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Ripartiamo dal... Cloud

In questa nuova fase della gestione dell’emergenza coronavirus, vogliamo proporvi una serie di contributi da parte di manager e professionisti di settori specifici che possono fare la differenza nella ripartenza.
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Ripartiamo dal... Cloud

In questa nuova fase della gestione dell’emergenza coronavirus, vogliamo proporvi una serie di contributi da parte di manager e professionisti di settori specifici che possono fare la differenza nella ripartenza. Oggi “ripartiamo da” il Cloud, attraverso le parole Emanuele Cacciatore, senior director Insight & Cloud strategy di Oracle.

Come è stato operativamente per voi e per il vostro settore questo periodo di emergenza?
«In Oracle abbiamo sempre fatto uso delle varie modalità di smart working, abbiamo a disposizione tutte le tecnologie a supporto, dunque operativamente l’impatto è stato relativamente contenuto. Immagino questo sia vero, con gradazioni e sfumature diverse, anche per tutte le altre aziende del settore tecnologico».

Che opportunità avete tratto per la fase di ripresa?
«L’opportunità è sicuramente quella di sfruttare di più la modalità del telelavoro e delle riunioni virtuali, per ridurre i tempi di trasporto e diminuire le trasferte, sempre costose in termini di tempo, viaggi e sostenibilità ambientale. Certo, non tutto si può fare in modalità virtuale, certi tipi di eventi e di riunioni torneremo probabilmente a farli di persona, appena possibile. Ma, a mio parere, d’ora in poi sarà viva la riflessione sulla scelta di quale modalità scegliere, in base al tipo di incontro e della specificità degli obiettivi. Prima di questa crisi, specie in paesi come l’Italia, dove il digital divide è ancora forte e la “stretta di mano”, culturalmente, suggella tanti accordi, l’opzione dell’incontro digitale veniva raramente presa in considerazione, se non per riunioni interne».

Cosa cambierà a livello di Cloud e di tutto ciò che ne è influenzato?
«Cambieranno molte cose. Alcune gradualmente, come ad esempio l’approccio culturale e l’atteggiamento mentale, che spesso sono il vero ostacolo ad abbandonare la tecnologia e le applicazioni residenti “in casa”, nel proprio datacenter aziendale, per il cloud. Altre più velocemente, come ad esempio la richiesta di servizi di business continuity e disaster recovery e tutti i servizi collegati alla sicurezza delle reti, alla gestione sicura degli accessi e delle identità digitali».

Digitale uber alles o non basta?
«Il digitale non basta se non è accompagnato da una trasformazione culturale, da investimenti in istruzione e formazione e nello sviluppo di competenze digitali. Purtroppo l’Italia è agli ultimi posti in Europa (24esima su 28 paesi Ue) nell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (Desi). Il cloud, in un certo senso, rappresenta una scorciatoia verso la risoluzione del nostro digital divide, perché consente di accedere a nuove tecnologie con un livello di competenze iniziali che sono facilmente acquisibili».

Quale mercato e che cliente vi aspettate nel prossimo futuro?
«Non siamo soliti fare previsioni di acquisizione clienti, come società quotata. Possiamo dire che tutti i mercati e tutti i settori potrebbero beneficiare, soprattutto ora, di un utilizzo maggiore del digitale e del cloud, anche se ci sono settori come i viaggi e l’hospitality che forzatamente sono legati a spostamenti e luoghi, quindi “non digitalizzabili”, per così dire».

Come un utilizzo ottimale del cloud può aiutare le aziende che devono confrontarsi con un mercato e dei clienti in parte nuovi?
«Un utilizzo ottimale del cloud rappresenta innanzitutto una leva di efficienza che può avere impatti diretti sulla bottom line aziendale, attraverso la trasformazione dei costi da CapEx a OpEx, la riduzione dei costi di IT operations attraverso la standardizzazione dei processi e l’automazione di alcune attività (pensiamo all’Autonomous Database di Oracle, che si autogoverna e autoripara da solo, senza intervento umano). Può inoltre rappresentare una leva di sviluppo, perché crea nuove occasioni di business: basti pensare, ad esempio, alla riduzione del time-to-market oppure all’abilitazione di nuovi modelli di vendita, con impatti quindi anche sulla top line».

