Longevità: sfide e strategie per una vita (e un lavoro) al massimo

Al Milan Longevity Summit, di cui Manageritalia è Ecosystem Partner, un focus su salute e benessere per gestire al meglio l’invecchiamento e il declino psicofisico. Ne parliamo con il professor Alberto Beretta, presidente del comitato scientifico MLS
longevità sul lavoro

Manageritalia partecipa come Ecosystem Partner all’edizione 2026 del Milan Longevity Summit (20-23 maggio, Milano, Allianz MiCo), evento internazionale di riferimento sulla longevità, la salute e l’innovazione che riunisce scienziati, ricercatori, imprenditori, leader politici e istituzionali da tutto il mondo per discutere le ultime frontiere della scienza dell’invecchiamento sano e delle tecnologie per una vita più lunga e di qualità.

Ne parliamo con il professor Alberto Beretta, immunologo, presidente del comitato scientifico del Milan Longevity Summit.

Professore Beretta, secondo le più recenti evidenze scientifiche, quali sono oggi i fattori chiave che determinano un buon invecchiamento sul piano fisico e cognitivo?

«Oggi sappiamo che l’invecchiamento non è determinato da un singolo fattore, ma è il risultato di un equilibrio dinamico tra biologia, stile di vita e ambiente. Tuttavia, le evidenze più solide convergono su alcuni pilastri chiave, che agiscono contemporaneamente sul corpo e sul cervello. Il primo è l’attività fisica.

Non è solo una misura preventiva cardiovascolare: è uno dei più potenti modulatori dell’invecchiamento globale. L’esercizio regolare preserva la massa muscolare, la funzione metabolica e, soprattutto, ha effetti diretti sulla salute cerebrale, migliorando memoria, funzioni esecutive e struttura del cervello.

Il secondo è l’alimentazione. I modelli dietetici più studiati, in particolare quelli ricchi di alimenti vegetali, fibre e grassi “buoni”, sono associati non solo a maggiore longevità, ma anche a una migliore funzione cognitiva e a una minore incidenza di malattie croniche.

La dieta, inoltre, dialoga con il microbiota intestinale, che sta emergendo come un regolatore importante dei processi infiammatori legati all’età.

Un terzo elemento fondamentale è la stimolazione cognitiva continua. Il cervello, anche in età avanzata, mantiene una straordinaria plasticità: mantenerlo attivo attraverso apprendimento, lettura, relazioni e attività intellettuali è associato a una maggiore resilienza cognitiva e a un declino più lento.

Accanto a questi fattori, ce ne sono altri altrettanto cruciali ma spesso sottovalutati: la qualità del sonno, che regola processi metabolici e neurodegenerativi, le relazioni sociali, che hanno un impatto diretto su mortalità e declino cognitivo, l’assenza di fattori di rischio evitabili come fumo, sedentarietà e dieta incongrua.

In sintesi, potremmo dire che l’invecchiamento sano nasce dall’integrazione di quattro dimensioni: movimento, nutrizione, stimolazione mentale e relazioni sociali.

Ma il punto forse più importante e che emerge con forza dalla ricerca più recente è che questi fattori non agiscono separatamente: costruiscono insieme la resilienza biologica dell’individuo, cioè la capacità dell’organismo di adattarsi, recuperare e mantenere funzione nel tempo».

Lei ha dedicato anni allo studio dell’immunosenescenza. Quali interventi concreti, accessibili alla maggior parte delle persone, possono contribuire a mantenere un sistema immunitario “giovane” nel corso dell’età adulta e avanzata?

«Le ricerche più recenti su immunosenescenza e longevità provengono, tra gli altri, dal gruppo di Sunil Ahuja in Texas, che ha analizzato una coorte di oltre 50.000 individui utilizzando test capaci di misurare la resilienza del sistema immunitario.

Per resilienza intendiamo la capacità dell’immunità di attivarsi in modo rapido ed efficace in risposta a un’infezione, influenza, COVID e altre, e di tornare altrettanto rapidamente a uno stato di equilibrio, evitando di scivolare in una condizione di infiammazione cronica silente, quella che Claudio Franceschi ha definito “inflammaging”.

