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Certificazione Digital Innovation Manager: cominciamo da 5

Trasformazione digitale, per scegliere un Digital Innovation Manager basta la parola o è meglio ci sia anche la certificazione delle competenze?
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Certificazione Digital Innovation Manager: cominciamo da 5

EBBENE, LA CERTIFICAZIONE C’È DA POCO PIÙ DI UN MESE e oggi vi presentiamo i primi 5 manager che l’hanno ottenuta in Italia. I primi di una lunga serie di professionisti dell’innovazione digitale che dovranno aiutare le aziende italiane a fare davvero e una volta per tutte questa determinante trasformazione digitale.

Infatti, dopo il boom delle richieste del voucher per l’Innovation Manager MISE, Manageritalia ha fortemente voluto la certificazione di questi professionisti, un modo per facilitare l’incontro e la rapida collaborazione tra manager e aziende. Qualche mese fa abbiamo coinvolto CEPAS, a Bureau Veritas Company, primario ente di certificazione a livello internazionale, e da lì è nata la certificazione. Una certificazione con tutti i crismi internazionali del caso, gestita da un ente terzo e ben conosciuto per esperienza e affidabilità. Le prossime sessioni d’esame sono il 29 aprile, il 13 maggio, 3 e 17 giugno, 8 e 22 luglio.

Detto e fatto. Il 15 aprile scorso si è svolta la prima sessione d’esame che ha certificato i primi cinque Digital Innovation Manager.
In rigoroso ordine alfabetico sono: Alberto Antognozzi, digital innovation manager; Luca Casalena, Regional Sales Manager Southern Europe & ME ClaroNav Inc.; Valerio Galli, ESI Group - General Manager Italy & MEA; Lucio Insinga, Amministratore Delegato Management Capital Partner; Enrico Piacentini, Digital Coach&Alliance Manager.

Abbiamo fatto due chiacchiere con loro. Siamo partiti dal significato della certificazione appena acquisita.

Antognozzi
: «Rileggere il proprio business model alla luce delle nuove tecnologie è un esercizio non sempre facile per un imprenditore. Utilizzare le competenze certificate di un Innovation Manager, magari in modalità “fractional”, può rappresentare un ottimo incentivo per iniziare un percorso di trasformazione».

Casalena: «L’innovation manager facilita il processo di cambiamento all’interno delle organizzazioni attraverso un processo consulenziale e di coaching. C’è bisogno di un ruolo che sappia coniugare la conoscenza tecnica di prodotto con la conoscenza delle dinamiche organizzative. Io sono convinto che la certificazione, da parte di soggetti terzi come CEPAS, dia credibilità a una professione nuova che altrimenti rischia una deriva puramente commerciale da un lato, o puramente consulenziale dall’altro».

Galli: «La certificazione consente ai miei clienti di avere una certezza sul livello di servizio che posso erogare; a me dà la possibilità di attingere a un network di innovation manager che non sono semplicemente iscritti a una lista ma hanno competenze specifiche a completamento di quanto io posso offrire».

Insinga: «La certificazione di una terza parte prestigiosa e indipendente evita l’autoreferenzialità».

Piacentini: «In questo momento è necessario, più di prima, avere delle competenze “sostanziali” e non solo accademiche. Un autorevole terzo attore che certifica queste competenze ci pone su un piano diverso rispetto a chi ha solo “studiato” e non “lottato sul campo”. La certificazione delle competenze ci permette di interloquire con i nostri riferimenti aziendali partendo da un livello sicuramente più autorevole».

Certificato il ruolo e la funzione della certificazione, veniamo a un aspetto caldo. Come non toccare, con questi champion, il tema dell'improvvisata ed esasperata, ma per tanti versi benedetta, trasformazione digitale che l’emergenza coronavirus ha imposto e/o indotto a tanti di noi. Di fatto, abbiamo visto tanti italiani, molto probabilmente anche noi stessi, da un giorno all’altro lavorare da casa e tanti manager e imprenditori alle prese con rapidissimi cambiamenti nel modello di business.

