Il clima sociale da molto tempo è caratterizzato da preoccupazioni e pessimismo. Le ricerche sul sentiment dei cittadini promosse dal Gruppo Ipsos in 30 paesi vedono l’Italia stabilmente tra gli ultimi 10, preceduta da realtà che hanno un livello di ricchezza e “fondamentali economici” decisamente inferiori rispetto ai nostri, ma un’opinione pubblica più positiva.
Il pessimismo diffuso tra gli italiani
Qualche dato esprime compiutamente gli atteggiamenti prevalenti in Italia: il 74% è convinto che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, il 72% esprime un giudizio negativo sull’economia nazionale, il 53% si aspetta un ulteriore peggioramento nei prossimi tre anni.
La qualità della vita è considerata in peggioramento rispetto al passato, un passato impregnato di nostalgia, a dispetto dei progressi tecnologici, di quelli medico-scientifici, dell’aumento della durata media della vita, del reddito pro capite ecc. In altri termini, è la manifestazione della Retrotopia, per citare il titolo del saggio postumo di Bauman.
Le fratture sociali: verticale e orizzontale
Alla sfiducia nel futuro si aggiunge una doppia frattura sociale: una frattura verticale, rappresentata dalla limitata fiducia nelle istituzioni, e una frattura orizzontale, che si esprime con uno scarso senso di coesione. Basti pensare che il 49% degli italiani dichiara di non avere fiducia nelle istituzioni, a fronte del 42% che dichiara di averne (il 9% non si esprime).
Quanto alla coesione sociale, il 60% è convinto che siano più le cose che ci dividono rispetto a quelle che ci uniscono, mentre solo il 23% è di parere opposto. Il barometro del senso civico degli italiani, che in Ipsos realizziamo da 25 anni, evidenzia che l’86% è del parere che “non si è mai troppo prudenti nel trattare con la gente”, il 76% è convinto che “gli altri”, se potessero, approfitterebbero della mia buona fede”.
La coesione sociale durante la pandemia
Eppure, durante la crisi pandemica avevamo registrato segnali decisamente incoraggianti di coesione sociale: i cittadini avevano mostrato atteggiamenti di grande responsabilità, una sorta di risveglio del senso di appartenenza alla collettività e del senso civico.
Infatti, la fase più acuta della pandemia aveva fatto emergere la consapevolezza del senso di interdipendenza tra gli individui, il rispetto delle norme, l’impennata della fiducia nelle istituzioni, nei corpi intermedi e nei mondi associativi, dopo un decennio caratterizzato dalla disintermediazione e dalla messa in discussione di quasi tutte le forme di rappresentanza e, infine, la rivalutazione delle competenze, dopo la stagione del discredito e dell’“uno vale uno”.
Il ritorno dei particolarismi e delle fratture
Purtroppo, usciti dall’emergenza, sono riaffiorati i particolarismi e le fratture, si è acuita la distanza tra l’io e il noi, a conferma che gli italiani sanno dare il meglio di loro stessi nelle situazioni emergenziali, ma difettano molto in quelle di normalità. Il clima sociale è, comprensibilmente, la conseguenza del susseguirsi delle crisi di questo decennio, che hanno fatto emergere la nostra vulnerabilità: la pandemia, la crisi energetica, il ritorno dell’inflazione, i conflitti alle porte dell’Europa, i cambiamenti dello scenario geopolitico globale.
I fattori strutturali di lungo periodo
Ma non dobbiamo dimenticare i cambiamenti di lungo periodo che influenzano le opinioni dei cittadini, a partire dal basso livello di istruzione e dalle competenze limitate della popolazione, che vedono l’Italia agli ultimi posti nelle graduatorie internazionali; poi l’inverno demografico (siamo il secondo Paese più vecchio al mondo, dopo il Giappone), che determina la convinzione che siamo in declino; infine le crescenti diseguaglianze economiche, che danno l’idea di un ascensore sociale immobile.
Tra percezione e realtà
A ciò si aggiunge un tema che in Italia assume un particolare rilievo: le percezioni della stragrande maggioranza dei fenomeni prevalgono sulla realtà dei fenomeni stessi, accentuando la portata degli allarmi sociali e la rappresentazione di una realtà su misura, quasi sempre negativa e inquietante, che rappresenta un luogo distopico.
