Mercati finanziari: tempesta perfetta?

Gli scenari di riferimento durante una fase complessa. I fattori da tenere in considerazione per gli investimenti

Mentre vengono scritte queste righe, a oltre un mese dall’inizio della guerra in Ucraina, gli esiti restano molteplici e incerti: un proseguimento della guerra per settimane o mesi, un accordo di pace, un rovesciamento di governo al Cremlino. Le probabilità dei tre scenari sono decrescenti, spiega Gideon Rachman sul Financial Times, che la guerra prosegua a lungo è più probabile di un cambio di governo al Cremlino e, avverte, sarà meglio “prepararsi per la prima ipotesi, lavorare alla seconda, sperare nella terza”. Le sanzioni economiche pesano sull’economia russa ma fanno male anche ai paesi europei, resi vulnerabili dalla dipendenza dalle forniture energetiche russe.

Si dice che la prima vittima di ogni guerra sia la verità, ma questa volta la guerra, così tragica nel suo anacronismo, oltre ai soldati e alla popolazione civile, sta facendo altre tre grandi vittime: il dividendo economico della pace, la cooperazione internazionale e l’emergenza climatica. Dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica i governi occidentali hanno beneficiato di risorse “liberate” dalle minori spese in armamenti, un vero e proprio “dividendo di pace” costituito da risorse economiche che potevano essere impiegate in altre voci di bilancio. Negli anni della Guerra Fredda e della guerra in Vietnam, il bilancio della difesa negli Stati Uniti ammontava a oltre l’11% del Pil, era sceso sotto il 7% nel 1989, oggi è attorno al 3,5% del Pil del paese.

L’incidenza delle spese militari
In Europa le spese militari sono sempre state tradizionalmente più basse, Gran Bretagna e Francia spendono per la difesa circa il 2% del Pil nazionale, ancora meno Italia e Germania, la cui spesa militare è attorno all’1,5%. La logica di potenza manifestata dalla Russia cambia le cose: nei giorni immediatamente successivi all’invasione, il cancelliere tedesco Scholz annunciava l’aumento del budget per la difesa a oltre il 2% del Pil, l’Italia si accinge a fare altrettanto. L’aumento delle spese militari non sarà indolore, la fine del dividendo della pace avrà conseguenze durature sui debiti pubblici e, soprattutto, sulle politiche di spesa nel welfare e nell’ampiezza delle misure anticicliche quando dovessero servire.

Cooperazione internazionale ed emergenza climatica
La seconda vittima è la cooperazione internazionale. La collaborazione amichevole tra paesi è la precondizione indispensabile per modelli produttivi efficienti, se la diffidenza farà premio sulla fiducia, catene di approvvigionamento più corte garantiranno standard di controllo e sicurezza più alti, ma anche maggiori costi. Il ritorno al confronto tra blocchi di influenza, come nei decenni della Guerra Fredda, mette fine all’economia “just in time” e apre la fase dell’economia “just in case”, le catene delle forniture vengono riconfigurate non sulla base dell’efficienza ma dell’affidabilità e del controllo, gli approvvigionamenti vengo avvicinati e così si riduce la dipendenza dalle spedizioni da altri paesi. Aumentano affidabilità e controllo ma, appunto, aumentano i costi. La terza vittima della guerra, prima per rilevanza, è l’emergenza climatica. Il ritorno all’uso massivo delle energie fossili è una follia, ha detto il segretario generale dell’Onu, ma intanto si riattivano le centrali a carbone, si intensifica l’estrazione di petrolio e gas da rocce di scisto e sabbie bituminose, si allontanano nel tempo gli obiettivi dei tagli alle emissioni nocive.

Il peso delle forniture energetiche
I prezzi dell’energia e dei prodotti agricoli sono il canale di trasmissione degli effetti delle vicende politiche nell’economia e nell’inflazione. La Russia non è un partner commerciale rilevante ma è il suo ruolo di principale fornitore di petrolio e gas a fare la differenza, la guerra combattuta in Ucraina continua con altri mezzi lungo le linee dei gasdotti e delle rotte delle navi cisterna che trasportano il gas liquefatto. La persistenza delle tensioni sui prezzi dell’energia e dei prodotti agricoli mette pressione sulle banche centrali. La Fed ha dato corso all’avvio del ciclo di rialzi, in questi mesi la Banca d’Inghilterra ha portato il tasso ufficiale a 0,75% e la banca centrale europea, alle prese con un’inflazione ancora dovuta quasi del tutto ai prezzi dell’energia, accelera la fine del programma straordinario di acquisti.