Questi studi mostrano che una parte della popolazione presenta una ridotta capacità di mantenere questa resilienza, e che tale condizione è strettamente associata a un invecchiamento accelerato.

In altre parole, la resilienza immunitaria emerge come uno dei determinanti più importanti della longevità in salute. Un dato, peraltro, coerente con quanto osservato negli studi sui centenari.

La buona notizia è che questa resilienza può essere modulata. Il primo livello di intervento resta quello degli stili di vita, ma possiamo supportarla anche con strategie semplici e accessibili.

Tra queste, gli omega-3, che favoriscono la produzione di resolvine, molecole coinvolte nella risoluzione dell’infiammazione, e la vitamina D, troppo spesso considerata solo in relazione alla salute ossea, ma che in realtà agisce come un vero e proprio modulatore del sistema immunitario.

E poi c’è un punto fondamentale, spesso sottovalutato: le vaccinazioni. C’è un dato molto eloquente: nella settimana successiva a un’infezione influenzale, il rischio di infarto aumenta fino a sei volte.

Questo accade perché la risposta dell’immunità innata, pur essendo necessaria, è fortemente infiammatoria e può destabilizzare una placca aterosclerotica. La vaccinazione, invece, attiva prevalentemente l’immunità adattativa (anticorpi e cellule T) che consente di controllare il virus limitando l’eccesso di infiammazione. In fondo, è proprio questo il punto: principi biologici complessi, ma leve di intervento sorprendentemente semplici».

La longevità sana si costruisce molto prima della vecchiaia. Quali segnali biologici o cognitivi bisognerebbe iniziare a monitorare già nella mezza età per prevenire un declino precoce?

«Se c’è un messaggio che oggi la ricerca rende sempre più chiaro è che l’invecchiamento non inizia nella vecchiaia, ma decenni prima, spesso in modo silenzioso. Per questo la mezza età rappresenta una fase cruciale: è il momento in cui i primi segnali di deviazione dalla traiettoria di salute diventano misurabili, e soprattutto modificabili.

Sul piano biologico, uno dei primi ambiti da monitorare è il metabolismo. Alterazioni anche lievi della glicemia, dell’insulino-resistenza o del profilo lipidico anticipano di anni il rischio cardiovascolare e cognitivo.

Non parliamo solo di valori “patologici”, ma di traiettorie: piccoli cambiamenti nel tempo sono spesso più informativi del singolo dato.

Un secondo asse fondamentale è l’infiammazione cronica di basso grado a sua volta legata alla mancanza di resilienza del sistema immunitario.

Marcatori come la proteina C-reattiva, insieme ad altri indicatori come quelli che ho descritto sopra, ci raccontano quanto l’organismo stia scivolando verso uno stato pro-infiammatorio che, nel lungo periodo, impatta su cuore, cervello e sistema immunitario.

C’è poi il tema della composizione corporea. La perdita progressiva di massa muscolare (sarcopenia) e l’aumento del grasso viscerale sono tra i segnali più precoci e predittivi di declino funzionale. Spesso avvengono senza variazioni significative del peso, e per questo passano inosservati.

Sul piano cardiovascolare, oltre ai parametri classici, sta emergendo l’importanza di indicatori più dinamici come la pressione arteriosa nel tempo e la variabilità della frequenza cardiaca, che riflettono la capacità dell’organismo di adattarsi agli stress.

Non meno importante è il monitoraggio della qualità del sonno, un regolatore trasversale di metabolismo, funzione cognitiva e immunità, spesso compromesso già nella mezza età.

Sul versante cognitivo, i segnali precoci sono più sottili ma non meno rilevanti. Non tanto la perdita di memoria in sé, quanto: una riduzione della velocità di elaborazione, una maggiore difficoltà nella gestione di compiti complessi, una minore flessibilità cognitiva sono indicatori iniziali di cambiamenti che, se intercettati, possono essere rallentati o compensati.