Ad esempio, secondo gli italiani, gli stranieri presenti nel nostro Paese rappresentano il 30% della popolazione (contro il dato reale del 10%), le persone di oltre 65 anni sono il 49% (contro il 23%), i disoccupati il 48% (contro il 6%), gli omicidi, secondo il 55%, risultano aumentati rispetto all’anno 2000 (mentre sono diminuiti del 56%). E potremmo continuare.
Infoxication e scarsa consapevolezza
Indubbiamente, il profondo cambiamento della dieta mediatica, ossia delle modalità con cui le persone si informano, ha un forte impatto sulla formazione delle opinioni. Inoltre, le ricerche evidenziano che gli italiani ignorano gran parte dei primati nazionali.
Solo uno su dieci, infatti, sa che siamo al primo posto, in Europa o nel mondo, in termini di produzione o di surplus manifatturiero in molti settori: dal make-up alle piastrelle in ceramica, dai macchinari per imballaggio agli occhiali da sole, dai farmaci agli yacht; solo uno su cinque sa che siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa, e uno su dieci sa che abbiamo la percentuale più alta di riciclo dei rifiuti nel continente.
Gli aspetti positivi da valorizzare
Tra gli aspetti positivi, va considerato il capitale sociale: basti pensare che in Italia operano oltre 360.000 organizzazioni non profit, oltre 6 milioni di persone svolgono regolarmente attività di volontariato, un cittadino su due effettua almeno una donazione all’anno a sostegno di progetti o cause sociali.
Guardare alle cose che funzionano e apprezzarle non significa ignorare i problemi strutturali o evitare di porvi rimedio, ma riflettere sulla nostra identità, su ciò che ci accomuna e incide sulla fiducia degli individui.
E tra gli aspetti positivi si annovera anche il profondo cambiamento intrapreso dalle aziende italiane in materia di responsabilità sociale: sta crescendo tra i manager – gran parte dei quali ha saputo interpretare i cambiamenti sociali e le aspettative dei cittadini – la consapevolezza che l’impresa è un soggetto economico che ha rilevanti responsabilità nei confronti della società.
Perché le imprese coesive vanno meglio
La Fondazione Symbola e Union camere realizzano da tempo, con cadenza annuale, una ricerca presso un campione di 3.000 imprese manifatturiere (da 5 a 499 addetti) per verificare la loro “attitudine coesiva”.
L’indagine monitora le relazioni che queste adottano con una pluralità di soggetti (associazioni, scuole, università ed enti di ricerca, istituzioni, organizzazioni non profit, altre imprese extra filiera ecc.) e le iniziative a favore dei propri dipendenti (investimento in formazione e competenze, welfare e salute, coinvolgimento dei lavoratori nello sviluppo di progetti di innovazione).
Ebbene, le realtà “coesive” (che rappresentano il 42% delle imprese) rispetto a quelle non coesive fanno registrare indicatori economici nettamente più positivi (andamento del fatturato, assunzioni di personale, investimenti, export, green e cultura ecc.).
La reputazione incide sul conto economico
Investire nella Csr contribuisce a migliorare la società, ma rappresenta anche un vantaggio competitivo, un fattore di successo aziendale, e produce effetti rilevanti sulla reputazione dell’impresa: questa non è un’aspirazione narcisistica di manager e imprenditori, ma ha un impatto sul conto economico aziendale, basti pensare agli effetti in termini di fedeltà dei clienti, credibilità della propria comunicazione pubblicitaria, capacità di attrarre e trattenere talenti e così via.
Un impegno collettivo per la fiducia
In conclusione, ridare fiducia al Paese, facendolo uscire da quella sorta di ripiegamento difensivo nel quale versa, richiede tempi lunghi e uno sforzo collettivo finalizzato alla ricerca di un punto di equilibrio tra il benessere individuale e quello collettivo.
È uno sforzo che interpella tutte le realtà: le istituzioni, la politica, i mondi associativi, i mezzi di in formazione, le agenzie educative, i singoli cittadini e le singole imprese.
In tal senso i corpi intermedi potranno avere un ruolo di primo piano, superando la mera logica della rappresentanza settoriale, favorendo un cambiamento “culturale” tra i propri associati, accompagnando chi incontra maggiori difficoltà nel rispondere alle tante sfide a cui far fronte e proponendo un nuovo racconto del Paese che consenta di valorizzare quegli elementi positivi che rappresentano un importante aspetto della nostra identità.