In una sua recente analisi si evidenzia che l’Italia non cresce come Francia e Germania. Qual è, secondo lei, la principale causa strutturale di questo divario, anche considerata a livello regionale?
«La minore crescita dell’Italia non è affatto un fenomeno recente. Già nel 2003 uscì il volume Europa e Italia. Divergenze economiche, politiche e sociali, che ho scritto insieme a Sergio Ferrari, allora vicedirettore dell’Enea, con una prefazione di Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, e una postfazione di Luciano Gallino, eminente sociologo italiano.
In quel lavoro mettevamo in evidenza come l’Italia crescesse meno della media dei Paesi europei già a partire dal 1992; una tesi che Gallino riprendeva e sottolineava nella sua postfazione.
La minore crescita media risultava pari a circa mezzo punto percentuale di Pil (-0,5)».
Un fenomeno noto da tempo, dunque?
«Questa dinamica di crescita inferiore si è protratta in tutti gli anni successivi al 2000, al netto della parentesi legata alla crisi da Covid-19.
Sì, si tratta dunque di un fenomeno noto da tempo, sebbene spesso spiegato ricorrendo a tesi anche molto “esotiche”: la rigidità del mercato del lavoro, l’elevata pressione fiscale, il peso eccessivo della spesa pubblica, le mancate privatizzazioni o, nella migliore delle ipotesi, la dimensione delle imprese.
Nessuna di queste interpretazioni, tuttavia, teneva conto di un elemento fondamentale, finendo per fare “i conti senza l’oste” (Graziani A., 1997).
Nel libro scritto con Sergio Ferrari emergeva infatti con chiarezza che gli investimenti delle imprese non erano affatto venuti meno.
Al contrario, a partire dal 1992, con il Trattato di Maastricht, le imprese avevano aumentato in modo significativo i propri investimenti, con tassi di crescita di gran lunga superiori alla media europea.
Da qui nasceva la domanda centrale della nostra analisi: perché il Paese non cresceva nonostante investimenti così rilevanti?».
Già, perché?
«È indubbio che, dopo il 2002 e soprattutto con la crisi dei mutui subprime del 2008, qualcosa sia cambiato nella dinamica degli investimenti in Italia: essi si sono ridotti, anche in rapporto al resto d’Europa.
Tuttavia, già prima di allora, il sistema Paese sembrava non trarre benefici dagli investimenti effettuati.
In definitiva, questi apparivano più come un vincolo che come un’opportunità.
Era ed è dunque evidente che l’Italia soffra di un problema strutturale profondo, che Riccardo Lombardi, socialista e rivoluzionario, nonché primo prefetto di Milano dopo la Liberazione, sintetizzava efficacemente in questa formula: occorre cambiare il motore della macchina senza fermarla».


Quanto pesa la qualità degli investimenti, la scarsa integrazione tra settori e la debolezza dei servizi ad alta intensità cognitiva?
«Il tema è molto ampio. Il primo punto che va chiarito riguarda gli investimenti.
Riprendendo l’insegnamento del mio maestro Paolo Leon, è utile ricordare che gli investimenti rappresentano l’input attraverso cui le imprese si attrezzano per soddisfare la domanda attesa, la quale varia in funzione del livello di reddito disponibile (Leon, 1965).
Quando la domanda aumenta, per definizione cambia la composizione del consumo aggregato e la “storia” economica mostra con chiarezza che i consumi, sia delle imprese sia dei cittadini, tendono progressivamente a orientarsi verso beni e servizi a più elevato contenuto tecnologico».
Con quali conseguenze?
«Gli investimenti destinati a soddisfare la domanda aggiuntiva – via via sempre più tecnologicamente avanzata – presentano tassi di crescita superiori rispetto agli investimenti finalizzati alla mera “razionalizzazione” dei processi produttivi.
Entrambe le tipologie migliorano le performance aziendali, ma in modo profondamente diverso: i primi alimentano la crescita del fatturato, consentono l’accesso a nuovi mercati e rafforzano la struttura dell’impresa; i secondi, invece, accrescono principalmente gli utili, mantenendo invariato il contenuto tecnologico della produzione. Questa differenza si riflette anche sull’occupazione».
In che misura?
