Politiche attive: uno sguardo Oltralpe

TROVARE UN’OCCUPAZIONE A CHI NON CE L’HA, ricollocare il disoccupato nel mondo del lavoro. Questa, in poche parole, la missione delle politiche attive: non si tratta solo di centri per l’impiego, ma anche di incentivi all’occupazione, incontro tra domanda e offerta, formazione dei disoccupati, orientamento in scuole e università. Questi meccanismi, che in Italia finora hanno funzionato poco, in Francia sembrano funzionare meglio, anche per i manager. Oltre agli incentivi fiscali occorre lavorare sulle persone, le vere protagoniste di questa rivoluzione: se è vero che il 70% dei bambini di oggi farà un lavoro che ancora non esiste, non possiamo continuare a pensare alla formazione come abbiamo sempre fatto.

Sono appena rientrato da un breve viaggio a Parigi. Insieme a Cida e Federmanager abbiamo incontrato i vertici dell’Apec, l’associazione francese che si occupa della tutela e dell’evoluzione esclusivamente del lavoro dei cadres (dirigenti e quadri).

L’Apec è un ente privato con una governance paritetica delle organizzazioni datoriali e dei manager, finanziato con la contribuzione obbligatoria per legge statale e concordata delle parti: 20 euro a carico delle imprese e 13 a carico dei lavoratori. Con un budget di circa 115 milioni di euro, l’Apec ha 3,7 milioni di iscritti appartenenti al settore privato e ha circa 900 dipendenti dislocati in 44 sedi territoriali. Eroga servizi personalizzati, sia su richiesta del quadro sia delle imprese, che per prassi si integrano con quelli del Pôle Emploi, l’Agenzia nazionale per il lavoro dello stato francese.

L’Apec ha la mission di migliorare la capacità delle persone di gestire cambiamenti rapidi, di ridurre i periodi di disoccupazione e di facilitare il passaggio a una nuova occupazione e si interessa di tutte le attività inerenti le politiche del lavoro, eccetto della formazione. Ha una piattaforma informatica che gestisce ogni giorno 40mila offerte, favorendo l’incontro tra le esigenze delle aziende e quelle dei manager. Usufruiscono dei servizi per lo più manager ancora in servizio che cercano supporto per migliorare la propria carriera e prevenire “l’obsolescenza professionale”.
Grazie alla capillarità della sua presenza e all’autorevolezza istituzionale nel facilitare l’incontro tra domanda e offerta, riesce efficacemente a rispondere alle richieste, integrando i bisogni che arrivano dai diversi settori produttivi e territori.

È utile qui ricordare che l’Apec si muove in un contesto particolare: la legge francese impone al datore di lavoro di effettuare un colloquio annuale di orientamento per ciascun dipendente, un’occasione per fare il bilancio delle competenze, far emergere le possibilità di miglioramento e costruire percorsi di formazione personalizzata. In Italia questo avviene soltanto in poche e, per lo più, grandi aziende. Visti i risultati – la disoccupazione dei cadres francesi è pari al 4% – sarebbe auspicabile che buone pratiche come queste si diffondessero su larga scala anche nel nostro Paese. Con gli altri protagonisti dell’incontro ci siamo ripromessi di muoverci affinché questo accada, proponendo ai decisori istituzionali di costruire insieme un modello di politiche attive più dinamico e inclusivo, capace di innovare il mercato del lavoro italiano, puntando sulla valorizzazione delle competenze delle persone.
Bisogna fare tesoro delle buone pratiche d’Oltralpe o dovunque esistano esempi da seguire. Il nostro Paese deve uscire dallo scandalo del malfunzionamento dei servizi per l’impiego, come diceva il compianto Marco Biagi ormai 15 anni fa.

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