Infine, c’è una dimensione che integra tutte le altre: la resilienza biologica, cioè la capacità dell’organismo di recuperare dopo uno stress fisico, metabolico o cognitivo. È un parametro meno visibile, ma sempre più centrale: un organismo che recupera rapidamente è un organismo che sta invecchiando bene.

In sintesi, più che cercare la malattia, oggi dovremmo imparare a osservare le traiettorie: metabolismo, infiammazione, composizione corporea, funzione cardiovascolare, sonno e performance cognitiva».

Manager, professionisti e lavoratori maturi affrontano oggi nuovi ritmi, stress e richieste cognitive elevate. Quali strategie scientificamente fondate consiglia per preservare energia mentale, capacità decisionale e salute cerebrale dopo i 50 anni?

«Dopo i 50 anni, la sfida non è semplicemente “mantenere” le capacità, ma gestire in modo intelligente le proprie risorse cognitive ed energetiche.

Il cervello resta straordinariamente plastico, ma cambia il modo in cui funziona: diventa meno efficiente nella velocità pura, e più potente nell’integrazione, nell’esperienza e nella visione strategica.

Le strategie più efficaci, quindi, non puntano a resistere al cambiamento, ma a lavorare in armonia con esso.

Il primo pilastro è la gestione dell’energia, non del tempo. Le evidenze mostrano che la performance cognitiva segue ritmi ultradiani: lavorare in blocchi concentrati di 60–90 minuti, alternati a pause reali, consente di mantenere lucidità decisionale e ridurre l’affaticamento mentale. Dopo i 50 anni, ignorare questi cicli ha un costo molto più alto.

Poi abbiamo il sonno e l’attività fisica per le ragioni descritte sopra ma anche perché il sonno diventa un vero “fattore produttivo” che consolida la memoria e ripristina le funzioni decisionali riducendo il carico emotivo mentre l’attività fisica aerobica associata a esercizi di forza è uno dei più potenti stimolatori della funzione cerebrale.

Poi c’è la nutrizione cognitiva. Modelli alimentari ricchi di vegetali, grassi insaturi e micronutrienti supportano la funzione cerebrale nel lungo periodo, ma anche nel breve influenzano energia mentale e stabilità attentiva.

Evitare grandi oscillazioni glicemiche durante la giornata è essenziale per mantenere performance costanti. Abbiamo anche dati convincenti su integratori nutrizionali che migliorano da una parte la qualità del sonno e dall’altra il metabolismo energetico.

Qui penso soprattutto ai precursori del NAD, una molecola essenziale all’attività di centinaia di enzimi ma i cui livelli scendono grammaticamente con il passare degli anni.

Un aspetto spesso trascurato è la gestione dello stress cognitivo ed emotivo. Lo stress cronico non solo affatica, ma altera i circuiti decisionali, rendendoli più reattivi e meno lucidi. Tecniche semplici, dalla respirazione controllata a brevi pratiche di mindfulness, hanno effetti misurabili sulla regolazione di questi processi.

Fondamentale è anche allenare il cervello nel modo giusto. Non basta “tenerlo occupato”: serve stimolarlo con attività che richiedano apprendimento, adattamento e complessità, nuove competenze, lingue, contesti diversi.

È questo tipo di stimolo che sostiene la riserva cognitiva. Infine, c’è una strategia più sottile ma decisiva: ridurre il carico decisionale inutile. Strutturare routine, delegare quando possibile e creare ambienti di lavoro meno dispersivi permette di preservare le risorse cognitive per le decisioni che contano davvero».

Nel suo percorso lei ha operato all’interfaccia tra ricerca e clinica. Quali innovazioni della medicina della longevità – diagnostica avanzata, protocolli personalizzati, interventi mirati ai processi dell’invecchiamento – diventeranno secondo lei standard nei prossimi anni?

«Sul fronte della diagnostica e della medicina di precisione, è evidente che l’ingresso dell’intelligenza artificiale segnerà un cambiamento radicale. Le tecnologie “omiche”, genomica, epigenomica, proteomica e metabolomica, stanno già trasformando il modo in cui comprendiamo lo stato di salute di un individuo.