Antognozzi: «Le crisi rappresentano un’ottima occasione di analizzare criticamente il proprio modello di business per valutare nuove opportunità da cogliere, anche grazie all’utilizzo della tecnologia. È imperativo nei prossimi mesi trovare il tempo per analizzare le proprie logiche organizzative e strategiche seguendo metodologie consolidate come il Business Model Canvas. La base di partenza per poi verificare come la tecnologia possa aiutare a riscrivere i processi valutando la possibilità di sviluppare nuove combinazioni di prodotto-servizio e mercato. Saranno sicuramente disponibili finanziamenti in tal senso, quindi vale la pena farsi trovare preparati. Approfittiamone!».

Casalena: «Nella trasformazione digitale c’è un lato legato alla tecnica e uno alle persone. Il cambiamento deve essere il risultato di uno sforzo condiviso con chi è chiamato a gestire i processi organizzativi. La transizione da vecchio a nuovo deve coinvolgere tutti gli anelli della catena, altrimenti l’apertura dell’anello più debole rischia di compromettere la buona riuscita del cambiamento stesso. La creazione della Vision e del Target e la loro condivisione spettano alla direzione, ma anche il team deve essere chiamato alla creazione dei propri obiettivi e loro condivisione».

Galli: «In un momento di pressione molti si sono attrezzati con quanto hanno trovato, non essendo equipaggiati dal punto di vista della competenza digitale. Ora è il momento di fare sistema e lasciarsi guidare dalle best practice emerse in modo da poter continuare a operare con modalità e strumenti che siano condivisi e accettati da tutta la supply chain».

Insinga: «Per vincere la sfida bisogna investire in formazione, tecnologie e sicurezza dei dati. Tre aspetti non gestiti nell’emergenza, ma determinanti».

Piacentini: «Concentrandoci sulla cultura digitale, abbiamo capito che gli strumenti ci sono, ma ancora non ne comprendiamo il “reale e pieno valore”. Perché questo accada è necessario capire che la tecnologia abilita l’innovazione ma è il “digital mindset” che ne favorisce l’adozione. È necessario che, a partire dai C Level, si trasferisca la consapevolezza che non si può subire questo tsunami senza un “minimo” di conoscenza. Anche chi sta in alto deve comprendere il funzionamento e il valore strategico delle piattaforme. Dobbiamo imparare tutti a “sporcarci le mani” e tornare in “bottega”, siamo in un’epoca di “rinascimento digitale” e, come nel rinascimento italiano, per chi saprà cogliere l’enorme opportunità si prospettano scenari stimolanti e “abbondanti"».

Per chiudere, abbiamo parlato dei vantaggi che tanti di noi hanno toccato con mano in questo lockdown di digitalizzazione improvvisata ed esasperata.

Antognozzi: «Lavorare in remoto con colleghi e clienti rappresenta per molti un primo grande esempio di trasformazione. L’impossibilità di viaggiare e incontrarsi non rappresenta solo un enorme risparmio di tempo e risorse, ma può anche aiutarci a ridefinire le modalità di approccio ai clienti esistenti e potenziali. Usare il social selling per veicolare i propri servizi e magari studiare una nuova filiera, dove collegare tra loro diversi fornitori di servizi complementari per fornire soluzioni innovative, può rappresentare una grande opportunità. Riscrivere la catena del valore per integrare virtualmente un’attività oggi gestita in outsourcing, e aumentare così il proprio vantaggio competitivo e la futura resilienza, è solo un altro esempio di come la tecnologia possa facilitare il cambiamento e consentire di ottimizzare i risultati».

Casalena: «Standardizzazione dei processi, riduzione degli errori dovuti all’uomo, predicibilità dei risultati, maggior tempo investito nella pianificazione».

Galli: «Abbiamo dovuto mettere sotto la lente di ingrandimento tutti i processi e selezionare le cose sacrificabili. In questo percorso abbiamo scoperto cosa significa la "destrezza digitale" e quale vantaggio competitivo consente, è ora il momento di crescere su queste nuove basi».

Insinga: «Abbiamo assunto la consapevolezza del nostro background e degli aspetti che dobbiamo approfondire».

Piacentini: «Ottimizzazione del nostro tempo, relazioni più smart… abbiamo scoperto, a patto di saperli utilizzare in modo corretto, che gli strumenti digitali accorciano la “filiera relazionale”. L’aspetto umano (H2H, Human to Human) ha preso il posto delle relazioni “corporate” o istituzionali, con il risultato di rendere il virtuale “reale”».

Allora, buona trasformazione digitale a tutti!

Per informazioni e ricerche di manager certificati, contattaci  info@xlabor.it e 02 92979470.

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