«Le imprese che investono per rispondere a nuova domanda tendono a conservare o ad aumentare i livelli occupazionali, richiedendo competenze più elevate; quelle che investono prevalentemente per razionalizzare i processi produttivi, al contrario, riducono l’occupazione o comprimono sistematicamente i costi.
Non a caso, in questi ultimi casi l’innovazione resta circoscritta ai beni intermedi, con un impatto assai più limitato rispetto all’innovazione che riguarda i beni capitali e, soprattutto, i beni di consumo. In questo quadro, l’Italia rappresenta un caso peculiare.
La specializzazione produttiva nei settori tradizionali – per di più poco integrati tra loro – comporta, da un lato, una minore necessità di investimenti e, dall’altro, investimenti che incorporano tecnologia prodotta all’estero, in particolare attraverso i beni intermedi.
In altri termini, gli investimenti sono funzione della struttura economica: essi risultano quantitativamente e qualitativamente coerenti con la specializzazione produttiva esistente».
Se l’output è prevalentemente caratterizzato da un basso contenuto tecnologico, per quale ragione le imprese dovrebbero investire in settori che, dal punto di vista tecnico e produttivo, non sono in grado di presidiare?
«Le imprese finiscono per concentrare gli investimenti in beni intermedi e in capitale che consentono loro di competere almeno sul versante dei costi, in mercati che, tuttavia, diventano progressivamente più ristretti.
È bene ricordare che, all’aumentare del reddito disponibile, non cresce semplicemente la quantità dei beni consumati, ma cambia la loro natura: nessuno può aumentare indefinitamente il consumo di pane, così come è difficile immaginare un guardaroba in continua espansione.
Solo i beni e i servizi aggiuntivi, e a più elevato contenuto tecnologico, sono in grado di generare nuovo reddito, sia per le imprese sia per i lavoratori».

In un’economia dove anche i prodotti ad alto valore aggiunto sono tali per forte componente di servizio, ha ancora senso parlare di industria e servizi come antagonisti? E come leggere opportunamente il fenomeno?
«Non emerge, a mio avviso, una reale contrapposizione strutturale tra settore dei servizi e settore industriale.
Fino agli anni Ottanta, i servizi orientati al mercato risultavano in larga misura incorporati all’interno del sistema produttivo industriale; il successivo processo di esternalizzazione non ha tuttavia determinato una separazione funzionale tra i due ambiti.
Al contrario, servizi e industria hanno continuato a interagire in modo sistemico, con i primi che hanno contribuito a sostenere la domanda aggregata e ad accompagnare, e in parte rafforzare, le dinamiche industriali.
Sebbene numerosi servizi siano contabilmente classificati come settori autonomi all’interno della contabilità nazionale, essi rimangono strutturalmente integrati con il sistema industriale».
Alla luce di questo, ha ancora senso delimitare in maniera netta il confine tra industria e servizi?
«La delimitazione del confine tra industria e servizi risponde a un’esigenza eminentemente statistica di codificazione dell’economia, ma non coincide con una separazione reale dei processi produttivi.
Tale distinzione costituisce un costrutto analitico che deve essere utilizzato con cautela, soprattutto nell’analisi delle trasformazioni strutturali contemporanee.
Industrie ad alta intensità tecnologica, quali quella aerospaziale o automobilistica – in particolare nelle sue declinazioni connesse alla transizione ecologica – possono difficilmente prescindere da un articolato sistema di servizi avanzati.
Simmetricamente, anche il settore dei servizi risulta dipendente dalla base industriale, dalla quale trae domanda, innovazione e capacità di accumulazione. Il rapporto tra i due ambiti appare dunque di interdipendenza piuttosto che di sostituibilità».
La questione centrale è allora se in alcuni servizi strategici per le transizioni digitale, ambientale e farmaceutica non sia opportuno un rinnovato protagonismo dell’intervento pubblico.
«Si pone il problema della costruzione di un’infrastruttura pubblica di conoscenze, competenze e servizi di base in grado di ridurre le asimmetrie iniziali tra gli operatori economici chiamati a confrontarsi in contesti concorrenziali.
Un simile assetto consentirebbe di orientare la struttura economica e industriale nel suo complesso, lasciando al mercato quei segmenti dei servizi e dell’industria che, dal punto di vista teorico, si avvicinano maggiormente alle condizioni della concorrenza perfetta.
