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La vita e il lavoro non hanno l’obbligo di darci quello che ci aspettiamo

Nell'era dell'incertezza dobbiamo essere sempre pronti a ricominciare
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La vita e il lavoro non hanno l’obbligo di darci quello che ci aspettiamo

Secondo un recente rapporto dell’Institute for the Future, l’85% dei lavori che esisteranno nel 2030 non sono ancora stati inventati.

Entro lo stesso anno, secondo il McKinsey Global Institute, fino a un terzo dei lavoratori statunitensi e tedeschi e fino quasi la metà di quelli giapponesi si troveranno a dover cambiare occupazione, sostituiti da computer e robot dotati di intelligenza artificiale.

La profonda trasformazione del mondo del lavoro non è una novità, ma adesso sta accelerando: assisteremo, a ritmo crescente, alla sparizione di molte professionalità che conosciamo, mentre altre spunteranno dal nulla; vedremo, in tempi brevi, competenze diventare obsolete e altre, che non esistono o non hanno un nome, diventare richiestissime. Questo vorrà dire che interi uffici, organizzazioni e settori verranno cancellati, ridotti o cambiati al punto da essere irriconoscibili, sostituiti da altri che faranno cose diverse e nuove, con un uso sempre più massiccio di intelligenza artificiale al fianco (e al posto) delle risorse umane.

Un tempo, il mondo del lavoro chiedeva alle persone di lavorare con serietà e impegno e, in cambio, offriva percorsi lineari, prevedibili e la quasi certezza dell’impiego. Era un mondo in cui ci si poteva fermare, certo, ma raramente si tornava indietro e quasi mai alle persone veniva posta l’alternativa tra ripartire daccapo in una direzione diversa o essere fuori dal gioco.

Questo era il vecchio mondo, quello in cui noi cinquantenni ci siamo formati e che pensavamo durasse per sempre. Purtroppo “ce lo hanno spostato”. Sono anni che i cambiamenti che citavo prima (e molti di più) sono stati annunciati e si verificano, puntualmente o addirittura in anticipo, spesso con maggiore impatto di quanto fosse stato predetto. Tuttavia, il nostro problema non è tanto di essere sorpresi.

La difficoltà è piuttosto quella di adattarci a una situazione in cui il nostro formaggio, per citare il best-seller Chi ha spostato il mio formaggio? di Spencer Johnson si muove continuamente e bisogna giocarci a rimpiattino.

BENVENUTI NELL'ERA VUCA

Viviamo in un’era in cui l’incertezza, cioè la non prevedibilità del futuro, è il nuovo status quo. E l’incertezza non è arrivata da sola, ma accompagnata. Anzitutto dalla volatilità, il contrario della stabilità, una caratteristica delle situazioni in cui tutto cambia continuamente in funzione di eventi fuori dal nostro controllo. Poi è aumentata la complessità, cioè ci sono più interconnessioni e influenze di cui tenere conto nelle decisioni da prendere.

Questo ci costringe spesso alla scelta tra agire senza aver potuto prendere in considerazione tutti gli elementi e correre il rischio legato all’inazione. Infine, il grado di ambiguità è aumentato: le relazioni causa-effetto che conoscevamo non funzionano più o non funzionano sempre, per cui non si è mai sicuri delle conseguenze di un accadimento provocato da noi o da altri. Per riassumere questo insieme di condizioni gli anglosassoni hanno coniato un acronimo: vuca, le cui lettere sono le iniziali delle parole volatility (volatilità), uncertainty (incertezza), complexity (complessità) e ambiguity (ambiguità). Nel mondo vuca le organizzazioni devono trasformarsi rapidamente riconfigurando gli organigrammi, le competenze, i comportamenti e i percorsi di carriera.

