Risaniamo la sanità e il Paese che non va

23,6 miliardi annui di corruzione, sprechi e inefficienze solo nella sanità la dicono lunga sullo stato del Paese. Bisogna agire e subito

I dati del Rapporto di Transparency Italia, Censis e Ispe-Sanità sulla “malasanità” – presentati oggi a Roma e commentati dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, che ha definito la Sanità “terreno di scorribanda da parte di delinquenti di ogni risma” – confermano quello che diciamo da anni. Se non sconfiggiamo, corruzione, evasione e inefficienze in ogni dove siamo destinati a restare al palo come Paese sia a livello economico che sociale.

Inutile chiedere sacrifici sempre più insopportabili sotto ogni punto di vista a una fetta del Paese, soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati, ma anche professionisti e imprese sane, per tappare falle in uno Stato e un sistema Paese che così non va proprio. In questo modo si ledono solo i diritti di chi fa e ha sempre fatto il suo dovere e non si pongono le basi per cambiare davvero registro.  La “ruberia” certificata oggi dai dati commentati dal presidente Cantone equivale a una pesante finanziaria che paghiamo tutti gli anni. E la Sanità è solo uno dei settori della spesa pubblica, seppure probabilmente quello più ricco e fuori controllo. Ma tanti altri ce ne sono. E la spesa pubblica, improduttiva e distorta nei suoi fini, insieme all’evasione fiscale valgono centinaia di miliardi di ruberie e sprechi ogni anno. Proprio quei soldi che mancano al Paese per poter avviare un vero New Deal fatto di legalità, merito, concorrenza vera e sviluppo.

Ne paghiamo tutti le conseguenze e dobbiamo spronare la politica perché si agisca per sconfiggere questi fenomeni illegali e distorsivi del vivere civile. Certo, poi, anche noi cittadini, tanti o tutti, dobbiamo fare la nostra parte: pretendere che chi ha la responsabilità istituzionale faccia fatti e non parole, ma anche che ognuno nel proprio ruolo agisca legalmente e combatta questi fenomeni. Una responsabilità e dovere dei singoli e della collettività. Perché lo Stato siamo anche noi. Soprattutto noi.

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