere problemi concreti alle persone che negli anni troveranno beneficio e un miglioramento della loro condizione di vita.

Forse la risposta è dentro di noi e dobbiamo solo tirarla fuori; dobbiamo tirare fuori la rockstar che c’è in noi. Gli eroi sono le persone normali, come me e te, che superano le loro sfide col sorriso, con l’impegno, con il lavoro, con il sacrificio, con la sofferenza e con la consapevolezza. Certo, se sei un vigile del fuoco e salvi una persona da un incendio hai compiuto un atto eroico. Ma il vero atto eroico è avvenuto prima: quando quel vigile ha deciso di indossare la divisa e farsi trovare pronto.

La rockstar ha deciso di essere su quel palco, ha studiato per essere lì, ha fatto rinunce, sacrifici; il suo vero atto eroico è stato fare in modo che ogni giorno si consolidasse il percorso che ha scelto. Il manager e l’imprenditore hanno deciso di stare quell’azienda o addirittura fondarla, facendo sacrifici, rinunce, passando notti insonni e portandosi i problemi a casa. Hanno autodeterminato il proprio futuro, trasformando il potenziale in risorsa e compiendo azioni ogni giorno nella direzione giusta.

Autodeterminazione: alla base del rock e del management
L’autodeterminazione è l’architrave di questo ragionamento, è l’architrave del rock, è l’architrave del management. Se percorso e meta li hai scelti tu, dentro di te puoi trovare la motivazione per puntare la sveglia e iniziare giornate molto sfidanti. Ogni giorno. Il Rock in Azienda è un manifesto per spronare a non cadere nel tranello che tutto sia facile, che si debba essere per forza perfetti, avere 1 milione di follower sui social media per sentirsi sul percorso giusto. Sono fermamente convinto che ognuno di noi sia una rockstar. Anche solo per qualcuno, o solo in un momento per tutti, o anche semplicemente per sé stesso. Non è necessario cantare in un microfono per essere una rockstar.

La vera forza, la vera eroicità, è essere sé stessi e autentici, provarci e tentare di lasciare un segno, prendersi le proprie responsabilità.

Scegliere in autonomia il proprio scopo nella vita, il percorso da seguire e le azioni da compiere. L’autodeterminazione è la chiave; e credo che dentro di noi esista una parte di anima forte e determinata che ci possa dare una grande mano in questo senso. Questa parte di anima io la chiamo rockstar.

Un rocker si mette a disposizione dei fan
Mettersi a disposizione degli altri è un atto eroico. Un rocker si mette a disposizione dei propri fan. Un manager si mette a disposizione dei propri clienti e colleghi. Un manager diventa una rockstar quando riesce ad accordarsi con clienti e colleghi, nel vero senso del termine. Un manager diventa una rockstar quando va a tempo con clienti e colleghi, non più veloce non più lento. Un manager diventa una rockstar quando riesce a diventare la migliore versione di sé stesso.

Ecco perché ritengo che il Rock in Azienda sia perfetto per manager, imprenditori e chiunque guidi un team, in qualsiasi settore e dimensione aziendale. È ideale per gli innovatori, i pensatori, i pionieri, i visionari, i sognatori. È imperdibile per chi ama la musica e il rock. Be a rockstar

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