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Carriere fluide, network, informalità: benvenuti nella Silicon Valley

Cinque ragazze alla NGCX
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Carriere fluide, network, informalità: benvenuti nella Silicon Valley

È il viaggio in macchina che verso sera ci riporta dalla scintillante Silicon Valley al nostro hotel di San Francisco, il momento in cui nascono spontaneamente riflessioni sui primi giorni di NECST Group Conference (NGC).

Siamo cinque studentesse di ingegneria, con esperienze e background diversi, ma tutte accomunate dalla sensazione di stare vivendo un’esperienza che ci scuoterà profondamente. Siamo una piccola rappresentanza del gruppo di 52 studenti e non del NECSTLab del Politecnico di Milano qui a San Francisco, che sta vivendo la NGC, ormai giunta alla sua decima edizione. Un’iniziativa unica, che mira ad avvicinare i giovani talenti del laboratorio al panorama della Silicon Valley, il contesto più fertile e più ambito nel campo dell’ingegneria, in particolare dell’informatica, permettendo loro di vivere in prima persona questa realtà. Nelle due settimane a San Francisco gli studenti e i dottorandi hanno la possibilità di visitare aziende e università e di presentare qui i loro lavori.

La prima impressione che si ha, arrivando nella Bay Area, è sicuramente di stupore e ammirazione. Qui si costruisce il futuro tecnologico del mondo e da qui arriva buona parte delle menti che lo stanno realizzando.

Come Michael J. Flynn, il creatore della tassonomia che permette ancora oggi di classificare le architetture dei calcolatori, che abbiamo conosciuto durante la visita all’università di Stanford. È impressionante pensare di essere a contatto con chi, come Flynn, ormai prossimo al pensionamento, rappresenta la storia di una parte dell’ingegneria, e allo stesso tempo con i protagonisti di oggi.

A Facebook, Apple, LinkedIn, Google veniamo infatti accolti da giovani professionisti che dieci anni fa erano al nostro posto e che ci raccontano un nuovo modo di portare innovazione tecnologica sul mercato, tipico della nuova generazione di aziende della Silicon Valley.

Eleonora D’Arnese, ricercatrice con un background in Ingegneria Biomedica e alle spalle un’esperienza di doppia laurea a Chicago, si sofferma sul concetto di raccomandazione. Qui viene intesa in senso positivo: un network che permette davvero a ognuno di raggiungere l’apice del successo professionale grazie alla giusta rete di conoscenze. Al contrario dell’Italia, qui la raccomandazione non può essere fondata che sul reale valore della persona perché ci troviamo in un contesto in cui l’asticella è molto alta, e per chi non raggiunge gli obiettivi non c’è compassione. Alla base della raccomandazione c’è anche lo spirito del “give back” che spinge chi ha ormai realizzato il suo sogno ad alimentare questo sistema virtuoso, investendo nella crescita dei più giovani.

Parlando con chi è qui in California già da qualche anno, ritorna anche un altro filo conduttore, come nota Letizia Clementi, studentessa di master in Ingegneria Biomedica e già partecipante alla scorsa edizione della NGC: la fluidità nelle carriere. Qui tutti, chi più chi meno, ricoprono nel giro di pochi anni posizioni molto diverse, passando dall’una all’altra con la facilità di chi vuole realmente mettersi in gioco.

Carlotta Marchesini, studentessa di Ingegneria Gestionale, è rimasta colpita dall’informalità che ha contraddistinto, ad esempio, l’incontro con Matthew J. Yazzie, il direttore del programma sulla diversità e inclusione a Women 2.0, che incontriamo ad uno Starbucks, davanti ad un caffè fumante.

Per noi giovani è molto attraente questo panorama dinamico e libero da schemi, dove una singola scelta o circostanze particolari non limitano il futuro, e in cui il fallimento, quasi inevitabile, è occasione di crescita. In Silicon Valley gli unici limiti allo sviluppo personale sono la propria ambizione e la voglia di darsi da fare; per il resto niente sembra irraggiungibile. Noi del NECSTLab, questi valori li conosciamo bene: sono alla base del progetto della NGC, e conoscere realtà professionali che li condividono ci fa sentire parte di una stessa visione.

Uscire dalla nostra comfort zone ci sta dando l’opportunità unica di conoscere il mondo reale. Ma questo porta inevitabilmente a venire a contatto con le sue luci e ombre, evidenti già dai primi giorni trascorsi a San Francisco.

Come fa notare Emma Marioni, studentessa di Ingegneria Chimica, che ha già trascorso un anno di liceo in Idaho, gli Stati Uniti sono un paese ricco di contrasti, che in questa area vengono portati agli estremi. A volte, camminando per San Francisco, l’amarezza che prende è difficile da gestire. C’è un’evidentissima iniquità a livello sociale, in questa città che ha uno dei PIL pro capite più alto al mondo. Di questa impressionante parte di popolazione lasciata indietro, però, non si parla.

Così come spesso non si parla molto di cosa si fa in un’azienda della Silicon Valley, ma più di come si lavora nella Silicon Valley. È indiscutibile il fatto che qui si crei valore, ma l’impressione di Chiara Coletti, studentessa di master in Ingegneria Biomedica, con un’esperienza di studio in Svezia, è che l’attenzione sia più sullo status raggiunto che sull’attività svolta. La passione che si vede negli occhi dei nostri ragazzi quando presentano lavori che portano avanti, seppur con mezzi più limitati, non ha eguale riscontro dall’altra parte. Il rischio, qui, è quello di cadere in una ricerca perpetua del nuovo scatto di carriera, perdendo contatto con le motivazioni originali che hanno spinto a scegliere la Silicon Valley.

Nel frattempo siamo arrivati in albergo. Finalmente possiamo rilassarci in attesa della riunione in cui tiriamo le somme della giornata appena trascorsa e ci organizziamo per quella di domani.

Ci vorrà tempo, sicuramente più di quello trascorso, per metabolizzare fino in fondo questa esperienza, ma il messaggio che noi portiamo a casa, inaspettatamente, è quello di non sminuire le nostre capacità o il contesto in cui viviamo. La nostra formazione è sicuramente diversa da quella di chi cresce in Silicon Valley, ma abbiamo comunque un notevole contributo da apportare, e siamo convinti che possiamo crearci gli strumenti per farlo. Lo dimostra la disponibilità di chi, qui, ci ha voluto ascoltare e avvicinare.

A cura di Letizia Clementi, Chiara Coletti, Eleonora D’Arnese, Carlotta Marchesini, Emma Marioni (NECSTLAB)


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