La logistica all’epoca del Covid

Un approfondimento sui cambiamenti indotti dalla pandemia con il manager Angelo Coletta
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La logistica all’epoca del Covid

La logistica, sistema circolatorio di tutte le attività produttive, in Italia si trova in una situazione contraddittoria, tra grandi potenzialità e gravi ritardi. I contrasti, accentuati dal Covid, andrebbero affrontati con una visione d’insieme, sia da parte della politica sia da parte delle imprese ovvero della committenza, il cuore da cui partono i flussi delle merci. Ne parliamo con Angelo Coletta, manager con 37 anni di esperienza internazionale, residente a Teramo, associato a Manageritalia, partendo dalle sue ultime attività professionali.

“Negli ultimi anni mi sono occupato di una nicchia particolare della logistica, il CKD-Complete Knock Down ovvero il trasporto di veicoli prodotti in Italia che partono a pezzi nei container e vengono poi assemblati in altri Paesi”. Dalle moto Honda ai furgoni Ducato prodotti nelle fabbriche abruzzesi di Atessa, e in passato con le serrande e i cancelli elettrici, Angelo Coletta tra le altre cose è specializzato nell’ottimizzare gli spazi e gli imballaggi per movimentare macchinari in ogni parte della Terra.

“Progettiamo kit di Imballaggio e gestiamo i processi di carico con l’obiettivo di saturare i container e quindi ridurre i costi. E’ un’attività dove ci sono molti margini di miglioramento, sia nel risparmio che nell’innovazione e nella sostenibilità, visto che più si ottimizzano i carichi e meno mezzi devono andare in giro, meno si consuma ed emette, meno materie prime per gli imballaggi si utilizzano, più si garantisce la sicurezza delle merci e l’ergonomia delle attività lavorative”.

L’innovazione e la sostenibilità della logistica vanno di pari passo con l’affermazione delle nuove tecnologie: la digitalizzazione, l’automazione, lo spostamento dalla gomma al ferro. “Negli ultimi anni in Italia c’è stata una corsa costante verso il miglioramento. Siamo cresciuti sull’intermodalità anche se siamo ancora sotto alla media europea, al 15% contro il 17% circa. Molte aziende hanno iniziato a terziarizzare la logistica, affidandosi a operatori specializzati. Oggi i contoterzisti coprono il 42% del mercato nazionale, impiegano circa un milione e centomila lavoratori e hanno un fatturato che sfiora i 100 miliardi di euro, il 32% dall’autotrasporto, il 18% dagli spedizionieri, il 12% dagli operatori logistici, il 10% dai gestori di magazzino”.

Quasi il 60% della logistica italiana è gestito in proprio dalle aziende. “Una buona parte del tessuto produttivo italiano è fatto da imprenditori medi e piccoli restii a terziarizzare perché vedono il magazzino come una necessità e non come un costo”. Coletta, che conosce bene i processi logistici che legano le grandi realtà industriali ai loro fornitori, spesso piccole realtà locali, è un convinto fautore della specializzazione: “Gestire un magazzino e occuparsi della logistica significa farsi carico di molte questioni su cui è rischioso improvvisare: gli immobili, le scorte che esso contiene, gli imballaggi e i macchinari di movimentazione e impacchettamento, i veicoli in entrata e uscita, la sicurezza”.

Seppur ancillare a tutti gli altri settori economici, la logistica è in sé un settore produttivo complesso. Un settore su cui negli ultimi mesi il Covid ha avuto un impatto notevole, in parte accelerando e in parte limitando cambiamento già in atto. “Viviamo una situazione del tutto imprevista. L’unico precedente a cui potrebbe essere paragonata a quello del dopo 11 settembre quando, per fronteggiare i rallentamenti dovuti all’aumento dei controlli sulle merci da e per gli Stati Uniti gli operatori hanno messo a punto una certificazione [AEO] per garantire alle autorità doganali l’adozione di contromisure volte a evitare manipolazioni a fini terroristici”.

L’adattamento al Covid, in pieno svolgimento, sembra più difficile. E’ vero che l’incertezza del presente impone un’evoluzione non solo tecnica ma anche culturale? “Per cambiare non occorrono grandi investimenti ma soprattutto la volontà di superare i vecchi schemi. Noi per esempio lo scorso anno abbiamo introdotto dei processi automatizzati che, secondo le previsioni, ci avrebbero permesso di aumentare la capacità produttiva e benefici del 30% nel 2020 ed essere ammortizzati entro un anno, mantenendo tutto il personale, senza aumentare i turni e migliorando la sicurezza e l’ergonomia del lavoro. Investimenti che avrebbero dovuto avere ritorno in breve, nell’arco di un anno. A causa del Covid chiuderemo l’anno con calo del 20%, come anche la media delle altre aziende del comparto”.