Oggi, grazie all’integrazione di queste informazioni attraverso l’AI, è possibile analizzare migliaia di variabili per singolo soggetto e ottenere una profilazione estremamente accurata dell’invecchiamento, sia a livello sistemico sia organo-specifico.

Questo approccio consente di portare la personalizzazione a un livello senza precedenti, modulando con precisione interventi sugli stili di vita e terapie, comprese quelle farmacologiche.

In questo contesto, un ruolo particolarmente rilevante sarà giocato dai nuovi farmaci per l’obesità, come gli agonisti del recettore GLP-1.

La loro portata va ben oltre il controllo del peso: le evidenze indicano effetti significativi sulla riduzione del rischio cardiovascolare, sul possibile impatto nei processi neurodegenerativi e su una più ampia modulazione dei meccanismi metabolici e infiammatori.

Un’altra direttrice di innovazione destinata a diventare parte integrante della pratica clinica è rappresentata dalle tecnologie indossabili.

Dispositivi come smartwatch, sensori glicemici continui e strumenti per il monitoraggio della pressione permettono una rilevazione costante e dinamica dei parametri fisiologici.

Questo non solo aumenta la consapevolezza individuale, ma consente anche al medico di valutare nel tempo l’efficacia degli interventi in modo continuo, trasformando la medicina da reattiva a realmente proattiva».

Quanto incidono realmente alimentazione, sonno, attività fisica e gestione dello stress sulla qualità dell’invecchiamento? E qual è il comportamento quotidiano che, secondo la scienza, ha oggi l’evidenza più forte?

«Incidono moltissimo, più di quanto, fino a pochi anni fa, fossimo disposti ad ammettere. Oggi le evidenze convergono su un punto molto chiaro: la qualità dell’invecchiamento è in larga parte modulabile, e questi quattro fattori, alimentazione, sonno, attività fisica e gestione dello stress, ne rappresentano l’architettura di base.

Non agiscono in modo indipendente, ma come un sistema integrato. L’attività fisica regola il metabolismo e l’infiammazione; il sonno consolida memoria e immunità; l’alimentazione fornisce i segnali molecolari che influenzano questi processi; la gestione dello stress modula l’equilibrio neuroendocrino che li coordina. Quando uno di questi pilastri è compromesso, anche gli altri ne risentono.

Se però dobbiamo individuare il fattore con l’evidenza più forte e trasversale, oggi la risposta è abbastanza netta: l’attività fisica regolare. È l’intervento che ha l’impatto più ampio e documentato su: longevità, rischio cardiovascolare, declino cognitivo, funzione immunitaria e qualità della vita.

E, soprattutto, è quello che attiva contemporaneamente più sistemi biologici: migliora la sensibilità insulinica, riduce l’infiammazione cronica, stimola fattori neurotrofici che supportano il cervello e contribuisce a preservare massa e funzione muscolare, che sono determinanti centrali dell’autonomia in età avanzata.

Detto questo, sarebbe un errore pensarlo in modo isolato. Non esiste un singolo “interruttore” della longevità, ma esiste una gerarchia di impatto. E in questa gerarchia, il movimento occupa oggi il primo posto, non come gesto sportivo, ma come condizione biologica di base».

Se dovesse indicare tre azioni prioritarie che ogni persona dovrebbe mettere in pratica da subito per allineare corpo e mente a una vita più lunga e attiva, quali sceglierebbe?

«Se dovessi ridurre tutto a tre azioni concrete, direi che la parola chiave è intenzionalità: inserire nella propria giornata comportamenti che lavorano attivamente a favore della salute.

La prima è muoversi ogni giorno, e soprattutto non restare fermi troppo a lungo. Non basta fare sport un paio di volte a settimana: conta interrompere la sedentarietà. Anche pochi minuti ogni ora – salire le scale, fare esercizi brevi ma intensi come squat – hanno effetti misurabili su metabolismo, sistema cardiovascolare e aspettativa di vita. Il corpo è progettato per il movimento continuo, non per l’immobilità prolungata.

