Meglio avere un lavoro o fare pausa caffè alla macchinetta?

L’Italia è una repubblica fondata sul (-la pausa caffè al) lavoro, cit. Art 1 costituzione italiana

C’era una volta, tanto tempo fa, un mondo felice chiamato dipendentoville.

I dipendenti timbravano gioiosi il cartellino alle 9. Stavano nei loro uffici coccolosi, spendevano tempo alla macchinetta del caffè e, tra un sorso di caldo liquido nero al caffè e una sigaretta, ammazzavano il tempo prima di tornare alla scrivania.

Era un mondo felice dove la vita scorreva tranquilla, dove si lavorava a tempo, con lo scricchiolio elettronico del fax, i computer verde-neri e la posta pneumatica. Tutti erano allegri e spensierati. La giornata scorreva leggiadra, avvolta nella fumosa sonosfera del chiacchiericcio dalla macchina del caffè con sigaretta di contorno.

Poi, in una terra lontana chiamata America, nacque un mostro: Arpanet.

Mentre Arpanet cresceva maligno e lontano, le aziende mutarono: gli uffici scambiarono i sicuri e familiari muri divisori con le pareti d’aria degli openspace; tutti a guardare il vicino di banchetto e di lì cominciò il lento discendere nell’oblio dei tagli dei costi aziendali.

Ora il Covid ha abusato e sdoganato l’ultimo baluardo della vita corporativa.

Lavorare da casa, smartworking, WFH (o come dicono quelli del real estate sezione uffici WTF…) è la nuova normalità.

Se questa emergenza pare solo italiana non facciamoci illusioni: in una recente memo interna il padrone di un social network si è posto la domanda “cosa manca di più ai miei dipendenti remotizzati?”


E i dipendenti uniti in un sol corpo han risposto all’unisono “a Mark, bello de zia, ridacce gli snackkini gratise (slang californiano tipico)”.  

Perché pure in America pare che lo snack gratis, il caffè delle Ande oppure un più salutare ginseng, mancano.

L’abitudine del water boiler room ha circa 200 anni e nasce, a quanto raccontano le cronache, nelle colonie inglesi. Come dire: mentre si aspettava che l’acqua bollisse i dipendenti inglesi parlottavano del più del meno. Argomenti da comare dell’impero tipo… come la rivolta del riso fosse stata contenuta con successo (affamando la popolazione nativa), come la nuova ferrovia fosse di grande ausilio all’economia dell’impero (pompando miliardi fuori dell’India verso la casa della regina) ecc. Discussioni da pettegole dell’epoca ovviamente.

Dopo la guerra mondiale, le prime macchinette da caffè espresso presero piede in modo manifesto.

Ma cosa succedeva prima delle macchinette?

Per circa 3.000 anni di storia scritta, il massimo degli uffici erano i mandarini in Cina, gli scribi egiziani, i burocrati greci o latini. Molti di loro usavano una tavoletta (in inglese Pad, non serve la “I”) su cui prendevano appunti o scrivevano documenti ufficiali. Stupisce che i grandi imperi della storia antica siano sopravvissuti senza uffici moderni o una macchinetta del caffè. C’è da rilevare, per amore della verità, che tutti i grandi imperi della storia sono crollati (prima o poi senza macchinetta del caffè hai da pagare pegno!).

Ma veniamo ai giorni nostri. Serve ancora la macchinetta del caffè? Nelle mie dissertazioni e-sociali con account della grande rete, che si sono definiti dipendenti di multinazionali modernamente strutturate (affermazione che non posso verificare) mi è stato riportato che la macchinetta del caffè, e relativa pausa, sono il fulcro informale dell’azienda. Corporate branding, strategie di crescita, lean management, comunicazione interna, analisi di scenario, brain storming ecc. tutti questi temi, vitali di un’azienda moderna, avvengono davanti a un parallelepipedo che somministra bevande al sapore di caffè o cioccolata (o, dio non voglia, al sapore di tè!). Pur avendo avuto esperienze corporative, sono scioccato.


