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Produttività & Benessere: l'opinione di Domenico De Masi

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 Produttività & Benessere: l'opinione di Domenico De Masi

Domenico De Masi è sociologo e professore di Sociologia del lavoro.

Cambia il Lavoro con Produttività & Benessere è un progetto che racchiude strumenti e azioni per migliorare l’organizzazione, la flessibilità e il benessere in azienda, la collaborazione, la produttività e aumentare la conciliazione della vita professionale e privata. In tutto questo Manageritalia e i manager possono recitare un ruolo importante per dare una spinta propulsiva a questi interventi di cambiamento del mondo del lavoro che vogliamo.

Cosa dovrebbe cambiare nel mondo del lavoro in Italia oggi per andare verso maggiore produttività e benessere di aziende e lavoratori?
«Quando, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, apparve chiaro che la produzione industriale era nettamente diversa dalla produzione agricola e da quella artigianale, i migliori esperti di organizzazione del lavoro s’impegnarono nel realizzare una vera e propria rivoluzione mentale e organizzativa.
Scrive Taylor: “Si tratta di una rivoluzione mentale totale da parte di questi uomini nei confronti del loro lavoro, dei loro compagni di lavoro e dei loro datori di lavoro. Essa comporta però un’analoga rivoluzione d’atteggiamento mentale da parte della direzione”.
Quando, tra la fine del Novecento e i primi del Duemila, è apparso chiaro che la produzione post-industriale fosse qualcosa di nettamente diverso dalla produzione industriale, ci si è limitati a piccoli, timidi ritocchi dell’organizzazione ford-tayloristica, rifiutando la necessità di una seconda, profonda, totale rivoluzione mentale e organizzativa.
È ciò che io denuncio da anni e chiamo “cultural gap organizzativo”: miope applicazione delle vecchie regole alla nuova realtà».

Cosa fare, dunque?
«Per prima cosa la nuova realtà ci dice che non possiamo accomunare sotto la parola “lavoro” ciò che fa un minatore, un impiegato, un manager, un artista, uno scienziato. Ci sono almeno tre tipi di “lavoro”: quello esecutivo di carattere fisico (operaio); quello esecutivo di carattere intellettuale (impiegato); quello intellettuale creativo (imprenditore, scienziato, artista, libero professionista).
Ai tre tipi di lavoro devono corrispondere tre nomi diversi e tre organizzazioni diverse. Il lavoro creativo esige un’organizzazione per obiettivi e una leadership carismatica, il suo rendimento dipende dal talento e dalla motivazione del creativo prima ancora che dalla sua preparazione tecnica.
Il lavoro esecutivo è eroso progressivamente dalla tecnologia e dall’informatica, che fagocitano posti di lavoro. La loro produttività è determinata prevalentemente dalle attrezzature adottate. Il loro rendimento è legato all’addestramento e al controllo, oltre che alla motivazione.
Quanto alla produttività, occorre ricordare che essa consiste nel rapporto tra quantità di prodotti e quantità di lavoro umano necessario per produrli (P=p/h). Se si eleva la produttività senza ridurre proporzionalmente l’orario di lavoro, si provoca disoccupazione».

Cosa fare per evitarlo?
«Per evitare la crescita esponenziale della disoccupazione, che sarà provocata dall’imminente introduzione delle stampanti 3D e dell’intelligenza artificiale, l’unico rimedio consiste nella riduzione drastica dell’orario per il lavoro operaio e impiegatizio; per evitare che l’incremento del tempo libero si traduca in depressione o in violenza, occorre una formazione alla libertà che può essere fornita solo dalla crescita culturale. Su questo si era già espresso con profetica lungimiranza Maynard Keynes nel saggio Economic possibilities for our grandchildren del 1930».

Chi dovrebbe farsi carico maggiormente di porre le premesse per questo cambiamento?
«Gli studiosi di scienze organizzative, i consulenti aziendali, i manager».

Cosa pensa dell’iniziativa di Manageritalia?
«Tardiva ma buona. Si tratta di capire se resterà un esercizio giornalistico per esorcizzare il “cultural gap” o se riuscirà ad avviare una “rivoluzione” paragonabile a quella proposta e realizzata da Taylor un secolo fa. Sarebbe ora che i manager italiani smettessero di vivere a rimorchio delle scienze organizzative statunitensi e tracciassero una “via italiana al management”, capace di proporsi come esempio al mondo post-industriale».

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