La seconda è dare ritmo e qualità all’alimentazione. Non solo cosa mangiamo, ma come distribuiamo i nutrienti nel tempo.

Alternare fasi con un apporto proteico più elevato, in particolare nei giorni di maggiore attività fisica, a fasi con un apporto più contenuto può favorire l’equilibrio tra costruzione e “manutenzione” cellulare.

In particolare, periodi di moderata restrizione proteica contribuiscono ad attivare processi fondamentali come l’autofagia, cioè i meccanismi di rinnovamento delle cellule. Naturalmente, questo richiede una personalizzazione guidata da professionisti qualificati.

La terza è misurare per conoscere, e conoscere per decidere. Oggi la medicina di precisione mette a disposizione strumenti che permettono di intercettare con largo anticipo, anche 15 o 20 anni, il rischio di sviluppare molte patologie.

Non si tratta solo di fare diagnosi, ma di costruire nel tempo una strategia personalizzata, monitorando i cambiamenti e adattando gli interventi in modo dinamico. In sintesi: muoversi di più, mangiare con intelligenza, misurare con precisione.

Sono tre azioni semplici solo in apparenza, ma se applicate con continuità hanno il potere di riallineare profondamente corpo e mente verso una traiettoria di longevità sana e attiva».

Il Summit riunisce mondo scientifico, societario e produttivo. Dal suo punto di vista, quali cambiamenti dovrebbero adottare imprese e organizzazioni per supportare una forza lavoro sempre più longeva? E quale ruolo può giocare Manageritalia in questa trasformazione culturale?

«Se prendiamo sul serio il fatto che la forza lavoro sta diventando sempre più longeva, allora dobbiamo accettare che non basta adattare le persone al lavoro: è il lavoro che deve evolvere.

Il primo cambiamento riguarda l’organizzazione del tempo e dell’energia. Le imprese dovrebbero passare da un modello centrato sulle ore lavorate a uno centrato sulla qualità della performance, introducendo maggiore flessibilità, cicli di lavoro sostenibili e spazi reali di recupero. Una forza lavoro longeva non è meno produttiva: è diversa, e va gestita valorizzando esperienza, capacità decisionale e visione strategica.

Il secondo asse è la salute come investimento organizzativo, non come costo. Programmi strutturati che integrino attività fisica, educazione nutrizionale, gestione dello stress e prevenzione non sono più iniziative “accessorie”, ma strumenti concreti per migliorare produttività, ridurre assenteismo e mantenere alte le capacità cognitive nel tempo. Le aziende che lo hanno capito stanno già vedendo un ritorno misurabile.

Il terzo elemento è la formazione continua, ma ripensata. Non solo aggiornamento tecnico, ma allenamento cognitivo: apprendimento permanente, esposizione a contesti nuovi, contaminazione tra generazioni. La longevità lavorativa richiede cervelli allenati all’adattamento, non solo competenze accumulate.

C’è poi un tema culturale profondo: superare l’idea che l’età sia un limite. Le organizzazioni devono evolvere verso modelli realmente intergenerazionali, dove l’esperienza non venga marginalizzata ma integrata con l’innovazione. È in questa combinazione che si crea valore.

In questo scenario, Manageritalia può giocare un ruolo chiave. Può essere un ponte tra mondo scientifico e mondo produttivo, traducendo le evidenze sulla longevità in modelli organizzativi concreti.

Può promuovere formazione mirata, diffondere buone pratiche e, soprattutto, contribuire a costruire una nuova cultura manageriale in cui la sostenibilità non riguarda solo l’ambiente o i conti economici, ma anche la durata e la qualità della vita professionale.

Perché la vera sfida non è semplicemente lavorare più a lungo, ma lavorare meglio, più a lungo restando lucidi, competenti e in salute. Ed è una sfida che si vince solo se imprese, istituzioni e persone si muovono nella stessa direzione».

Prof. Alberto Beretta
Prof. Alberto Beretta

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