Pur riconoscendo che tale forma di concorrenza rappresenta un’astrazione analitica, è altrettanto evidente che gli assetti oligopolistici non costituiscono un esito socialmente né economicamente ottimale.
Si impone pertanto la necessità di riflettere sulle modalità di posizionamento del sistema economico nazionale all’interno di un quadro istituzionale in cui lavoro, Stato e capitale possano convergere verso un equilibrio superiore in termini di efficienza, coesione e sostenibilità di lungo periodo».
Quali sono i settori che dovrebbero diventare il “motore” della crescita italiana nei prossimi anni?
«L’intero Paese – sindacati, partiti, Confindustria, liberi pensatori – sottolinea la necessità di implementare una moderna politica industriale.
Tuttavia, se si osservano con attenzione le dichiarazioni degli attori sociali e politici, così come quelle del governo, emerge con chiarezza che nessuno ha davvero idea di cosa sia una politica industriale e, di conseguenza, di quali interventi sarebbe opportuno privilegiare.
Dopo il 1992 e le politiche di privatizzazione delle imprese a controllo pubblico – che non si sono ridotte nel numero, ma solo nel peso specifico – il dibattito politico e accademico ha progressivamente abbandonato la riflessione su cosa sia e a cosa serva una politica industriale.
Da circa trentacinque anni il Paese non riflette seriamente su questi temi, senza tenere conto che nel frattempo sono intervenuti due fattori decisivi: l’integrazione europea e una competizione tecnologica globale senza precedenti».
Diciamolo apertamente: siamo disarmati?
«Guardi, nessuno è oggi realmente attrezzato per delineare una politica industriale di buon senso, tanto più che alcune delle sfide tecnologiche attuali si collocano a un livello tale per cui nessun singolo Paese europeo dispone delle capacità tecniche necessarie per competere su scala globale.
La politica industriale, dunque, o è europea oppure non ha alcuna possibilità di esistere. Il nodo cruciale diventa allora comprendere come le poche o molte competenze nazionali possano integrarsi con le molte o poche competenze europee.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento critico: l’Europa appare in ritardo in quasi tutti i settori industriali e dei servizi, avendo perso posizioni che riducono drasticamente le possibilità di una risposta europea efficace.
Se la ricerca e sviluppo rappresenta il motore del cambiamento, occorre anche sottolineare che la ricerca è coerente con la specializzazione produttiva.
In termini generali, emergono come dominanti i settori legati alla nanotecnologia, alle tecnologie connesse all’intelligenza artificiale, alla tecnologia medica e all’ambiente. In nessuno di questi ambiti l’Europa e l’Italia riescono ad affermarsi come veri player internazionali».
E questo cosa comporta?
«Se è vero che l’Europa mantiene un ruolo rilevante nel settore aerospaziale e che Leonardo, impresa italiana, rappresenta un attore di primo piano, questo tipo di imprese resta sostanzialmente avulso dal sistema economico nel suo complesso e non incide, né quantitativamente né qualitativamente, sulla domanda e sull’offerta aggregate.
Si tratta di vere e proprie isole produttive, che giocano una partita del tutto particolare: operano in regime di monopsonio e, per loro natura, non sono in grado di modificare l’assetto complessivo del tessuto produttivo. L’idea che un aumento della spesa militare possa favorire la crescita europea o italiana è, dunque, errata.
Sebbene dal 2010 la contabilità nazionale abbia incluso la spesa militare nella voce “investimenti”, dal punto di vista tecnico questo tipo di investimento non consente la produzione di beni di consumo o intermedi aggiuntivi.
Al contrario, gli investimenti in beni capitali – si pensi, ad esempio, alle macchine a controllo numerico – sono finalizzati proprio alla produzione di beni intermedi e di consumo.
Questa è la ragione tecnica alla base del più basso moltiplicatore keynesiano della spesa militare».
Il Rapporto Draghi del 2024 ha individuato alcuni ambiti sui quali l’Europa avrebbe dovuto concentrare le proprie risorse per recuperare anni di ritardo nei confronti di Stati Uniti e Cina: energia, materie prime critiche, digitalizzazione e tecnologie avanzate, industrie ad alta intensità energetica, tecnologie pulite, automotive, difesa, spazio, farmaceutica, trasporti.
