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Sostenibilità: ruolo dei manager e nuove professioni

Al centro del prossimo Friday’s Manager - venerdì 19 maggio, dalle 12 alle 13 - organizzato da XLabor, la divisione del mercato del lavoro di Manageritalia, le sfide legate alla sostenibilità, con le prospettive e gli scenari in cui i manager possono cogliere nuove opportunità
  • Data 09 mag 2023
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Sostenibilità: ruolo dei manager e nuove professioni

Conto alla rovescia per il prossimo Friday’s Manager, venerdì 19 maggio dalle 12 alle 13 in modalità ibrida. L’incontro è organizzato da XLabor, la divisione di Manageritalia dedicata al mercato del lavoro. L'appuntamento, una volta al mese, fa emergere linee guida per muoversi al meglio nel mondo del lavoro, offrendo un’occasione di confronto e di networking per i manager associati e non. 

Parleremo di sostenibilità, un approccio diverso al business che sta sempre più influenzando le scelte delle aziende, integrandosi nelle loro strategie. Il cambiamento climatico, la transizione energetica e la parità di genere sono solo alcuni dei problemi che dobbiamo affrontare, ma sono anche opportunità di sviluppo: c'è bisogno di manager capaci di ripensare il modo di lavorare delle imprese e impostare una direzione sostenibile.

Ne parleremo insieme al Global Compact, il programma UN delle aziende, e AWorld, la piattaforma per promuovere uno stile di vita sostenibile tar lavoratori e clienti, con Alessandro Armillotta, ceo AWorld, Daniela Bernacchi, Executive Director Global Compact Network Italia e Silvia Pugi, responsabile Corporate Social Responsibility Manageritalia.  

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Abbiamo posto alcune domande agli ospiti dell’incontro. 

Cosa c’è di nuovo oggi in termini di sostenibilità per le aziende, al di là del gran parlarne?

Daniela Bernacchi: «Di nuovo c’è una crescente consapevolezza della necessità di intervenire nelle proprie strategie, mettendo la sostenibilità al centro. E la certezza che il business as usual non sia più un’opzione. L’ecosistema lo richiede: istituzioni, sistema regolatorio europeo, i finanziatori, i clienti e persino i nostri collaboratori, sempre più attenti alle tematiche inerenti allo sviluppo sostenibile».

Alessandro Armillotta: «Di nuovo ci sono le opportunità di posizionamento, di creare connessioni valoriali con i propri collaboratori e clienti, di migliorare il modello di business per passare da un modello estrattivo a uno rigenerativo. C’è la possibilità di diventare leader di tematiche che saranno prioritarie per i prossimi 20 anni, perché chi rimarrà a guardare diventerà irrilevante nel mondo di domani».

Silvia Pugi: «La sostenibilità sta passando da essere qualcosa che si fa in parallelo rispetto al business, a qualcosa che permea tutte le attività e i processi aziendali, dalla produzione alla finanza».

Qual è e quale deve essere il ruolo e il purpose dei manager a questo proposito?

DB: «Il ruolo del manager è quello di integrare nelle strategie di sua competenza l’attenzione e gli obiettivi di sostenibilità coerenti con il business aziendale. Sostenibilità che non deve limitarsi, come spesso erroneamente inteso, alla sfera ambientale – quindi funzioni procurement, produzione, logistica – ma deve ricoprire anche la sfera sociale (quindi risorse umane, relazioni istituzionali, marketing e vendite) e  la sfera della governance (partendo dal board e dall’Ad, con attenzione alla transformational governance)».

AA: «Le aziende non sono più il luogo dove un lavoratore trascorre solo otto ore, sono diventate molto di più. Sono dei veri “hub” culturali, luoghi di contaminazione sociale, di relazioni, dove creare spirito di appartenenza. Tutto questo avviene quando il management è guidato dal purpose aziendale, dove i valori la fanno da padrona e dove le persone si sentono parte della mission che le accomuna. Stiamo vivendo un momento di “purpose-washing”, perché è chiaro che senza una purpose che ambisca a creare un impatto positivo (sociale o ambientale) l’azienda è solo una macchina creata per generare». profitti.

SP: «Per rendere un’azienda sostenibile è necessario cambiare e innovare, per esempio ridisegnando il prodotto per scegliere materiali riciclabili o digitalizzando i processi per ridurre il consumo di carta. Se la sostenibilità è il fine, l’innovazione è il mezzo e sono i manager le persone che in azienda possono guidare questa trasformazione».

Un ruolo che, oltre l’eventuale figura specifica, deve essere di tutto il management team?

