Come vede il futuro dell’economia e del mondo del lavoro, soprattutto rispetto al ruolo dei sindacati di lavoratori e imprese?
«L’evoluzione che avrà maggiore impatto sarà quella organizzativa. Con lo smart working si è rotto un tabù: i tempi e i luoghi del lavoro non sono più una variabile rigida. A cascata, l’intera organizzazione del lavoro sta subendo una disarticolazione e si stanno creando ibridazioni di modelli inimmaginabili fino a qualche tempo fa. La tecnologia digitale sta facendo il resto: lavoro su piattaforme, management algoritmico e valutazione per output stanno cambiando i confini dell’impresa».
A fronte di questo, quale ruolo dovranno avere i sindacati di lavoratori e imprese e come dovranno cambiare anche nei rapporti reciproci?
«Il valore in gioco è la comunità di lavoro e il valore dei legami che da essa derivano. Il lavoro ha una dimensione sociale e comunitaria insostituibile. Il fenomeno sindacale è storicamente nato per dare rappresentanza collettiva alla comunità dei lavoratori ed è essenziale che continui in questa missione, aggiornando le modalità di agire e di aggregare. In questa fase di disarticolazione sociale diventa imprescindibile la funzione dei corpi intermedi, a condizione che siano capaci di interpretare la modernità del lavoro abbandonando ogni forma di reazione nostalgica verso il passato».
In particolare, come e cosa dovranno cambiare i sindacati che rappresentano operai, impiegati e quadri?
«I sindacati dovranno avere visione del futuro e, contemporaneamente, adottare un approccio pragmatico e non ideologico. C’è tantissimo lavoro da fare per trasformare le sfide delle grandi transizioni tecnologica, climatica e ambientale in opportunità per un lavoro migliore. Il metodo di dialogo con le imprese dovrà cambiare: dovrà esserci più domanda di partecipazione e disponibilità a mettersi in gioco nelle scelte strategiche. Per fare questo è necessario che le imprese contribuiscano attivamente a superare le asimmetrie informative con i sindacati e investano su una transizione il più possibile condivisa»
E quali dovranno essere i valori distintivi e a più alto valore aggiunto della loro offerta?
«Voglio lanciare una sfida al sindacato: puntare con decisione sulle competenze dei propri quadri e dirigenti. Il mestiere del sindacalista richiede sempre di più competenze tecniche adeguate a comprendere l’andamento e le strategie dell’impresa. Perciò il migliore investimento che dovrebbero fare i sindacati oggi è quello nella formazione».
Parliamo ora dei soli sindacati dei dirigenti, che negli ultimi decenni hanno avuto, soprattutto con Manageritalia, un forte ruolo innovativo nel mondo del lavoro: come li vede oggi e quale ruolo dovrebbero avere in futuro?
«Continuare e, se possibile, accelerare nella traiettoria dell’innovazione contrattuale. Il legislatore è lento e, spesso, conservatore. Il sindacato dei dirigenti può essere motore dell’innovazione nel ridisegnare l’equilibrio tra produttività, retribuzioni, welfare e qualità del lavoro. In occasione di ogni rinnovo si dovrebbe guardare al contratto collettivo come a una pagina bianca da riempire di nuove idee e strumenti adatti a offrire soluzioni concrete alle sfide del futuro».
Proprio Manageritalia ha aperto la strada anche ad altri contratti collettivi nell’introduzione di un welfare contrattuale. Come vede anche in futuro il welfare contrattuale e aziendale, che è un’altra parte della distribuzione?
«Ormai è chiaro che lo Stato non può più occuparsi del welfare senza il contributo delle imprese. Anche perché il welfare oggi copre spazi sempre più ampi. Indietro non si torna e il compito della contrattazione collettiva sarà sempre di più andare oltre la componente retributiva in senso stretto, per gestire tutto ciò che può contribuire al benessere dei lavoratori e all’accrescimento delle loro competenze. A partire dalla formazione professionale».
Quali dovranno essere i tratti distintivi più rilevanti dell’offerta del sindacato dei dirigenti e in cosa dovrebbero differenziarsi rispetto a quelli dei lavoratori?
«Bisogna fare emergere il valore strategico della cultura manageriale. Non potremo competere nel contesto internazionale senza una professionalizzazione dei dirigenti che sia alla frontiera delle migliori pratiche internazionali. Il sindacato dei dirigenti deve chiedere più formazione per i suoi membri, ma anche più managerializzazione delle imprese. Il che significa lasciarsi alle spalle il vecchio, ma ancora diffuso, stereotipo del dirigente “fai da te”».
Rappresentanza, rappresentatività e contratti pirata: come risolviamo questa concorrenza sleale e danno per il Paese?
«Occorre contarsi. Anche su questo versante mi pare abbastanza inutile aspettare il legislatore. Le parti sociali hanno già, in diversi contesti, individuato i principi cardine per distinguere chi è rappresentativo e chi no. Ma bisogna avere il coraggio di dare attuazione con creta a quei principi e accettarne le conseguenze».
Quanto conterà, per i corpi intermedi in generale e i sindacati dei lavoratori in particolare, ragionare, muoversi e agire a livello internazionale o almeno europeo?
«Chi sta fuori dal contesto internazionale è perduto. Sotto questo profilo, i sindacati non sono rimasti a guardare, avendo una lunga tradizione di cooperazione a livello europeo e anche internazionale. Occorre però rafforzare gli organismi nell’Ue e, soprattutto, migliorare la connessione fra livello nazionale e sovranazionale».
Insomma, lunga vita ai sindacati, ma a quali sindacati?
«Ai sindacati che guardano avanti e non indietro, che non si spaventano per le grandi transizioni digitale, climatica e demografica, ma vedono in esse una straordinaria occasione per far compiere al lavoro il salto di qualità che merita».
Tratto dal numero speciale di Dirigente, la rivista di Manageritalia.