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Università di Trento: al via il Master in Previsione Sociale

Un percorso di formazione rivolto soprattutto ai decisori e ai manager, sia all’interno delle imprese private sia delle istituzioni pubbliche, che desiderano acquisire nuovi strumenti di supporto alle decisioni strategiche. Ne parliamo con Antonio Furlanetto, amministratore delegato di Skopia, startup innovativa dell’Università di Trento, docente di “Elementi di risk management anticipante”
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Università di Trento: al via il Master in Previsione Sociale

Cos’ha di nuovo e diverso il Master in Previsione Sociale dell’Università di Trento?
Innanzitutto i destinatari e i contenuti. È destinato prevalentemente ai “decisori” delle organizzazioni, intendendo come organizzazioni sia le imprese sia le amministrazioni pubbliche. E quindi manager, imprenditori, funzionari con mansioni organizzative che devono pianificare il futuro delle loro realtà e prendere decisioni nel presente che avranno impatti significativi non solo per le loro organizzazioni, ma per un più vasto gruppo di stakeholder: dipendenti, clienti, azionisti, consumatori, cittadini. Previsione sociale è la traduzione accademica storica dell’inglese “Futures Studies”, cioè studi dei futuri, una disciplina nata nella seconda metà del Novecento e che oggi ha raggiunto una notevole maturità e ha un centro d’avanguardia all’Università di Trento nella cattedra Unesco di “Sistemi anticipanti” del professor Roberto Poli. Mi pare che le novità siano già molte in questo master.

La focalizzazione è il futuro e dite che l’innovazione è guardare a un orizzonte di 20 anni e più. Come farlo in uno scenario che cambia sempre più spesso e rapidamente?
Lo sguardo sul medio-lungo periodo è l’unico che permetta di far emergere le variabili veramente importanti e quindi le priorità sulle quali concentrare le azioni nel presente per generare futuri desiderabili o per “consumare”, come diciamo nel nostro linguaggio, futuri non desiderabili o distopici. È la giusta distanza temporale che ci permette di valutare, ad esempio, se siamo di fronte a un macrotrend, ovvero a una tendenza così solida da essere difficilmente deviabile, oppure se abbiamo a che fare con una “incertezza autentica” sulla quale possiamo lavorare, cioè fare esperimenti e provare a influire sul corso degli eventi, ad esempio: le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione. L’incertezza è “amica” e ci costringe a indagare nuove opportunità.

Studiare e prevedere il futuro a medio lungo termine ha quindi oggi ancora senso e perché?
Diciamo che è una delle cose più sensate da fare! Il pensiero a breve termine non è più funzionale, intendo dire quello tipico delle aziende e delle altre organizzazioni focalizzato al massimo a 1 o 3 anni perché è solo reattivo, insegue – se ci riesce – i cambiamenti. Le parole giuste da utilizzare in questo contesto sono: “esplorare” più che studiare, “visualizzare” più che prevedere. Dopo che si è “visto” cosa potrà accadere, si può provare a “capire” i meccanismi profondi e determinanti dei cambiamenti e quindi organizzare – nel presente e con il giusto tempo per l’implementazione – le strategie per affrontare il futuro che si è visto, monitorando l’evoluzione anche con appositi indicatori quantitativi. Ma bisogna allenarsi!

Come si guarda a un orizzonte così lontano? Ci sono nuove tecniche, dati ecc.?
Certo che ci sono nuove metodologie. Noi le chiamiamo “esercizi di futuro”. Senza entrare qui nel dettaglio diciamo che l’approccio delle persone al futuro è limitato da alcuni “condizionamenti cognitivi” che, in sostanza, ci fanno vedere il futuro come una continuazione del presente – un atteggiamento assolutamente diffuso. Gli esercizi di futuro “allenano” a superare questi ostacoli mentali, insegnano a ricontestualizzare le conoscenze sulla nostra azienda, il nostro mercato, le nostre strategie e guardare con occhi diversi al futuro. Noi lo chiamiamo: reframing. Attenzione: il futuro, purtroppo, non ci manda ancora “dati”. Quello che noi normalmente utilizziamo nelle previsioni statistiche sono dati che provengono esclusivamente dal passato e, ammesso che siano comunque di alta qualità, già nel breve periodo – sei mesi, un anno, due o forse poco più a seconda degli ambiti e dei sistemi – non sono in grado di cogliere i cambiamenti né tanto meno le sorprese. E il futuro è pieno di sorprese! Un tipico esempio di esercizio di futuro complesso è la costruzione di scenari strategici. Ma ce ne sono di più semplici che si possono fare in un giorno all’interno di team, gruppi di lavoro, unità produttive, think tank ecc.

Come le aziende, prese dal contigente sempre più sfuggente, devono quindi approcciare il futuro e utilizzare le previsioni?
Dovrebbero cambiare mentalità ed abituarsi a ragionare sul futuro (e quindi allenarsi a farlo!) come un’attività strategica, iterativa e di governance. La cosa più utile sarebbe che l’intera organizzazione, cioè tutta l’impresa, decidesse di “alfabetizzarsi” verticalmente su un approccio anticipante al futuro in modo da ottimizzare la predisposizione ai cambiamenti, come cultura aziendale diffusa, e quindi diventare molto molto più resiliente.

Dal punto di vista dei manager guardare a un futuro lontano cosa cambia nelle pratiche di management ecc.?
Brutalmente: significa abbandonare lo “shortermismo” imperante, cioè alzare lo sguardo dalle tabelle del prossimo trimestre, prendersi il tempo per occuparsi dei futuri - attenzione! bisogna sempre parlare al plurale, il domani non è mai univoco –, farsi eventualmente accompagnare dagli esperti, dai facilitatori nell’esplorare i futuri che li interessano e, con queste nuove lenti, tornare al presente per prendere decisioni con meno ansia e le idee più chiare, dopo aver diradato la nebbia all’orizzonte. Per “anticipare”, appunto, cioè avere nel cassetto sempre un piano B.

Come cittadini cosa e come possiamo utilizzare queste previsioni?
I cittadini potrebbero a loro volta acquisire gli skill che permettono di prepararsi meglio ai futuri, ma soprattutto potrebbero pretendere che i loro amministratori – a qualsiasi livello: dal piccolo comune alla grande amministrazione centrale e, perché no, persino ai partiti politici – acquisiscano queste competenze e le usino nella gestione della cosa pubblica. Ecco perché è importante che i decisori pubblici vengano a frequentare il Master in previsione sociale!

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