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Manager in tempi di emergenza: Franco Pauletto

Prosegue il format di Manageritalia che interroga alcuni manager associati su come stanno vivendo e gestendo l’emergenza coronavirus.
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Manager in tempi di emergenza: Franco Pauletto

Prosegue il format di Manageritalia che interroga alcuni manager associati su come stanno vivendo e gestendo l’emergenza coronavirus. Franco Pauletto è direttore amministrativo e finanziario di Pompadour e associato Manageritalia Trentino Alto Adige e ci racconta la sua esperienza. 

Come avete affrontato nell’immediato l’emergenza Coronavirus in Pompadour?
«Il primo passo è stato mettere in sicurezza i nostri collaboratori. Sia quelli in azienda che quelli fuori azienda (forza vendita). Abbiamo dato disposizioni che ogni datore di lavoro in questi frangenti emergenziali adotta. Inoltre ogni responsabile di reparto si è fatto carico di interscambio telefonico per ricercare empatia e modalità operativa con i propri collaboratori nonché per strutturarci adeguatamente e contrastare quotidianamente il fenomeno inaspettato e non gradito».

In quest’emergenza un business come il vostro prosegue?  
«Siamo nel settore alimentare. Abbiamo continuato le vendite attraverso i nostri clienti della Gdo. Non abbiamo avuto un boom di vendite, ma certamente l’online shop ha avuto richieste quadruplicate. Giusto per far sorridere, la Camomilla (che ormai da anni risente di un calo generalizzato nel settore, ha avuto un aumento di quasi l’80% nelle vendite (diciamo che per far star tranquilli tutti bimbi e nonni, si è ecceduto con il calmante…). Praticamente azzerate invece le vendite nel settore del Food Service (alberghi-ristoranti-Spa-Wellness). Anche i nostri 18 negozi monomarca, per la vendita di te, tisane, camomilla e accessori sono stati chiusi e le nostre addette alla vendita poste in Cig (per queste l’azienda ha comunque previsto un’integrazione dello stipendio a copertura della differenza salariale)».

Cosa avete fatto per garantire salute e sicurezza di dipendenti e clienti?
«La Grande distribuzione organizzata non permette accessi nei loro uffici e conseguentemente la nostra forza vendita lavora in smart working. A tutte gli impiegati è stato richiesto l’home working, già attivato oltre 5 anni fa grazie ad accordi previsti nell’audit famiglia&lavoro. Di fatto quindi in azienda possono accedere solo i nostri operatori logistici e gli addetti alla pulizia. Abbiamo altresì spinto per l’uso di ferie e rol, utilizzando anche quelle maturate da qui a fine anno».

State lavorando più del solito?
«Una parte dell’azienda certamente, operatori logistici in primis, che oltre all’aumento di lavoro, hanno procedure di sicurezza sanitaria in più da applicare e rispettare per la loro integrità fisica come fattore prioritario. Sicuramente a loro va il nostro plauso. In senso assoluto devo dire di aver visto coesione completa in azienda. Con i software in uso si riesce tranquillamente a operare in team collegati contemporaneamente ogni qualvolta si desideri (#vicinimalontani)».

È cambiato qualcosa nella vostra filiera?
«Tutto è inalterato. Va ribadito che sulla sicurezza sanitaria c’è la massima attenzione. Per esempio non vi è contatto fra operatori logistici ed autisti; tutto è sanificato a fine o inizio giornata; si lavora con mascherina e guanti; rigorosamente da rispettare la distanza fra le persone. Questo vale nella nostra logistica e anche presso i centri di distribuzione dei nostri clienti».

Qual è il ruolo di un manager in questi frangenti?

«Gran parte del lavoro è stato dedicato, in sinergia con l’amministratore delegato, a mettere in pratica azioni e disposizioni quotidiane imposte dall’emergenza coronavirus, non solo dettate dai Dpcm, ma anche dal buon senso e dai sani valori aziendali. È riduttivo pensare che tutto possa essere risolto da disposizioni legislative».

Nonostante la difficoltà dell’emergenza in atto, riesce a vedere opportunità da cogliere per il vostro business in ottica futura?
«Tutti scopriranno l’importanza della digitalizzazione, che porterà ancor più rapidamente sviluppi in ogni business, ma anche nel privato. Ci renderà più smart e confido ci insegni a essere meno logorati dai ritmi frenetici, tutto ciò per concederci maggiori pause per gustare le tisane e gli infusi di Pompadour!».

E per altri business?
«Questo shock ci rimarrà ben impresso nella mente e cambierà alcuni dei nostri valori esistenziali. Sotto questo aspetto ritengo che molti business dovranno interrogarsi per modificare i loro obiettivi di crescita e soprattutto di sensibilità verso il cliente finale, che alla fine siamo noi stessi. Penso al settore della medicina, alle case di cura e di riposo, alle forze armate, all’informazione».

Cosa chiedono le aziende del suo settore al Governo?
«Ritengo che sostenere le famiglie vada di pari passo con il sostegno delle piccole e medie aziende che sono l’asse portante del nostro Paese. Sostegno economico solo a chi ne ha veramente bisogno, mentre tutti gli altri si devono astenere e chi se lo può permettere invece deve contribuire ad aiutare. Dobbiamo risollevarci tutti insieme. Per altro molte società nazionali e internazionali hanno provveduto già con donazioni e si stanno impegnando a sostenere i propri collaboratori in questo difficile momento».

Che ruolo hanno in questo momento le associazioni di categoria?
«È il momento di ascoltare, non farsi meri portatori di rabbia e malumori, ma pensare agli scenari futuri e individuare richieste collettive con la consapevolezza che il supporto economico del governo è generalizzato e non un’esclusiva per la propria categoria di appartenenza».

In particolare come manager cosa si aspetta da Manageritalia?
«Credo che Manageritalia possa e debba contribuire e dialogare con la politica (e questa è una grandissima sfida) per sottoporre alcune (spero molte) proposte raccolte dai propri manager associati e a capo delle aziende in crisi».  

Arriverà il momento di ricostruire: da dove ripartiremo e come?
«Stiamo dimostrando di essere un Paese all’avanguardia con un popolo coeso (meno sotto l’aspetto politico) nei momenti di difficoltà. Le sfide non ci spaventano. Il piano Marshall cadrebbe a fagiolo, dedicato essenzialmente a costruzioni di infrastrutture (porti, ferrovie, arredi urbani, etc.) porterebbe lavoro e crescita sicura. Si dovrà anche investire sul capitale umano (formazione, smart working, flessibilità, …) per creare proattività e creatività».

Intanto cosa si può fare per prepararci al meglio e limitare i danni?
«Creare il clima di fiducia reciproca (sfida epocale). Ascoltare tutti, non giudicare, tamponare le falle, essere sensibili. Il panico esiste, non fa ragionare e rende vulnerabili. Dobbiamo ritrovare la calma e prepararci ad “accogliere” l’evoluzione futura che ci stupirà e che dovremo cavalcare con nuove metodologie. Non sarà tutto come prima, avremo un “lutto” da superare e ci dovremo attrezzare per scenari (sono certo positivi), ma difficili ora da prevedere».

L’Italia riuscirà a sfruttare gli investimenti per la ripresa per colmare il gap che ha in termini di trasformazione digitale con i principali competitor?
«Ritengo sia già colmato: ho visto mia mamma (ha oltre ottant’anni) usare in questi giorni lo smartphone e tablet per giocare… Siamo un po’ pigri forse, ma smart lo siamo fin dalla nascita».

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