«Il lavoro da fare è enorme, ma richiede un attore pubblico in grado di costruire un “pavimento comune” europeo in questi settori: una sorta di public utilities europee, sostenute da un bilancio pubblico europeo per un ammontare annuo non inferiore a 800 miliardi di euro.
Provando a sintetizzare la ripartizione dell’output (si veda la tabella), Stati Uniti e Cina sembrano oggi gli unici veri player internazionali nei settori strategici. L’Europa fatica, mentre l’Italia appare marginale.
Ciò segnala un problema strutturale: il motore della macchina produttiva deve essere cambiato. I settori indicati da Draghi sono, infatti, i settori emergenti.
O l’Europa e l’Italia cercano di diventarne protagoniste, oppure non esistono possibilità tecniche per continuare a essere protagoniste nello scenario globale.

Per quanto riguarda l’Italia, emerge una debolezza ancora più marcata in tutte e tre le grandi componenti della produzione: beni capitali, beni intermedi e beni di consumo.
È difficile delineare una politica industriale sana ed equa, ma sarebbe necessario avviare studi capaci almeno di chiarire i pochi o molti vantaggi comparati in cui l’Italia può emergere e, successivamente, tentare di costruire alleanze strategiche a livello europeo».
Quali errori ha commesso la politica industriale italiana negli ultimi decenni?
«Si è pensato che un bilancio pubblico sotto controllo, la libera concorrenza e il mercato potessero risolvere il problema dell’allocazione delle risorse.
Sarò lapidario: la discussione politica degli ultimi anni è stata interamente assorbita dal tema dell’eccessivo peso delle tasse, al quale si è accodato anche il sindacato, che teoricamente non avrebbe avuto alcun vantaggio da questa impostazione. Si pensi, ad esempio, alla richiesta di riduzione del cuneo fiscale.
La principale discussione di politica industriale è stata così monopolizzata dagli incentivi agli investimenti, e dalle casse pubbliche sono usciti molti – troppi – soldi per perseguire questa missione.
Il problema, tuttavia, non è tanto se sostenere o meno gli investimenti privati, o persino se sostenere alcune tipologie di investimento – che già rappresenterebbe un passo in avanti – quanto il fatto che non si sia compreso cosa siano realmente gli investimenti».
Un nodo gordiano da sciogliere.
«Sì, perché l’investimento è lo strumento privilegiato attraverso il quale le imprese cercano di incrementare il proprio fatturato o il proprio utile e, in particolare, di anticipare la domanda di mercato rispetto alle imprese concorrenti.
In altri termini, l’investimento rappresenta la principale pratica competitiva delle imprese.
Dopo anni di incentivi generalizzati, gli investimenti vengono ormai realizzati in funzione dei benefici fiscali e non in ragione di una sana dinamica concorrenziale. La stessa logica si riscontra negli incentivi alla ricerca e sviluppo.
Il risultato finale è stato quello di trasformare gli investimenti da motore della crescita a puro dilemma fiscale.
Oggi osserviamo gli effetti di queste politiche ed è difficile invertire la rotta.
Le imprese devono tornare a fare le imprese, mentre lo Stato dovrebbe occuparsi dei beni di merito e concorrere, attraverso proprie società, nei settori emergenti, operando come vere e proprie public utilities».
Quali misure concrete servono per creare un nucleo di settori tecnologici e interconnessi?
«Qui entriamo nel campo delle proposte di politica economica e industriale. Come già detto, c’è molto lavoro da fare per comprendere quali strumenti il Paese e la politica dovrebbero adottare per cambiare il motore della macchina produttiva.
L’aspetto fondamentale è capire che l’Italia, così come l’Europa, deve cambiare motore.
La statistica consente di comprendere chi fa ricerca e sviluppo e in che modo.
Purtroppo, la principale fonte di ricerca e sviluppo, almeno nei settori emergenti indicati da Draghi, rimane il settore pubblico. I principali e più importanti centri di ricerca europei sono pubblici, così come pubbliche sono le più grandi iniziative industriali.