A compensare le perdite dovute al calo degli ordini dei grandi clienti c’è l’incremento record del commercio online al dettaglio. Non per caso il mercato dei veicoli commerciali leggeri tiene la botta e Amazon sta comprando migliaia di mezzi elettrici. Il trasporto dell’ultimo miglio è in grande fermento... “Accanto agli operatori tradizionali, ai grandi corrieri, ad Amazon, stanno aprendo tantissime piccole aziende locali. Una vitalità caotica che però rischia di aumentare ancora di più la tradizionale frammentazione della logistica, uno dei punti di debolezza del nostro sistema, insieme alla mancanza di infrastrutture appropriate. In ogni regione ci sono interporti fantasma, privi di connessioni. Ciononostante il mercato è dinamico”.

Se nell’immediato del post Covid la logistica viene sostenuta dalle consegne porta a porta, lo sviluppo del settore in prospettiva può contare secondo Coletta su un importante elemento di forza, le persone. “Una delle peculiarità della logistica italiana è la flessibilità organizzativa, dal management agli addetti, di solito nelle aziende si lavora con un buon spirito di apertura e collaborazione, verticale e orizzontale”.

E cosa è cambiato, dopo il Covid, nella quotidianità del lavoro? “Tra le prime conseguenze del distanziamento c’è stato quello della revisione del layout dei magazzini, per evitare i contatti ravvicinati. Purtroppo, nel momento in cui sono state varate le normative anti-contagio per gli opifici di produzione e sono stati distribuiti i dispositivi di protezione nelle fabbriche, le aziende della logistica sono state dimenticate, pur essendo indispensabili per gli approvvigionamenti di materie prime, alimentari e medicinali”.

Rispetto allo smart working, ci sono cambiamenti significativi? “Sì in termini qualitativi, no in termini quantitativi: chi può lavora a distanza con buoni risultati ma solo il 10-15% della forza lavoro logistica attualmente può lavorare online. Forse domani, con la digitalizzazione delle consegne, potrebbero diventare di più. Nella logistica si può innovare ancora molto: molti processi diventeranno più smart, rapidi, controllabili da remoto, sicuri ed ergonomici per i lavoratori, più efficienti e puliti”.
 
La questione ambientale è sempre più sentita, dai consumatori e dagli operatori. La conversione all’elettrico delle flotte è una realtà ma le batterie diventeranno comunque un problema da gestire. Da dove passa la sostenibilità della logistica? “Nell’ultimo miglio si sta facendo qualcosa, dall’elettrificazione alla diffusione delle biciclette da carico. Per dare una vera svolta serve altro però, bisogna andare oltre le intenzioni e il marketing, ridurre i flussi, riutilizzare le risorse, abbandonare la corsa al ribasso dei prezzi e investire sulla qualità, sull’etica - afferma Coletta – oggi per partecipare a una gara non servono certificazioni di eco-sostenibilità mentre dovrebbero essere un prerequisito. Vedo ancora imballi a perdere di cartone e legno che viaggiano dall’altra parte del mondo. Eppure ci sono sistemi per saturare i carichi, progettando imballi protettivi ma non ridondanti, adatti a consegnare le merci nelle condizioni volute, riciclabili. Già 10 anni fa, con Maersk e Honda, siamo riusciti così a ridurre da 900 a 500 i container sulla tratta tra Genova e Bangkok”.

Un’altra questione chiave della sostenibilità è quella dei “viaggi di ritorno” a vuoto: si può affrontare con la condivisione, con lo sharing? “Lo sharing nella logistica ha una diffusione parziale. Ci sono varie piattaforme, dedicate sia ai privati sia alle aziende. Ma per funzionare bene ci vorrebbe un’unica grande banca dati mondiale, aperta, una cosa che per essere messa in piedi richiederebbe un grande sforzo da parte di tutti gli operatori del settore: aziende, clienti, enti regolatori, associazioni di categoria, decisori tecnici e politici, uniti dalla volontà di collaborare e della trasparenza”.

Probabilmente si tratta di un’utopia, che non impedisce comunque di guardare verso nuovi orizzonti. “Anche se la competitività, velocità e contenimento dei costi restano gli elementi principali per valutare i risultati, credo che sempre più manager si rendono conto dell’importanza di lavorare bene, pagare adeguatamente le persone, usare prodotti e materiali all’altezza, dimensionare adeguatamente gli imballaggi, insomma di ragionare seguendo l’etica”.