Inglese al lavoro: l’errore è in agguato

Fresco di stampa, il libro Right or Wrong? At work (Gribaudo), un manuale dal taglio pratico e accattivante scritto da due docenti e traduttori di inglese, Emanuela Siano e David Dickens, che smascherano gli errori abituali compiuti da chi parla e scrive nella lingua di Shakespeare all’interno di contesti professionali. Alzi la mano chi non ha mai avuto dubbi di ortografia o di pronuncia. Ne parliamo con Emanuela Siano.

A fronte di una conoscenza minima diffusa della lingua inglese, pochi in Italia sembrano padroneggiare perfettamente le sue sfumature: di chi è colpa?

Tolta la retorica della scuola, che ahimè non sempre è efficace per formare le basi della lingua, parlerei di responsabilità più che di colpa. E la responsabilità è la nostra. Il modo di apprendere in Italia è ancora troppo ancorato alla grammatica, a regole rigide, senza capire che la lingua è in assoluto qualcosa di dinamico, che continua a cambiare. Bisogna dunque adeguarsi, senza nascondersi dietro a giustificazioni ormai passate “tanto io non capisco niente, l’ho sempre studiato male, tanto mi capiscono lo stesso”, beh è ora di cambiare, migliorare. Avere una mente flessibile, open, e sfruttare i molti canali oggi a nostro favore per far pratica.

Quali sono secondo lei le conseguenze di una comunicazione approssimativa dell’inglese nei contesti lavorativi?

Beh, dipende, possono essere molte… vedo errori ovunque, spesso perfino nei messaggi “out of office” delle email aziendali. A volte non compromettono la comunicazione, ma di certo sono un segno di conoscenza superficiale e in inglese alla forma ci tengono. Se per esempio in una presentazione aziendale vedo scritto informationS al plurale – mentre la forma corretta è sempre e solo al singolare – il significato è chiaro ma la forma lascia a desiderare, un po’ come quando in italiano si sbaglia un congiuntivo, non sarebbe piacevole ritrovarsi quel tipo di errore in una presentazione ufficiale.

Dall’inglese storpiato all’italiano storpiato e che scimmiotta l’inglese, con neologismi spesso ridicoli: dal suo punto di vista oggi c’è un senso di inferiorità linguistica degli italiani?

Secondo me è l’italiano stesso che si mette in una posizione di inferiorità, in realtà abbiamo molte più capacità di altri stranieri che parlano l’inglese come seconda lingua e il nostro accento è di solito quello che crea meno problemi. Lo ripeto anche nei miei libri, l’importante è provarci, davvero. È una frase fatta, ma si impara solo dagli errori, ancor di più in una lingua. E poi il mio motto è sempre lo stesso: never give up. Gli italiani si sentono inferiori ma non lo sono, dovrebbero solo cancellare e vincere quello sconforto iniziale che spesso si portano dietro.

I manager e l’inglese: a che punto siamo? Quali consigli può dare a chi occupa ruoli di responsabilità in azienda?

Siamo a buon punto, direi. Di norma i manager hanno un buon livello di inglese anche perché costretti ad usarlo costantemente e quotidianamente. Direi però anche che practice makes perfect, di continuare a far pratica, che sia con un corso, un film, una canzone, un libro ecc. È fondamentale non limitarsi all’inglese tecnico, molti sono ben preparati quando si tratta del loro campo specifico, ma poi al ristorante fanno scena muta! Quello che in inglese viene chiamato small talk, i nostri convenevoli per intenderci, sono importanti per creare dialogo e attraverso il dialogo creare la rete di contatti di cui si ha bisogno.

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