Una delle possibili iniziative consiste nell’industrializzare la ricerca e sviluppo pubblica nei settori strategici.
Si potrebbe creare una società pubblica che raccolga e coordini la ricerca pubblica strategica e partecipi, insieme al capitale privato, alla sua industrializzazione.
Una volta che la società abbia raggiunto una sufficiente solidità sul mercato, il settore pubblico potrebbe ritirarsi e destinare le risorse al sostegno di nuove iniziative.
Rimane inoltre necessaria la presenza delle società a partecipazione pubblica, che dovrebbero diventare il motore del cambiamento, anziché perseguire esclusivamente utili o cercare Paesi esotici dove la tassazione è più favorevole.
C’è molto lavoro da fare, ma è indispensabile studiare e comprendere dove e come intervenire. Si può affermare che la ricerca accademica e politica disponga oggi di un terreno fertile su cui lavorare, pur dovendo scontare trentacinque anni di assenza di studio e riflessione sistematica».
Qual è il ruolo delle Pmi in questa trasformazione e come possono essere supportate?
«Il dibattito sul ruolo delle piccole e medie imprese (PMI) affonda le proprie radici in una tradizione ormai consolidata della letteratura economica.
Numerosi contributi teorici ed empirici hanno affrontato il tema, senza tuttavia giungere a una sintesi interpretativa univoca. In questo quadro, l’analisi proposta muove dall’esame della distribuzione del valore aggiunto per classi dimensionali d’impresa (nostra elaborazione su dati Eurostat), con l’obiettivo di valutare la specificità della struttura produttiva nazionale nel confronto con gli altri Paesi europei.
L’economia italiana presenta una marcata polarizzazione verso la piccola e media dimensione d’impresa che non trova pieno riscontro nei principali sistemi produttivi europei.
In Italia, le imprese appartenenti alle classi 0–9, 10–19, 20–49 e 50–249 addetti intercettano la quota prevalente del valore aggiunto complessivo, mentre le imprese con oltre 250 addetti contribuiscono a poco meno del 40% del valore aggiunto aggregato.
Nei principali paesi europei, al contrario, il valore aggiunto prodotto dalle imprese di maggiore dimensione si colloca stabilmente intorno al 50% del totale, come evidenziato dai dati comparativi (cfr. grafici sottostanti).
Un elemento di particolare rilievo è rappresentato dalla forte concentrazione del valore aggiunto nelle imprese di dimensione molto ridotta: le classi 0–9 e 10–19 addetti generano complessivamente poco meno del 35% del valore aggiunto nazionale.
Tale configurazione si discosta in misura significativa da quella osservata negli altri paesi europei, segnalando una specificità strutturale del caso italiano».
Quali sono le differenze a livello europeo?
«Se il ruolo centrale delle Pmi nel sistema produttivo italiano appare indiscutibile, è tuttavia necessario riconoscere che tale assetto si differenzia in modo sostanziale da quello prevalente a livello europeo, dove le medie e grandi imprese esercitano un peso economico e sistemico più rilevante.
La questione cruciale diventa allora se questa divergenza rappresenti un vantaggio competitivo oppure un vincolo strutturale allo sviluppo.
L’evoluzione di lungo periodo dei sistemi economici suggerisce che il progressivo affermarsi delle economie di scala abbia favorito, nel tempo, le imprese di maggiore dimensione.
In presenza di costi fissi elevati, le grandi imprese risultano strutturalmente avvantaggiate rispetto alle piccole, potendo distribuire tali costi su volumi produttivi più ampi».
Quali sono i vantaggi e i limiti delle imprese di grandi dimensioni rispetto alle Pmi e in che misura un riallineamento del tessuto produttivo nazionale verso il modello europeo può migliorare la competitività complessiva senza penalizzare le piccole e medie imprese?
«È vero che le imprese di grandi dimensioni sono tradizionalmente associate a una minore flessibilità organizzativa; tuttavia, l’innovazione tecnologica e la riorganizzazione dei processi produttivi hanno in parte attenuato questa rigidità.
A ciò si aggiunge un ulteriore vantaggio comparato: una maggiore capacità di accesso al credito bancario e ai mercati finanziari, elemento cruciale in contesti caratterizzati da elevata intensità di capitale e da rapidi cicli di innovazione.
