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I pensionati fuggono all’estero?

Fotografia di un fenomeno in costante crescita. I dati a nostra disposizione e un’analisi dei motivi dietro a questa scelta
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I pensionati fuggono all’estero?

Vivere all’estero con la pensione italiana? Molti hanno preso questa decisione. La documentazione statistica oggi disponibile parla chiaro: negli ultimi anni è sensibilmente cresciuto il numero dei cosiddetti “migranti previdenziali”, cioè dei pensionati che si sono trasferiti in un altro paese. Si tratta di un fenomeno – denominato nella letteratura anglosassone “international retirement migration” – che interessa la generalità dei paesi occidentali e che è riconducibile a un insieme di fattori sia di natura economica che extra-economica. Pur avendo un ruolo molto importante nell’ambito dei flussi migratori, non sono infatti solo il costo della vita, i prezzi delle abitazioni e il livello della tassazione a spingere i pensionati a prendere la residenza all’estero, ma anche altre caratteristiche dei paesi di destinazione quali le condizioni climatiche e l’ambiente naturale, la dotazione d’infrastrutture economiche e sociali, la sicurezza personale e patrimoniale, l’accessibilità alle cure sanitarie, la presenza di una comunità nazionale e così via.

Un fenomeno recente
Rispetto agli Stati Uniti, al Canada e ai paesi dell’Europa settentrionale, in Italia il fenomeno dei “migranti previdenziali” è relativamente recente. Il che non sorprende se si considera che nel nostro paese spesso gli anziani partecipano attivamente alla vita della famiglia allargata, svolgendo una funzione di sostegno per le generazioni più giovani. A conferma di quanto appena detto, basti esaminare i risultati dell’ultima indagine condotta dalla società Ipsos per conto della Fondazione Korian (“I senior di oggi in Europa. Sentirsi utili per invecchiare bene”), dai quali emerge che in Italia il 40% degli anziani aiuta economicamente i figli e il 35% si prende cura dei nipoti, contro una media europea rispettivamente pari a 24 e 28%. Un altro punto degno di nota è che nel nostro paese i trasferimenti all’estero hanno riguardato dapprima soprattutto i pensionati con redditi medio-bassi – gran parte dei quali ha oggi più di 80 anni – e solo nel periodo più recente anche i pensionati con redditi medio-alti.

Cosa dicono i dati Inps
Secondo i dati dell’Inps, nel 2018 il numero delle pensioni di Ivs pagate all’estero si avvicina alla soglia delle 392mila unità – comprese quelle corrisposte ai lavoratori stranieri che, dopo aver conseguito in Italia il diritto alla pensione, hanno deciso di rientrare nel loro paese di origine o di trasferirsi altrove. Circa l’85% degli assegni sono assorbiti dai dieci paesi in cui più ampia è la comunità dei nostri connazionali, vale a dire: Canada (54mila), Germania (52mila), Svizzera (47mila), Australia (46mila), Francia (44mila), Stati Uniti (36mila), Argentina (21mila), Belgio (14mila), Regno Unito (12mila) e Brasile (8mila). Tuttavia, la più sostenuta crescita del numero dei trattamenti non si registra nei tradizionali paesi di emigrazione delle generazioni passate, ma in quei paesi che esercitano oggi una maggiore attrazione su chi ha cessato l’attività lavorativa, e cioè Portogallo, Cipro, Malta, Emirati Arabi, Thailandia, Tunisia, Marocco e Repubblica Dominicana. Com’è noto questi paesi si caratterizzano soprattutto per il fatto di avere, oltre a un livello dei prezzi molto più basso di quello dell’Italia, un regime fiscale molto più vantaggioso. A tale proposito, basti rilevare che:

• le pensioni degli italiani residenti in Portogallo beneficiano per un decennio dell’esenzione fiscale;

• quelle degli italiani residenti in Tunisia godono di un abbattimento dell’80%;

• vengono colpite con un’aliquota marginale massima del 3,5% le pensioni degli italiani residenti a Cipro e del 15% quelle dei residenti a Malta;

• per prendere la residenza nel paradiso fiscale di Dubai bisogna percepire una pensione superiore a 4.800 euro al mese.

Un incentivo a trasferirsi all’estero per manager e professionisti
Se si tiene conto di ciò, si capisce allora quanto possa essere forte l’incentivo, soprattutto per i manager, i medici, i professionisti ecc., a trasferirsi all’estero una volta cessata l’attività lavorativa. Non bisogna infatti dimenticare che nel nostro Paese, come si rileva dai dati di fonte Mef contenuti nella tabella in alto, l’Irpef e le addizionali incidono complessivamente per il 31,4% su un reddito pensionistico di 50mila euro, per il 35,1% su un reddito di 80mila euro e per il 37% su un reddito di 100mila euro. Si tratta di un livello di prelievo che, sommandosi all’Iva, alle accise e agli altri innumerevoli balzelli del nostro sistema tributario, contribuisce in misura apprezzabile alla fuga dei pensionati all’estero.

Una comparazione tra i paesi
La spesa sostenuta dall’Inps per il complesso delle pensioni erogate all’estero supera di poco la soglia degli 1,2 miliardi di euro. Il 53,5% di tale cifra è assorbito dai paesi europei, il 17,9% da quelli dell’America centro-meridionale, il 14,5% da quelli dell’America settentrionale, il 7,4% da quelli dell’Oceania, il 3,5% da quelli dell’Asia e il rimanente 3,2% da quelli dell’Africa. Gli importi medi mensili dei trattamenti sono molto contenuti (attorno a 234 euro), tenuto conto di due circostanze, e cioè: da un lato, che più del 75% delle pensioni pagate all’estero ha periodi di contribuzione in Italia inferiori a tre anni; dall’altro, che più del 40% delle pensioni sono di invalidità e superstiti. Come si rileva dal grafico, in genere i paesi che fanno registrare gli importi medi mensili più alti sono anche quelli in cui più consistente è risultato negli ultimi anni l’afflusso dei “migranti previdenziali”, e cioè: Cipro (5.481 euro), Emirati Arabi (3.606), Portogallo (2.545), Malta (2.000), Thailandia (1.444), Tunisia (1.376) ecc.

I trend per i prossimi anni
Un indicatore di quelle che potrebbero essere le tendenze future del fenomeno migratorio in esame è dato dagli acquisti di abitazioni all’estero. Ebbene, secondo le valutazioni effettuate da scenari immobiliari, il numero delle seconde case acquistate fuori dai confini nazionali è più che raddoppiato nel periodo 2006-2017, scavalcando la soglia delle 46mila unità (corrispondenti a un investimento di oltre 6,5 miliardi di euro). A comprare all’estero sono soprattutto persone in pensione o prossime alla pensione che cercano una località (quale, ad esempio, Algarve in Portogallo, Santo Domingo nella Repubblica Domenicana o Tenerife in Spagna) in cui possono godere di un clima mite tutto l’anno e di un tenore di vita migliore di quello del nostro Paese. Pur essendo ancora un fenomeno di dimensioni piuttosto contenute, è lecito supporre che negli anni a venire aumenteranno sensibilmente i pensionati all’estero e con essi le perdite per il bilancio pubblico e per l’economia nazionale. Per scongiurare tale circostanza, i policy maker devono non solo rafforzare la capacità del nostro territorio di intercettare i flussi internazionali dei “migranti previdenziali”, ma anche prevedere adeguati sgravi fiscali per arginare la fuga dei nostri connazionali. 


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