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Primo Maggio: la Notte del lavoro?

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Primo Maggio: la Notte del lavoro?

Tra le tante celebrazioni del Primo Maggio, ne manca una che avrebbe grande significato simbolico: la Notte del Lavoro. Sarebbe una notte poco festosa, purtroppo, in cui le profonde trasformazioni che ci attendono sembrano avanzare a fari spenti: se ne coglie il rumore di fondo, ma non si progettano i nuovi strumenti. Mentre le intelligenze artificiali accelerano la trasformazione cibernetica delle organizzazioni – peraltro in corso da almeno un quarto di secolo – si continua a leggere il lavoro di quelle umane con il metro della produzione di massa, immaginando di sostituire pensionati con giovani disoccupati e di immettere un’infornata di nuovi assunti nelle pubbliche amministrazioni, senza ripensarne processi, sistemi, luoghi di lavoro, obiettivi di servizio.

Lavoro tra nostalgici e marziani. Il commento alle statistiche sull’occupazione si limita ai derby tra tempi determinati e indeterminati e tra disoccupati e sfiduciati, con la galassia degli autonomi sempre sfuocata e disponibile a interpretazioni parziali: dall’inno alla libertà di contratto individuale all’imprenditorialità forzata, passando per le mille sfaccettature delle micro-aziende, catapultate in un mondo di adempimenti ben più grande di loro. Mentre si sfogliano le margherite del lavoro dei rider - legge o contratto nazionale? – e dei servizi di trasporto di persone – taxi, NCC, Uber? - le piattaforme social si avviano a una fase di evoluzione, e potenzialmente di crisi, e l’attuale modello di sharing di auto e biciclette mostra segnali d’insostenibilità economica. Si moltiplicano le immagini di fabbriche automatiche e di legioni di robot Boston Dynamics in addestramento, mentre i più grandi cambiamenti stanno probabilmente avvenendo nel servizio ai clienti (chatbot, profiling etc.) e nei sistemi di monitoraggio delle prestazioni del lavoro umano. A seconda dell’umore (e della sensibilità del proprio pubblico di riferimento) si suscitano i fantasmi di sostituzione degli uomini con robot – con corollario di sussidi compensativi elargiti dal magnanimo illuminato di turno – o la fede nel buon progresso, chiamando a testimone l’immancabile guru delle nuove professioni.

I nuovi concetti di lavoro. È comunque segnale positivo che se ne parli e che le differenti posizioni comincino a delinearsi. È positivo che si parli di lavoro cominciando lentamente a uscire dai modelli delle relazioni industriali coniati negli anni ’70 (mezzo secolo fa). Tra chi vede un futuro di lavoro disaggregato, remunerato con micro-transazioni, e chi studia invece la crescente complessità organizzativa, necessaria a cogliere il valore aggiunto dell’interazione tra intelligenze umane e artificiali, sto decisamente con i secondi. La domanda di lavoro organizzato incorpora anche quello occasionale e valorizza il contributo di competenza individuale, ma li inserisce in un disegno complessivo, in cui l’ambito economico assomiglia sempre più a un eco-sistema: dinamico e vitale, ma non per questo meno strutturato. Nell’anno di lavoro che verrà mi piacerebbe che vedessero la luce alcuni nuovi concetti, a partire dal superamento della distinzione tra lavoro dipendente e autonomo, quasi anacronistica, con il lavoro organizzato, basato su strutture contrattuali solide, dotate di tutele e di servizi di welfare, aperte tuttavia alla flessibilità di ruolo, di meccanismi retributivi, di modalità e luoghi di lavoro. Lucio Dalla, ne “L’anno che verrà” cantava “Io mi sto preparando, è questa la novità”. Anche per l’Italia questa sarebbe la novità.

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