Alla luce di queste considerazioni, emerge l’esigenza di interrogarsi sull’opportunità di un riallineamento del tessuto produttivo nazionale verso il modello europeo.
Ciò non implica la marginalizzazione delle Pmi, bensì la loro integrazione selettiva in catene del valore strutturate e coerenti, nelle quali possano valorizzare le proprie specificità produttive e organizzative.
In assenza di tale integrazione, le Pmi risultano maggiormente esposte a rischi di mercato, a difficoltà di accesso alla domanda e a una debolezza strutturale nella capacità di negoziare condizioni favorevoli nei mercati dei beni intermedi, che svolgono un ruolo centrale nella determinazione dei costi di produzione aggregati».
Perché la persistente centralità attribuita alle Pmi nel dibattito pubblico italiano può rappresentare un limite allo sviluppo industriale, e quali trasformazioni strutturali risultano necessarie per evitare una crisi di lungo periodo di produzione e occupazione?
«Nel dibattito pubblico italiano, le Pmi continuano spesso a essere interpretate come il fulcro immutabile della specializzazione produttiva nazionale, secondo una rappresentazione che appare ancorata al contesto degli anni Settanta e Ottanta.
Tuttavia, i profondi mutamenti intervenuti nei processi produttivi, nell’organizzazione delle catene del valore e nei mercati di sbocco rendono sempre meno sostenibile questa visione.
Ciò che in una fase storica precedente costituiva un vantaggio competitivo tende oggi a configurarsi come uno svantaggio strutturale, che richiede un intervento tempestivo e consapevole.
È indubbio che la transizione da un modello produttivo fortemente imperniato sulle Pmi a uno caratterizzato da una maggiore centralità delle medie e grandi imprese possa comportare costi sociali non trascurabili.
Il mancato adeguamento rischia tuttavia di produrre effetti ben più rilevanti, traducendosi in una contrazione persistente della produzione industriale e dell’occupazione.
Le Pmi non sono destinate a scomparire, né dovrebbero farlo; tuttavia, in assenza di un loro inserimento in equilibri produttivi più avanzati e in “arcipelaghi” industriali omogenei, esse rischiano di essere travolte dalla necessità sistemica di costruire economie di scala sufficienti a ridurre in modo significativo non solo i costi fissi, ma anche quelli variabili».





Qual è il ruolo della managerialità, della maggiore managerialità soprattutto nelle Pmi, per far crescere l’economia italiana?
«Partiamo da un aspetto fondamentale, cioè dalla comprensione del significato economico della produzione. Produrre significa, in primo luogo, trasformare merci e servizi in altre merci e servizi; in secondo luogo, trasformare merci e servizi in valore, sia economico sia finanziario. La produzione, dunque, non si limita ad aumentare la quantità fisica dei beni e dei servizi. Essa implica anche l’organizzazione dell’impresa sulla base delle tecnologie disponibili, con l’obiettivo di aumentare la distanza tra ricavi e costi. In questa accezione di impresa, la concorrenza perfetta svolge un ruolo molto particolare, valido solo in determinate situazioni. Tale ruolo può essere sintetizzato in questo modo: l’impresa non può intervenire sul prezzo, è un price taker, cioè accetta i prezzi di mercato e modifica la quantità prodotta sulla base di tali prezzi; il che cosa produrre e il come produrre sono regolati dalle curve di costo e di ricavo, sia nel breve sia nel lungo periodo, in un contesto di rendimenti decrescenti».
In che modo l’ipotesi di concorrenza perfetta influenza la rappresentazione del ruolo dell’imprenditore e del manager, e perché l’analisi dell’impresa reale – caratterizzata da economie di scala, cambiamenti della domanda e innovazione tecnologica – restituisce una funzione manageriale e politica molto più centrale?
«In sintesi, in questo schema il ruolo dell’imprenditore è molto vicino a quello dell’ingegnere: dati i prezzi degli input e degli output, egli può soltanto produrre una certa quantità di beni, se assumiamo la funzione di produzione neoclassica che restituisce la concorrenza perfetta.