Pensare quanti miliardi di dollari, euro, sterline sono stati sprecati (solo in occidente) da parte di inefficienti direttori di risorse umane, capi comunicazione, Cfo ecc. per definire strategie, comunicazione interna ecc. quando bastava una macchinetta da caffè per piano per avere tutto questo.


Oggi tutte le aziende modernamente strutturate hanno scoperto il mistero dell’acqua calda: lavorare da casa aumenta la produttività, diminuisce i costi degli uffici e riduce gli straordinari.


Il Covid, inutile dirlo, è una crisi. E come ogni buon ottimista potrà confermare, le crisi sono opportunità.


Chi governa o possiede un’azienda ha colto l’opportunità rapidamente. Grosso modo il concetto recepito è “lavorate fuori dall’ufficio e licenzieremo meno dipendenti”.

Perché, brutto a dirsi, quando le aziende potranno licenziare lo faranno.

Anche nel licenziare, tuttavia, ci sarà una grande opportunità (altrimenti che crisi sarebbe?).


In Italia come nel resto dell’Osce c’è un gioco di numeri da considerare: licenziare il 15-20% della forza lavoro ci può stare, ma se vai oltre questa cifra i politici locali o nazionali si agitano, dopo tutto devono proteggere i loro elettori (e i voti relativi).


E allora la nostra amica macchinetta del caffè avrà dei seri problemi. Lo smart working, lavoro da casa, “lavora da dove cavolo vuoi tu” è la soluzione ideale.

Con il lockdown è stata sdoganata sia tra i manager, i middle manager di ufficio e i dipendenti.


Per i middle manager di ufficio sarà più traumatico. Essi sono il famoso “il middle layer”: utile nelle strutture apicali piramidali, ma meno utile in uno scenario di gestione del lavoro per obiettivi, coordinato e monitorato da software di produzione.


Se pensate che la cosa si possa manifestare solo negli uffici italiani sbagliate. Già nel 2005 si spiegava come, in tutto il mondo, il remote working avrebbe ucciso il middle manager. Curiosamente il middle management, che ha beneficiato per decenni della struttura piramidale apicale, non ci tiene tanto ad essere remotizzato (e annichilito nella sua utilità effettiva in azienda)… sembra che rischino di perdere i loro giardinetti di potere.


Ma siamo sicuri che si andrà verso lo smart working?


Tutte le principali aziende italiane hanno dichiarato che risolveranno (cessando l’affitto o rimodulando gli uffici di proprietà) 35-45% del loro spazio adibito a uffici. Il che, in numeri spiccioli, implica che una forza lavoro di clerks (dipendenti da scrivania) tra il 50 e il 70% potrà essere facilmente remotizzato.

In questo modo le aziende, quando dovranno fronteggiare i bilanci a fine anno potranno concedersi il lusso di licenziare solo un massimo del 20% e mostrare, comunque, che hanno ridotto i loro costi fissi.


Certo, a pagare sarà la povera macchinetta del caffè.

Però io sono un ottimista: se l’uomo è riuscito a sopravvivere all’ultima glaciazione (beh, non molti, però abbastanza per continuare la specie) sono certo che qui e là qualche macchinetta da caffè sopravviverà, quanto meno nella storia e nelle memorie dei futuri pensionati.


Posso già vedere i miei nipoti in un museo virtuale, tra 20-30 anni, che chiederanno alla proto Ai del museo “Siro, che è sto cubo di plastica e metallo?”

E Siro risponderà: “Risale al secolo degli uffici, era il fulcrum rotatorio delle antiche aziende. I dipendenti erano soliti radunarsi intorno ad esso per prendere le decisioni vitali per la loro impresa”.

E i miei pronipoti incalzando Siro “Un po’ come gli uomini di Neanderthal che ballavano intorno al fuoco pregando gli dei per il futuro della tribù?”

E Siro concludere annoiato “Più o meno.”


P.S.
Durante questa riflessione nessuna macchinetta del caffè è stata maltrattata fisicamente o verbalmente.  


@enricoverga


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