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Quanto conta il nepotismo in Italia?

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Quanto conta il nepotismo in Italia?

La buona notizia è che siamo messi meglio dell’Ucraina e dell’Albania. La cattiva notizia è che prima di noi ci sono un’ottantina di paesi, compresi la Namibia, la Colombia e il Messico. Parliamo della classifica – basata su uno studio del World Economic Forum e ripresa di recente da The Guardian – che indica il peso del nepotismo in varie nazioni del mondo. L’Italia è collocata all’85° posto, insieme a Mozambico e Tajikistan.

La classifica, che prende in considerazione 125 paesi, si basa su una scala che va da 1 a 7. Il livello 1 indica un sistema molto influenzato dal nepotismo mentre il 7 equivale a un sistema in cui le raccomandazioni parentali non hanno alcun ruolo. Al primo posto, con un punteggio pari a 6,4, vi è la Finlandia, all’ultimo (con 2,7) lo Zambia. L’Italia ha uno score pari a 3,8. La Francia – per fare un esempio – ha ottenuto 5,2 mentre la Spagna si attesta a 4,2.

Guardando questi dati pare che da noi sia praticamente impossibile trovare lavoro senza l’aiuto di papà o di un parente prossimo. C’è, tuttavia, da sottolineare che lo studio non misura l’effettiva presenza del fenomeno quanto la percezione dello stesso. In altri termini si tratta di una stima e non di una quantificazione.

Del resto misurare l’influenza del nepotismo risulta piuttosto difficile per almeno due motivi. Da una parte vi è un aspetto culturale: emerge una diffusa reticenza non solo a riconoscere il proprio coinvolgimento in questo genere di pratiche ma anche soltanto a parlarne. Tanto che – come osserva Mona Chalabi su The Guardian – alcuni istituti statistici non usano neppure il termine ma adottano complicate circonlocuzioni. Dall’altra parte vi è un aspetto metodologico, vale a dire la difficoltà di identificare dei parametri, degli indicatori oggettivi che misurino l’incidenza del nepotismo.

Va, infine, detto che l’analisi del World Economic Forum risale a quasi 10 anni fa. E’, dunque, possibile che la situazione da allora sia cambiata. Non necessariamente in meglio.


Tratto da La Nuvola del Lavoro - Corriere.it



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