Solo all’interno di questo modello possiamo affermare che anche il ruolo del manager non si discosta molto da quello di un ingegnere. Ma credo che, a queste condizioni, ben pochi sceglierebbero di studiare economia aziendale. Il manager sarebbe una figura rilevante solo in alcune tipologie di imprese, ma complessivamente piuttosto marginale nel governo dell’impresa.
Se invece osserviamo e studiamo il funzionamento reale dell’impresa moderna, dobbiamo prendere atto che la concorrenza perfetta rappresenta un’eccezione e che la figura del manager – e quindi anche il ruolo della politica – diventa decisamente più interessante. Il presupposto analitico è legato alle cosiddette economie di scala, che condizionano il funzionamento dell’impresa sotto diversi profili: la disponibilità degli input; l’aumento della capacità produttiva, che innesca inevitabilmente tensioni di ordine tecnico; la necessità di delineare modelli organizzativi e sistemi di management; la necessità di dirimere la conflittualità tra capitale e lavoro.
Inoltre, occorre comprendere che la domanda cambia il proprio contenuto al crescere del reddito, come insegna la legge di Engel: l’espansione dei consumi si indirizza verso nuovi beni e servizi, e le imprese devono adeguare la propria struttura per soddisfare questa nuova domanda. Per queste ragioni, le imprese che operano in contesti non concorrenziali sono costantemente alla ricerca di una tecnologia che consenta loro di aumentare i profitti e, al tempo stesso, di ridurre quelli delle altre imprese. La tecnologia, infatti, non è unica né valida per tutte le imprese, come già osservava Schumpeter».
Perché la concorrenza non perfetta attribuisce al management un ruolo decisivo nelle scelte strategiche dell’impresa, e in che modo la separazione tra proprietà e controllo incide sugli obiettivi aziendali?
«In questo contesto, il manager inizia ad assumere un ruolo più sofisticato e rilevante rispetto a quello delineato dalla concorrenza perfetta. Nel tempo, i manager sono spesso diventati figure centrali, dotate di capacità organizzative e di analisi del mercato tutt’altro che banali. Nella concorrenza non perfetta, Cosa fare per crescere? Ne parliamo con il ruolo dei manager diventa centrale, perché le decisioni strategiche dell’impresa non si limitano alla minimizzazione dei costi, ma riguardano prezzi, quantità, differenziazione del prodotto e posizionamento sul mercato. I manager dispongono di un significativo margine di discrezionalità, che consente loro di influenzare il grado di potere di mercato dell’impresa e di modellare la concorrenza attraverso strategie di prezzo, investimenti in marketing, innovazione e controllo delle barriere all’entrata.
In questo quadro, la separazione tra proprietà e controllo rafforza ulteriormente il peso del management: gli obiettivi dell’impresa possono riflettere non solo la massimizzazione del profitto, ma anche la crescita dimensionale, la stabilità o il rafforzamento del potere competitivo, con effetti rilevanti sull’efficienza e sulla distribuzione dei redditi».
Alla luce delle caratteristiche strutturali del sistema produttivo italiano, esiste realmente un bisogno diffuso di management e una solida cultura manageriale nel Paese, oppure il modello familistico d’impresa ne limita lo sviluppo e la competitività internazionale?
«A questo punto si pone la domanda finale: l’attuale dimensione delle imprese nazionali, il vincolo della specializzazione produttiva e il livello — coerente — della dimensione tecnologica del sistema economico italiano hanno davvero bisogno di manager? Esiste una cultura manageriale in Italia? Onestamente, i pochi grandi manager che ho conosciuto sono stati quelli che hanno guidato le grandi imprese pubbliche, con qualche eccezione nel settore privato. Per il resto, domina una struttura economica fortemente familistica, che fatica a misurarsi con il capitalismo emergente. Non a caso, molte imprese sono passate sotto controllo straniero».
Quanto è importante la domanda interna di beni e servizi innovativi per cambiare la traiettoria?
«La domanda interna, per definizione, rappresenta l’alfa e l’omega di un sistema economico. In assenza di una domanda adeguata, le imprese si troverebbero vincolate da limiti ben più stringenti della semplice disponibilità di credito, lavoro e capitale. Capitale, credito e lavoro, infatti, sono a loro volta condizionati dalla domanda e, ancor più, dalla domanda attesa delle imprese. Se la domanda interna, così come quella estera, si contrae, le imprese non intraprendono nuovi investimenti, non investono in ricerca e sviluppo e non implementano nuovi modelli organizzativi capaci di rispondere a una domanda emergente. La crescita di un Paese dipende sempre dall’esistenza di una domanda nuova e insoddisfatta, mai da una domanda di semplice sostituzione».
