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La prima domanda che dovremmo fare a un nostro collaboratore: come stai?

La ricerca di Glint: burnout alle stelle, ma una conversazione aperta può migliorare umore e produttività
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La prima domanda che dovremmo fare a un nostro collaboratore: come stai?

Un’indagine di Glint mostra dei dati inequivocabili sull’esaurimento dei lavoratori. Se osserviamo i risultati aggregati di sondaggi sul coinvolgimento dei lavoratori dipendenti condotti nel 2020, oltre il 5% di loro ha fornito commenti liberi che hanno evidenziato non solo stanchezza ma un vero e proprio senso di sopraffazione.

Il cosiddetto burnout è un territorio esplorato solo parzialmente negli ambienti di lavoro, eppure oggi è uno dei problemi principali, dopo un anno che ha visto una pandemia, l'isolamento sociale, il lavoro forzato da casa, interruzioni scolastiche e licenziamenti importanti.

Come possono rispondere i leader delle risorse umane? Il consiglio di Steven Buck, pubblicato su Management Issues, è di iniziare con una delle abitudini più semplici ma fondamentale per indirizzare al meglio la loro energia: la conversazione.

Le conversazioni ci consentono di sviluppare una comprensione condivisa, incoraggiare la creatività e prendere decisioni. Le conversazioni one-to-one sono fondamentali per assicurarsi che le persone non siano solo concentrate sulle cose giuste, ma anche per ottenere il supporto di cui hanno bisogno all'interno del team.

Al lavoro, le conversazioni vanno dal "Come stai?" alle richieste più formali su questioni legate all'attività professionale: entrambe sono importanti per la salute e la produttività individuale e collettiva.

Ma per quanto comuni siano le conversazioni, poiché molti di noi lavorano da remoto, dobbiamo fare in modo che queste avvengano frequentemente. Ciò significa che dobbiamo essere più determinati nel farle partire.

Dato che dobbiamo tutti affrontare una crisi sanitaria, sociale ed economica globale, è davvero cruciale che i manager scoprano come stanno le persone. Mentre lavoriamo in modalità digitale e da remoto è più difficile cogliere segnali come il linguaggio del corpo, quindi dobbiamo porre questa domanda in modo esplicito per capire come qualcuno stia gestendo le conseguenze provocate dalla pandemia.

Josh Bersin ha parlato di un check regolare non tanto per la microgestione del team, ma per costruire relazioni ed essere consapevoli di cosa stia succedendo a ciascun componente del team.

La ricerca di Glint mostra anche un altro aspetto drammatico: il senso di connessione dei lavoratori è diminuito in modo significativo negli ultimi mesi. Circa il 37% si sente ora meno connesso con i propri colleghi e il 31% si sente meno connesso con i propri manager.

Le aziende con la minore erosione in questo senso di "connessione" mostrano tassi di burnout notevolmente inferiori rispetto a quelle in cui i sentimenti di isolamento sono più intensi.

I lavoratori che affermano che il loro datore di lavoro li sta aiutando a sentirsi connessi hanno quattro volte più probabilità di sentirsi ben supportati e, dunque, essere più produttivi. 

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