DB: «Esattamente, la sostenibilità deve essere trasversale a tutto il management team e diventare parte della cultura aziendale. Se non si raggiunge il commitment di tutti, difficilmente si potranno compiere scelte, anche coraggiose, di cambiamento rispetto al passato o di investimenti verso soluzioni innovative che favoriscono la sostenibilità».

AA: «Penso che tutte le figure del management debbano essere in qualche modo loro stesse dei Sustainability Manager e portare il cambiamento in tutte le aree dell'azienda. Dal Cfo, al Cmo al Cto, soprattutto il Ceo. L’azienda del futuro abbraccia la sostenibilità in ogni aspetto del business».

SP: «La sostenibilità deve diventare uno dei principi fondamentali del business, al pari del profitto, quindi un obiettivo di tutto il management team».

Da dove parte e come misuriamo la sostenibilità del management di un’azienda?

DB: «La sostenibilità del management team è tanto più alta quanto più c’è un forte commitment dell’Ad. Alcune aziende legano parte delle remunerazioni variabili e premi a performance di sostenibilità, a volte con Kpis verticali per le singole divisioni – ad esempio, quella finance per obiettivi di investimento e rendimento di corporate finance dedicati alla sustainable finance – a volte con obiettivi collegiali e comuni a tutte le divisioni, ad esempio, percentuali di donne in ruoli esecutivi».

AA: «Dai commitment, dalle azioni e dai risultati. Ogni azienda sta subendo una trasformazione che durerà decenni. La sostenibilità si misura dall’apertura al cambiamento, dall’ambizione e dai target che l’azienda si impone, dalla concretezza e serietà delle proprie azioni alla capacità del management di adattarsi a nuove evoluzioni».

SP: «Vale sempre la vecchia regola: per far succedere le cose in azienda serve che il management abbia una remunerazione legata a Kpi di sostenibilità. Una volta che l’azienda ha scelto i suoi obiettivi Esg, questi vanno declinati in obiettivi di tutto il management».

Quali nuovi sbocchi professionali si aprono per le figure manageriali con una vera sostenibilità delle aziende?

DB: «Le aziende più avanzate collocano la sostenibilità dello staff nell’ambito della direzione generale o dell’Ad. Le persone qualificate sono sempre più richieste e alle stesse vengono offerti percorsi di carriera interessanti che raggiungono posizioni apicali, con crescente potere di influencing sulle strategie globali. Quando si parla di sostenibilità non bisogna preoccuparsi solo degli aspetti di comunicazione, e, anzi, ci vuole massima attenzione per evitare fenomeni di green washing. Bisogna dare un ruolo di indirizzo strategico che ricada poi in obiettivi, indicatori di impatto e risultati, attraverso tutte le funzioni. Per questo le aziende più evolute mettono il direttore sostenibilità come diretto riporto al vertice».

AA: «Tra le nuove opportunità vedo ruoli manageriali sul focus mobilità, la gestione dei rischi e delle opportunità legati alla sostenibilità e ruoli legati alla valutazione e alla selezione di fornitori e partner commerciali che condividono gli stessi valori di sostenibilità e lavorano per ridurre l’impatto ambientale lungo l’intera catena di fornitura».

SP: «Inizialmente il ruolo di responsabile sostenibilità era coperto da persone Hr, marketing o finanza. Oggi emerge una figura spesso simile a un responsabile “progetti speciali”, in grado di andare cross sulle varie funzioni».

Cosa sono il Global Compact, il programma delle Nazioni Unite dedicato alle aziende e l’AWorld, la piattaforma pensata per promuovere uno stile di vita sostenibile per i lavoratori e i clienti delle aziende?

DB: «Un Global Compact è la più grande iniziativa di corporate sustainability al mondo che coinvolge oltre 20.000 imprese e 3.000 realtà non business come università, società civile e Ong. In Italia il network coinvolge oltre 500 aderenti. Le imprese hanno l’opportunità di imparare o approfondire le loro conoscenze partecipando a programmi globali o locali che coprono le principali tematiche relative agli Sdgs, possono partecipare a flagship events, beneficiare di opportunità di networking e visibilità e, infine, comunicare i propri progressi in sostenibilità con un reporting reso pubblico sul sito di Ungc».

AA: «Sono alleanze e attività essenziali per guidare un’azienda nel prossimo decennio. Le aziende che sopravvivranno alle prossime crisi saranno quelle che avranno intrapreso percorsi seri di sostenibilità sia ambientale che sociale. Saranno le aziende glocal quelle che penseranno a livello globale e agiranno a livello locale, aziende focalizzate a creare valore e benessere condiviso e non solo profitti a tutti costi».

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