Legge di Bilancio 2026: sfide e prospettive per Manageritalia e i manager

In un contesto di incertezza normativa, il ruolo della contrattazione si afferma centrale per garantire crescita e fiducia nel Paese. Ne parliamo con Marco Ballarè, presidente Manageritalia
legge di bilancio 2026

Guardando alla manovra economica che si è appena chiusa, qual è il bilancio per la nostra categoria?

«Il giudizio, nel complesso, resta critico. Non tanto per singole misure restrittive, quanto per una sensazione, ormai ricorrente, di incertezza normativa, soprattutto su un tema delicato come quello previdenziale.

Il sistema pensionistico dovrebbe offrire stabilità e prevedibilità, perché consente alle persone di pianificare il proprio futuro. Rimetterlo in discussione ogni anno rischia invece di alimentare sfiducia.

Resta anche il fatto che, pur considerando gli stringenti vincoli di bilancio europei, non c’è nulla per favorire la crescita. La manovra conferma una linea chiara: trattenere il più possibile le persone al lavoro e scoraggiare le uscite anticipate.

È una scelta comprensibile in un Paese che invecchia rapidamente, ma proprio per questo servirebbero strumenti strutturali e non interventi episodici».

Sul fronte salariale c’è qualche segnale positivo?

«Sì, qualche segnale positivo c’è. Penso agli incentivi sulla produttività e alla detassazione degli aumenti contrattuali, ma resta il limite di fondo: sono interventi parziali. Il tema dei salari in Italia continua a essere il grande nodo irrisolto.

In questo quadro, Manageritalia non ha mai cessato di portare ai tavoli istituzionali una richiesta molto semplice: meno interventi contingenti e più visione di lungo periodo. Perché senza certezze non cresce né il lavoro né la fiducia».

A questo si è aggiunto il rinnovo contrattuale…

«Proprio perché il quadro pubblico appare ancora frammentato, diventa ancora più evidente il ruolo delle parti sociali. Dove la politica fatica a intervenire in modo organico, la contrattazione può – e deve – assumersi una responsabilità maggiore.

Il rinnovo che abbiamo sottoscritto va in questa direzione: aumenti retributivi, rafforzamento del welfare e strumenti innovativi che puntano a proteggere realmente il potere d’acquisto.

È una scelta che guarda al presente, ma anche alla qualità del lavoro nel futuro. C’è anche un messaggio culturale: il manager non è un costo da comprimere, ma un fattore abilitante della crescita.

E infatti il vero problema italiano non è avere troppi manager, è averne troppo pochi, soprattutto nelle piccole e medie imprese. Senza managerialità diffusa diventa difficile trasformare la produttività in salari migliori e in occupazione di qualità».

In che modo Manageritalia si sta muovendo per la prossima finanziaria?

«La nostra impostazione è molto chiara: la rappresentanza non si esercita solo commentando le manovre, ma contribuendo a costruirle. Stiamo lavorando a un cantiere permanente di proposte, aiutati da quasi 200 colleghi provenienti da tutti i territori, che partono da un presupposto: il Paese ha bisogno di stabilità normativa.

Su pensioni, fisco e lavoro non possiamo permetterci continui cambi di rotta che rendono impossibile qualsiasi pianificazione, per le persone come per le imprese. E poi serve fare qualcosa di tangibile per la crescita.

Il metodo è quello che ci contraddistingue: analisi tecnica, confronto con il sistema produttivo e dialogo costante con le istituzioni. Non portiamo rivendicazioni di parte, ma soluzioni che rafforzino la competitività complessiva del terziario e dell’economia italiana».

I “punti non negoziabili”?

«Preferisco parlare di “priorità strategiche”. La prima è costruire un sistema previdenziale finalmente stabile, che introduca meccanismi di flessibilità in uscita ma dentro un quadro certo e duraturo. Le persone devono sapere su quali regole potranno contare, i lavoratori che entrano nel sistema produttivo oggi devono poter pianificare il loro futuro.

La seconda è una riforma fiscale che premi davvero il lavoro. Oggi il potere d’acquisto resta una questione aperta e non può essere affrontata solo con misure temporanee o platee limitate.

Dobbiamo rinforzare gli accordi di produttività, incentivare le politiche di age management, ampliare il welfare aziendale, rivedere e, soprattutto, stabilizzare il sistema dei fringe benefit.

La terza riguarda lo sviluppo della previdenza complementare. Il rafforzamento del secondo pilastro è una strada obbligata: il silenzio-assenso sul Tfr va nella direzione giusta, ma siamo ancora all’inizio di un percorso che dovrebbe diventare molto più ambizioso.

La quarta è la sanità. Dobbiamo rafforzare il Ssn, che paghiamo tutti, in particolare chi ha redditi elevati. Ma dobbiamo sostenere anche l’assistenza sanitaria integrativa, che deve diventare un secondo pilastro accettato e davvero utile per il primo pilastro. Oggi sembra siano in concorrenza, ma non è così.

Infine, servono politiche che incentivino la crescita, anche grazie alla diffusione delle competenze manageriali. Perché trattenere talenti e attrarne di nuovi non è un tema corporativo: è una necessità economica».

Qual è la ricetta di Manageritalia per trasformare la crescita in sviluppo strutturale?

«La crescita, da sola, non basta. Diventa sviluppo solo quando è accompagnata da produttività, qualità del lavoro e fiducia nel futuro. Il manager è il punto di snodo di questo equilibrio: traduce le strategie in organizzazione, l’innovazione in risultati, la crescita in migliori condizioni per le persone.

Ma per farlo serve un contesto che premi il merito, favorisca gli investimenti e garantisca regole stabili. Il vero rischio, oggi, non è una crescita moderata. È l’incertezza. Senza stabilità previdenziale, senza una riforma fiscale strutturata e un rafforzamento della cultura manageriale, il nostro modello di sviluppo rischia di indebolirsi.

La sfida è chiara: aumentare sia la quantità del lavoro, sia la sua qualità. Non è solo una questione economica, ma di coesione sociale.

Manageritalia continuerà a lavorare in questa direzione, con uno spirito pragmatico, ma anche con la consapevolezza che modernizzare il Paese significa, prima di tutto, investire nelle competenze di chi lo guida ogni giorno».

Facebook
LinkedIn
WhatsApp

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Cerca