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Criminali dal colletto bianco

Il mondo dell’economia e della finanza è frequentato anche da persone egocentriche, spregiudicate, machiavelliche, narcisiste. In pratica, psicopatici di successo
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Criminali dal colletto bianco

“In occasione dei lavori per le ferrovie meridionali, per le quali la società appaltatrice aveva ottenuto dal governo 210.000 lire al chilometro per poi subappaltare il lavoro a 198.000 lire. Pietro Bastogi, allora ministro delle Finanze, dovette dimettersi quando una commissione parlamentare di inchiesta ne mise in luce il ruolo di regista della manovra… e fu poi nominato conte da Vittorio Emanuele II (d’altro canto era già stato nominato senatore da Giolitti, due giorni dopo aver elargito a quest’ultimo 40.000 lire)”.

Quella raccontata nel libro Colpevoli della crisi? di Isabella Merzagora, Guido Travaini e Ambrogio Pennati sembra una vicenda tratta da Tangentopoli degli anni Novanta o dalla più recente Mafia Capitale, invece siamo a fine Ottocento. Periodo nel quale, malaffare, corruttela e commistioni tra pubblico e privato dimostrano di essere già molto radicate. Così radicate da spingere Cesare Lombroso (famoso medico e antropologo) a ipotizzare, come per i crimini comuni, un legame tra ereditarietà e tendenza a delinquere. Una teoria tesa a dimostrare che il criminale lo è per nascita e che quindi anche i reati economici da lui definiti di “brigantaggio bancario” hanno la stessa causa insita nelle caratteristiche anatomiche del delinquente, differenti da quelle dell’uomo normale.

Lombroso non riuscì mai a provare scientificamente il legame tra fisiognomica e tendenza a delinquere: ci lascia alcune intuizioni, spunti, ma nessuna prova certa. Ora ci prova la psicologia ad affrontare lo stesso quesito. Ancora prima però di affrontare le cause psicopatologiche che portano uomini d’affari, manager d’azienda a rischiare la loro reputazione per effettuare dei crimini economici, il libro affronta il tema del crimine dal punto di vista sociale.

Perché nell’immaginario comune il crimine economico è visto come meno grave rispetto a un crimine comune, un’aggressione a una persona. Eppure la frode, la truffa, l’evasione fiscale hanno un impatto sociale ancora più deleterio rispetto alla criminalità “di strada”, per diversi motivi. Uno di questi è la diminuzione della fiducia generale nel sistema, nelle istituzioni, nelle regole. I “colletti bianchi” incriminati, durante i processi, si appellano al “così fan tutti”, “ho solo eseguito gli ordini della dirigenza”, “ne andava della sopravvivenza della azienda stessa”. Segnale questo di un sistema di valori deviato rispetto alla legislazione esistente. Una sorta di “etnocentrismo” aziendale dove quello che conta è vincere la competizione sul mercato, con la convinzione di essere in guerra e che quindi tutto sia lecito. Il tutto a discapito di una sana concorrenza, ponendo gli imprenditori onesti in una posizione di svantaggio competitivo, impossibilitati a operare secondo le sole logiche di mercato.

Questo libro è interessante non solo perché analizza le concause dei crimini economici da angolature diverse (culturali, sociali, psicologiche) ma anche perché ci ricorda come la criminalità dei “colletti bianchi”, oltre a essere più grave di quella comune, sia anche responsabile della generalizzata crisi economica.

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