Il cloud potrebbe essere un supporto ancor più necessario per le tante pmi che in pochi mesi dovranno giocarsi il futuro?
«Il cloud, che rappresenta un modello di sourcing delle tecnologie e delle applicazioni aziendali altamente efficiente, diventa fondamentale per sostenere l’accesso all’innovazione da parte di pmi e start-up che non possono permettersi di sostenere investimenti significativi nell’immediato. Per le pmi sarà fondamentale avere la possibilità di sperimentare e lanciare progetti pilota con le tecnologie più evolute, azzerando il rischio connesso a investimenti in infrastrutture e piattaforme».

Come dovrà cambiare l’approccio per andare sempre più verso il cliente finale attraverso il cloud?
«L’approccio sarà sempre più orientato alla flessibilità e alla capacità di rispondere molto velocemente alle esigenze e, in questo periodo in particolare, alle emergenze dei clienti. I casi di Zoom e 8x8 sono emblematici in tal senso. Per far fronte all’aumento massiccio di utenti, registrato a seguito del lockdown, entrambe le aziende si sono rivolte al cloud di Oracle per far scalare rapidamente e a costi competitivi, la capacità di elaborazione, trasferimento e archiviazione dati».

Data, big o small, che ormai tutti abbiamo, è qui la festa? Il cloud, in questo senso, ci può dare una mano?
«Se parliamo di big data possiamo affermare che, nel medio-lungo termine, senza cloud non può esserci alcuna festa. La mole di dati generata quotidianamente da utenti e oggetti, ad esempio con l’IoT (Internet of Things), richiede un costante adeguamento della capacità infrastrutturale - e delle piattaforme dati - che è estremamente onerosa. Il cloud ribalta completamente la prospettiva, disaccoppiando gli asset dal servizio, offrendo infrastrutture e piattaforme come servizi (IaaS, Infrastructure as a Service, e PaaS, Platform as a Service)».

Cloud e modelli di business: un matrimonio che deve sempre più consumarsi, ma come?
«È sicuramente un matrimonio felice, come testimoniano gli ormai innumerevoli esempi di modelli di business basati su proposte as a service e su modelli di pricing del servizi “subscription-based” (basati su abbonamento), abilitati dal cloud, che garantiscono i tanto ambìti flussi di ricavi ricorrenti. Il cloud diventa poi abilitatore primario soprattutto nel caso di modelli di business data-driven, ovvero basati sulla capacità di acquisire grossi volumi di dati di formati e semantiche diversi provenienti dalle fonti più disparate e che spesso devono essere fruiti e/o analizzati in tempo reale».

Cosa dovrebbe cambiare a livello di normativa per agevolare l’indispensabile cambiamento che comprende anche un definitivo decollo del cloud?
«Tanto è già stato fatto, ma tanto c’è ancora da fare. Sicuramente la Pubblica Amministrazione potrebbe dare il buon esempio, utilizzando maggiormente la tecnologia e il cloud per efficientare i processi e migliorare il problema atavico del fare business in Italia: la burocrazia».

Che ruolo hanno i manager nel cambiamento in generale e per quanto riguarda il miglior utilizzo del cloud e delle nuove tecnologie?
«I manager devono innanzitutto contribuire a favorire quella trasformazione culturale e quel cambio di mindset di cui si parlava più sopra. La missione dei manager è quella di aumentare la consapevolezza delle opportunità e dei benefici associati alla trasformazione digitale di cui il cloud è abilitatore primario. In poche parole devono costruire il “case for change”».

Quale futuro per il cloud e quale cloud per il futuro?
«È indubbio che la crisi Covid-19 stia accelerando il tasso di adozione di soluzioni cloud. Con il telelavoro, o “work from home”, che diventa pratica ormai comune, la spinta all’adozione di servizi cloud sarà una costante dei prossimi mesi. Grazie alle caratteristiche di elasticità e hyperscaling, quello del cloud computing è un modello intrinsecamente progettato per rispondere a una domanda fluttuante con picchi inattesi, come quelli visti durante questa emergenza. Per quanto riguarda Oracle, il futuro del cloud è già arrivato e si chiama Oracle Cloud Infrastructure “Gen 2”, il cloud di seconda generazione sviluppato da Oracle e progettato proprio per essere il più sicuro del settore, per proteggere dati e applicazioni di livello enterprise».

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