Le priorità per la Fed
Powell ha aumentato la severità del registro comunicativo, il mercato del lavoro è “estremamente tirato” e l’inflazione è “troppo alta”, ha detto, “c’è l’ovvia necessità di muoversi con rapidità per riportare la politica monetaria a un livello più neutrale e poi di passare a livelli più restrittivi, se questo è ciò che è necessario per ripristinare la stabilità dei prezzi”. Le parole di Powell hanno innescato vendite massicce dei titoli governativi, i rendimenti sono nuovamente tornati verso l’alto. Per Larry Summers la lotta all’inflazione dovrebbe costituire la priorità della banca centrale americana, la giustizia sociale e la protezione ambientale “sono obiettivi degni ma non monetari”, Powell dovrebbe “fare tutto ciò che è necessario con i tassi di interesse per far scendere l’inflazione, compresi i movimenti di più di un quarto di punto in alcune riunioni”.

Il giorno dopo l’intervento di Powell, la Federal Reserve di Dallas avvertiva però che senza gli approvvigionamenti energetici russi la recessione globale diventerebbe più probabile: “Se per tutto il 2022 il grosso delle esportazioni energetiche russe restasse fuori dal mercato, sembrerebbe inevitabile un rallentamento economico globale”, hanno scritto gli economisti Lutz Kilian e Michael Plante, “un rallentamento che potrebbe essere più prolungato di quello del 1991”.

Nell’immediato futuro saranno le notizie sull’auspicata de-escalation o sulla recrudescenza degli scontri a dare il tono alle singole giornate, la volatilità continuerà ad essere protagonista, non sarà semplice identificare con sicurezza affidabili driver di mercato.

Attenzione alle vendite impulsive
L’esperienza anche recente mostra quanto siano rischiose le vendite spinte dall’ansia: non fu saggio vendere nel 2016, dopo la sorpresa della Brexit e dopo l’elezione contro ogni aspettativa di Donald Trump. Non sarebbe stato saggio vendere neppure nelle settimane drammatiche del febbraio 2020, alle quali fecero seguito, nonostante i disastri nella vita sociale e nell’attività economica, nuovi record di borsa. La storia dei mercati è lì a dimostrare che il lungo periodo premia e le serie degli indici mostrano con altrettanta evidenza che tentare di saperla più lunga è costoso, rischia di compromettere radicalmente il risultato. Il rendimento medio annuo dello S&P 500 dal 2000 al febbraio 2022 è stato del 5,8%, ma se sottraiamo i migliori dieci giorni del periodo scende a meno del 2%. Il risultato diventa negativo se si tolgono i trenta giorni migliori, pesantemente negativo con la sottrazione dei migliori cinquanta.

Il tempo, non il “timing”, è l’ingrediente del successo nella gestione del risparmio. Il suo alleato è il metodo, prevalente su qualsiasi previsione: le possibili evoluzioni della guerra in Ucraina sono molteplici, alcune augurabili, nessuna prevedibile.

Il concetto di “porto sicuro”
Il “porto sicuro” non è tanto una singola classe di attivo, pur sempre vulnerabile ai cambiamenti di scenario, quanto un metodo che esclude il lancio dei dadi e la divinazione oracolare. Il porto sicuro è la “mitigazione del rischio” (Mark Spitznagel), la gestione degli investimenti finanziari è “gestione dei rischi” (Benjamin Graham): nei loro libri non si parla mai di singole asset class ma di approcci ponderati agli investimenti.

Il “porto sicuro” si avvale di due strumenti particolarmente efficaci nei momenti di forte volatilità: la diversificazione tra asset class diverse, tra loro poco correlate, ad esempio l’esposizione alle commodity o a classi di attivo del tutto slegate all’economia russa, e la capacità di adattarsi rapidamente alle nuove situazioni, ai cambiamenti repentini di direzione, la prontezza di aggiustare i portafogli con flessibilità, riconoscere i segnali e ignorare i rumori.

I settori del rilancio
Diversificazione, gestione attiva e flessibilità permettono di gestire i rischi di breve termine e ricercare la ricompensa, ovvero il rendimento, nel lungo periodo. Il settore energetico, il lusso, i finanziari sono favoriti dal nuovo scenario, anche le piccole e medie capitalizzazioni svizzere sono tornate interessanti dopo la correzione degli ultimi mesi e le buone prospettive degli utili attesi. “Keep calm and carry on” era il motto che nelle intenzioni del governo inglese, nel 1939, avrebbe esortato i cittadini a tenere alto il morale e ad andare avanti. I manifesti vennero stampati, ma in realtà mai distribuiti, sono diventati iconici solo dopo la loro riscoperta negli anni 2000. “Keep calm and stay invested” è invece il motto familiare agli investitori accorti, consapevoli delle insidie del “timing” e delle virtù lenitive del tempo.

IMPORTANTI AVVERTENZE LEGALI
I dati esposti in questo articolo hanno unicamente scopo informativo e non costituiscono una consulenza in materia di investimenti. Le opinioni e le valutazioni possono cambiare e riflettono il punto di vista di Gam nell’attuale situazione congiunturale. Non si assume alcuna responsabilità in quanto all’esattezza e alla completezza dei dati. La performance passata non è un indicatore dell’andamento attuale o futuro.

Facebook
LinkedIn
WhatsApp

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Cerca