In che modo la struttura e la dinamica della domanda influenzano le decisioni di investimento e innovazione delle imprese e quali rischi corre il sistema produttivo italiano se la sua specializzazione non è adeguata ai cambiamenti della domanda legati alla crescita del reddito?
«Quando le imprese sono vincolate a una domanda di sostituzione – spesso legata a beni e servizi a basso contenuto tecnologico e a ridotto valore aggiunto – gli investimenti che possono essere realizzati tendono a limitarsi alla razionalizzazione della struttura produttiva e alla riduzione dei costi, a parità di output.
Al contrario, quando le imprese devono soddisfare una domanda emergente, esse sono normalmente indotte ad aprire nuovi impianti e ad adottare soluzioni tecnologiche e organizzative più avanzate.
La centralità della domanda è dunque evidente. La vera domanda da porsi è la seguente: se la domanda cambia contenuto all’aumentare del reddito, come insegna la legge di Engel, le imprese italiane dispongono di una specializzazione produttiva adeguata a soddisfare questa nuova domanda? Il rischio concreto è quello di un aumento delle importazioni di beni e servizi ad alto contenuto tecnologico e ad elevato valore aggiunto, mentre la domanda di beni e servizi a basso contenuto tecnologico continuerebbe a essere soddisfatta prevalentemente dalla produzione nazionale».
Purtroppo, è esattamente ciò che accade nel nostro Paese.
«Il miglioramento del saldo della bilancia commerciale è stato ottenuto attraverso la contrazione della domanda, una strategia che difficilmente può essere considerata la migliore politica economica adottabile. La domanda rimane un elemento fondamentale, soprattutto nei settori emergenti; tuttavia, se persiste l’attuale specializzazione produttiva, ogni incremento della domanda si traduce inevitabilmente in un aumento delle importazioni.
Ci troviamo così di fronte a una sorta di vincolo tecnologico che le imprese italiane e il governo sono chiamati ad affrontare. In assenza di un cambiamento strutturale, anche una crescita della domanda interna – inclusa quella sostenuta dall’aumento dei salari – rischierebbe di ritorcersi contro la crescita economica del Paese.
In termini più semplici: domanda e offerta devono essere coerenti e speculari; in caso contrario, o si riduce la domanda o si riduce l’offerta».
Se dovesse indicare tre priorità immediate per far ripartire la crescita italiana, quali sarebbero?
Se dovessi indicare tre priorità immediate per rilanciare la crescita italiana, farei riferimento a domanda effettiva, struttura produttiva e vincolo tecnologico.
In primo luogo, è necessario un rafforzamento della domanda interna, in particolare della componente salariale, poiché la domanda effettiva – e soprattutto la domanda attesa – condiziona le decisioni di investimento, di innovazione e di organizzazione delle imprese. In assenza di una domanda adeguata, il sistema produttivo rimane intrappolato in strategie difensive di compressione dei costi.
In secondo luogo, occorre intervenire sulla specializzazione produttiva, perché la composizione della domanda evolve al crescere del reddito, come mostra la legge di Engel, e l’attuale struttura industriale italiana non è in grado di soddisfare in misura sufficiente la domanda emergente ad alto contenuto tecnologico e di valore aggiunto.
In queste condizioni, l’espansione della domanda rischia di tradursi in un aumento delle importazioni e nel rafforzamento del vincolo estero.
Infine, la terza priorità riguarda una politica industriale e tecnologica esplicita, orientata a superare il vincolo tecnologico del sistema economico italiano.
Ciò implica un ruolo attivo dello Stato nel coordinamento degli investimenti, nel sostegno alla ricerca e sviluppo, nella costruzione di capacità produttive avanzate e nel rafforzamento delle competenze organizzative e manageriali, senza le quali la crescita rimane strutturalmente debole.
La presenza di imprese pubbliche nei settori emergenti credo sia essenziale».