Azzeccare la formula giusta non è facile e spesso, anche se la si trova, in breve tempo le condizioni cambiano e occorre metterne a punto una nuova. Le vittime collaterali di questi cambiamenti repentini sono numerose. Nel mondo vuca la “data di scadenza” delle conoscenze e di ciò che sappiamo fare è sempre più ravvicinata. Una volta si imparava l’arte e la si metteva da parte. Ora l’arte è messa da parte dall’evoluzione tecnologica e dai continui cambiamenti.

La professionalità è diventata un bersaglio mobile. Un tempo la si costruiva mattone su mattone, in modo incrementale. Ora le competenze tecniche sono un castello di carta che rischia in ogni istante di essere spazzato via da un colpo di vento. Prima bastava “tenersi aggiornati”, ora bisogna reimparare tutto. Lo sforzo per rimanere “al corrente”, fino all’inizio del nuovo millennio, faceva leva sulle competenze già acquisite e sull’esperienza. Adesso tutto può essere azzerato, trasformando l’esperienza in una trappola e costringendo i maestri a ridiventare scolari.

Una volta le carriere progredivano su binari prestabiliti, oggi hanno percorsi che assomigliano alla Via della Seta seguita da Marco Polo: l’itinerario si scopre e si cambia strada facendo; a volte si torna indietro per lunghi tratti perché qualcosa di imprevisto blocca il passaggio; altre volte si è costretti a prendere strade, le uniche possibili, per le quali non si è equipaggiati, superando prove e sopportando fatiche notevoli. Molti over 50 avrebbero fatto volentieri a meno di questi cambiamenti.

Il vero problema, però, non è lo scarso gradimento della nuova situazione, né la sorpresa, come scrivevo nel paragrafo precedente. È che nulla ci ha veramente preparati a vivere nel mondo vuca.

IL NUOVO GIOCO DELL'OCA

Il gioco dell’oca è antico e contiene molti simbolismi, ma la maggior parte di noi lo ricorda per la caratteristica di “rimandare indietro” i giocatori, in modo casuale e capriccioso, da qualsiasi punto della tavola di gioco, costringendoli a ricominciare dal principio. Questa dinamica cattura bene un aspetto dell’era vuca: quello di poter essere costretti a ricominciare il nostro percorso per un evento al di fuori del nostro controllo, che non abbiamo fatto nulla per causare e che, alcune volte, non desideriamo e sentiamo di non meritare.

Come nel gioco dell’oca, ricominciare è frustrante perché comporta la perdita della posizione acquisita e genera ansia perché non è noto cosa ci riserverà il nuovo percorso che stiamo per intraprendere. Ormai sappiamo che il particolare gioco dell’oca in cui ci troviamo presenta tante caselle che rimandano all’inizio, al punto che è quasi impossibile percorrere la tavola da gioco senza incapparvi.

È quindi meglio farcene una ragione e cercare di costruire la nostra capacità di ricominciare, anche perché questa nuova versione del gioco, a ben vedere, presenta dei vantaggi. Un tempo, “i giochi erano fatti” molto presto nella vita. A 50 anni, si usava dire, o si è papa o si è sagrestano. Era quasi impensabile iniziare qualcosa di nuovo dopo una certa età: le oggettive opportunità di farlo erano più limitate e poi non era, diciamo così, socialmente incoraggiato. Adesso possiamo invece notare parecchi esempi di nuovi inizi avvenuti con successo a ogni età. E poi non dimentichiamo che le motivazioni per ricominciare sono tante e non derivano solo dal capriccio della sorte. A volte siamo noi stessi che sentiamo un bisogno irreprimibile di cambiare direzione e questo, spesso, comporta il fatto di ricominciare daccapo.

Nell’era della longevità, in cui si vive e si lavora più a lungo, questo genere di ripensamenti o di evoluzioni è diventato più frequente. È cambiato anche il nostro modo collettivo di giudicarlo: intraprendere volontariamente un nuovo percorso dopo i 50 anni non è più visto solo come una stravaganza, ma anche come la risposta a una chiamata o come un’occasione per trovare se stessi.


Testo tratto da Il magico potere di ricominciare, Odile Robotti, Mind Edizioni.


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