Milano: visita al Memoriale della Shoah

Da un'area nascosta della Stazione Centrale partirono tra il 1943 e il 1945 centinaia di ebrei verso i campi di concentramento. Qui nasce un luogo simbolico per la città lombarda

A Milano, in una piovosa e fredda mattina, tra un impegno di lavoro e l’altro, decido di andare a visitare il Memoriale della Shoah, il cosiddetto “Binario 21”. Da molto tempo ormai mi riprometto di farlo, ma non è mai facile decidere di spendere il proprio tempo libero affrontando questioni che facciano riflettere. Bene, è giunto il momento.

Costeggio l’edificio monumentale e bellissimo della Stazione Centrale con i suoi marmi e i suoi fregi, attraverso piazza Luigi di Savoia con il rumore e il caos dei bus navetta verso gli aeroporti e imbocco via Ferrante Aporti; pochi metri e la regolarità del marciapiede si interrompe: davanti ad una porta anonima è schierata, armi alla mano, una pattuglia dell’esercito. Ancora un varco di sicurezza con il controllo della borsa da superare e finalmente posso entrare; anche da questo capisco che non è un luogo come gli altri.

Mi aspetterei di essere accolta da una biglietteria o un info point e invece davanti a me c’è solo un muro spesso e grigio con incisa la parola INDIFFERENZA, che so essere stata voluta fortemente da Liliana Segre, deportata tredicenne proprio da questo luogo e sopravvissuta, il termine che più di altri costituisce la vera essenza del motivo per cui la Shoah è stata possibile. L’indifferenza di quasi tutti di fronte all’approvazione delle Leggi Razziali nel 1938 fu infatti il vero inizio della Shoah, dalla persecuzione dei diritti alla persecuzione delle vite; lo sterminio ne fu l’epilogo ormai perfettamente “legale”.

Per raggiungere l’ingresso effettivo devo salire attraverso una rampa che gira attorno al muro dell’indifferenza e solo in quel momento ho la netta percezione di essere entrata in un luogo sospeso e di aver lasciato fuori il mondo con i suoi ritmi. Lo spazio è ampio e dilatato ma vuoto, intorno solo le volte e le campate in cemento armato, dall’alto il rumore dei treni che provoca vibrazioni; sì, perché mi trovo al livello del piano stradale, ma sotto i binari della Stazione “visibile” che sono rialzati di parecchi metri. In origine infatti questo era un luogo adibito al carico e scarico dei vagoni postali, come spiega il filmato dell’istituto Luce proiettato nell’Osservatorio; qui i vagoni venivano riempiti e sollevati uno ad uno tramite un montavagoni tra i binari 18 e 19 dove si formavano i convogli, gli stessi convogli, 20 in totale, che tra il 1943 e il 1945 trasportarono centinaia di deportati, non solo ebrei, ma anche prigionieri politici, oppositori del regime, verso Auschwitz, Mauthausen, Bergen Belsen, Fossoli.

Mi guardo intorno intimidita dal luogo, perché il vuoto e il senso di assenza di punti di riferimento cui aggrapparsi incutono timore e decido di lasciare a un secondo momento le salette in cui brevi filmati mostrano le testimonianze dei pochissimi sopravvissuti. Sull’onda emotiva entro subito sulla banchina ed è un pugno in pieno stomaco: pochissima luce radente e un odore inconfondibile, quello di ferro misto a pietra dei binari e delle massicciate ferroviarie.

C’è un silenzio assordante e innaturale, fastidioso, perché è nel silenzio che la mente gioca brutti scherzi e porta a riempire i luoghi con colori e rumori che solo l’immaginazione può suggerire. Provo a pensare al freddo pungente del gennaio del ’44 quando la tredicenne Liliana Segre fu scaricata da un camion pieno di prigionieri proveniente dal carcere di San Vittore e spinta verso un vagone aperto pronto a fagocitarla; provo a pensare al senso di smarrimento nel trovarsi in un luogo sconosciuto – questo sotterraneo non era aperto al pubblico – dopo aver intravisto dai finestrini della camionetta frammenti di vita quotidiana della propria città; provo a pensare alle grida, ai cani che abbaiano, ai bambini che piangono, allo stridio acuto di voci che impartiscono ordini secchi in una lingua straniera. 

Salgo sui vagoni aperti, donati al Memoriale da Ferrovie dello Stato, uguali in tutto a quelli che portarono a morire centinaia di persone, e l’immaginazione torna a correre inarrestabile; sono da sola su questi pochi metri quadrati eppure il senso di claustrofobia è opprimente: neanche una fervida fantasia può rendere la sensazione di chi ha viaggiato per giorni e giorni qua sopra, schiacciato in mezzo a un’ottantina di persone, respirando l’odore di sudore, di escrementi, l’afrore della paura. Per questi uomini e donne le porte dei vagoni si aprirono di nuovo solo per entrare nei campi di sterminio; per me invece, al di là dei vagoni si mostra in tutta la sua imponenza il Muro dei Nomi: 744 nomi dei deportati ebrei che lasciarono Milano con i soli primi due convogli, il 6 dicembre 1943 e il 30 gennaio 1944. Solo 27 di loro torneranno.

744 nomi che scorrono in silenzio, 744 storie di vite interrotte dall’odio.

Mi lascio alle spalle i vagoni e proseguo percorrendo la spirale in discesa verso il Luogo di Riflessione, uno spazio simile a un tronco di cono in cui confrontarsi, meditare in silenzio o, semplicemente, pregare.

Quando risalgo, perché anche nelle storie peggiori ci deve essere un punto di risalita, affronto le Salette della Memoria con brevi filmati in cui i sopravvissuti portano la loro testimonianza. Mi guardo di nuovo attorno ma con una consapevolezza diversa; tutto quello che mi circonda, infatti, nel suo orrore è straordinariamente vivo; noto un cartello che indica un auditorium per conferenze e incontri, uno spazio espositivo, una biblioteca e un centro studi, e lo spazio sembra realmente meno vuoto. Tutto finalmente assume un senso: se si mantiene viva la memoria quel silenzio assordante si può spezzare, il velo di indifferenza si può squarciare, il vuoto si può colmare. 

Si dice che ogni storia abbia un inizio e una fine; mi piace pensare che qui non ci sia un epilogo, quanto piuttosto un’evoluzione, un cambiamento profondo affidato ai volontari che si impegnano a mantenere attivo il Memoriale, agli studenti del progetto di alternanza scuola/lavoro, ai donatori e sostenitori che contribuiscono a migliorare gli strumenti di accoglienza, ma soprattutto ai ragazzi e ai giovani.

Durante la mia visita di questa mattina ho osservato almeno quattro scolaresche, ragazzi delle scuole medie, ascoltare in silenzio il racconto delle operatrici; non so cosa rimarrà loro di questa esperienza, ma voglio credere che una volta tornati all’esterno il senso della parola “umanità” abbia assunto una connotazione più concreta e che la memoria sia diventata speranza nel futuro.

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